La mancanza di accesso all’acqua potabile è una delle principali cause di malattie
che portano alla morte migliaia di bambini nel mondo. Secondo il programma delle
Nazioni Unite per lo Sviluppo, ogni giorno (in tutto il mondo) perdono la vita
circa 5 mila bambini come conseguenza diretta di malattie causate dalla mancanza
di igiene, dall’acqua sporca, dalla totale assenza di ogni tipo di controllo sanitario.
E grazie, soprattutto, alle mancanze dei governi che spendono più soldi per le
correre verso improbabili armamenti, che per il miglioramento delle condizioni
sanitarie della popolazione.
Messico. Da questo dato iniziale, se analizzato a fondo, si nota che almeno 13 bambini
messicani muoiono ogni giorno (all’anno, in totale, sono quasi due milioni i minori
che perdono la vita per svariati motivi) per le sofferenze, conseguenza di una
crisi, quella dell’acqua, che in questo paese sembra non finire mai. Il Messico
spende annualmente molti soldi per l’acquisto di armi e pochi per la ristrutturazione
o la costruzione delle infrastrutture che assicurino una fornitura continua e
sicura di acqua potabile in regioni come Guerriero, il Chiapas o Oaxaca (che in
questi giorni è al centro delle cronache internazionali per la violenta crisi
sociale e politica che perdura da 5 mesi), stati molto poveri ma non completamente
privi di acqua.
E sembra essere una contraddizione, come spiega Ryann Zinn, coordinatore dei
programmi di Global Exchange in Chiapas: “Il Chiapas contiene il 40% delle riserve
dell'acqua dolce di tutto Messico, e con la metà del paese in preda a siccità
è uno dei primi obiettivi della privatizzazione. Non è un segreto che in Chiapas,
Monsanto e Coca-Cola stanno già cercando di appropriarsi di questo nuovo mercato.
La Coca-Cola è già entrata nel mercato dell'acqua, facendo pressione su sindaci
e consigli comunali perché rendano ufficiali accordi informali di acquisto d'acqua
potabile, grazie a alcune leggi territoriali preferenziali con i municipi”.
I responsabili del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostengono che
la quasi assenza dell’acqua potabile nelle regioni più povere del Paese causa
malattie come la diarrea che “è la seconda causa della morte dei bambini. Uccide
cinque volte di più della malaria e della tubercolosi messe insieme, oppure, se
vogliamo esagerare, miete più vittime di qualunque atto terroristico finora messo
a segno. Forse solo la strage dell’11 settembre a New York ha causato da sola
tante vittime”.
Il Messico è parte integrante di quella lista di paesi che hanno deciso, nonostante
la crisi idrica che li attanaglia, di spendere sempre più soldi in armamenti rispetto
alle necessità di modernizzare le condutture idriche o rispetto alla volontà di
cercare acqua in quelle regioni (Chiapas, Guerrero e Oaxaca) dove il livello di
sviluppo sociale lascia molto a desiderare.
Basta pensare che gli investimenti militari sono sei volte superiori rispetto
a quelli per lo sviluppo sociale: se contrapposti, però al Pakistan, dove le spese
per le armi sono 47 volte superiori a quello per lo sviluppo sociale, possiamo
dire che i messicani non se la passano poi così male.
Ma la crisi, secondo quanto affermato dal Programma delle Nazioni Unite per lo
sviluppo, è mondiale e viene quotidianamente incoraggiata dalle disuguaglianze
e dalla povertà. Ad esempio, la diversità fra poveri e ricchi messicani è così
ampia, da essere oggetto di studio.
Ma il rapporto delle Nazioni unite non si limita a questo fenomeno. Nella relazione,
infatti, si fa riferimento anche a altre situazioni, come quelle che vivono città
come New Dehli e Dhaka, dove circa il 40 per cento dell’acqua pompata è filtrata
in tubature corrose dalla ruggine oppure si ruba per essere venduta illegalmente.
Non solo Messico. Un miliardo e trecento milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua
potabile, e questo nonostante le tecnologie. E non si deve far caso se sono di
più in Africa o in America Latina, questo non è importante. “E’ ormai un problema
che riguarda il mondo intero. Non solo il sud del mondo”, dice Rosario Lembo,
segretario nazionale del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull'Acqua.
In America Latina, ma la situazione sta via via peggiorando in ogni continente,
il problema attuale sono i corsi d’acqua, ricorda Lembo: “I grandi fiumi stanno
scomparendo. Ricordiamo che il Rio delle Amazzoni, negli ultimi anni, a causa
della siccità ha perso almeno il 30 per cento della sua portata”.
Ma non sono solo le nazioni ‘povere’ ad avere problemi con questo bene prezioso
e vitale. “Facciamo l’esempio del fiume Colorado, oggi ridotto praticamente a
deserto, una volta dagli Usa arrivava fino in Messico. Quindi, possiamo dire che
c’è un problema di risorse idriche che tocca i grandi bacini idrogeologici, e
c’è anche un problema di accesso all’acqua potabile che diminuisce sempre di più.
E si può pensare ad una grande nazione come il Brasile, fornito di bacini idrici
immensi (i più grandi del mondo), che non riesce a dare accesso all’acqua ad almeno
40 milioni di persone”. Il problema, dunque, riguarda tutti, paesi ricchi di
risorse idriche e paesi meno provvisti di queste riserve, perché è l’accesso all’acqua
a preoccupare, non la sua presenza. Dare accesso all’acqua potabile richiede anche
molti investimenti in denaro. Per rendere potabile l’acqua un governo deve investire
in infrastrutture, costruire bacini di raccolta, canalizzazioni, e reti distributive
(con tutti gli interventi per far l’acqua nelle nostre abitazioni).