I cocaleros peruviani in sciopero per i propri diritti e per spiegare l'equivoco: la coca non è droga
Una profezia andina dice che per gli indios la foglia di coca è la forza, la
vita. E' un elemento spirituale che permette di entrare in contatto con le divinità:
Apusa, Achachilas, Tata Inti, Mama Quilla, Pachamama. E' una pianta sacra e millenaria
che per colpa degli occidentali, che la usano per estrarne droga, si sta trasformando
in una vera e propria maledizione. E a farne le spese sono principmente i cocaleros, coloro che quelle foglie le coltivano, da sempre, tramandandosi l'arte della
terra da generazioni. Sono loro, infatti, ancora una volta, in preda alla disperazione
e sull'orlo della miseria. Da tempo devono lottare contro leggi internazionali
e nazionali che cercano in ogni modo di ostacolarli, di controllarli, appellandosi
al fatto che la hoja de coca è la base del narcotraffico e va sterminata.
A prendere in mano la situazione, adesso, sono i
coltivatori peruviani. Stanchi di sentirsi presi in giro dal governo, dalle leggi, dai meccanismi
sovranazionali, hanno approfittato della settimana internazionale dedicata alla
Lotta contadina per indire uno sciopero generale. Camminando per giorni, in una
lunga ed estenuante marcia, sono arrivati da sud est e da nord est del Paese fino
a Lima, dove stanno occupando le vie principali e presidiando il pazzo del governo,
il Parlamento e le altre istituzioni, in attesa di essere ascoltati dal presidente
Toledo. Sono circa diecimila e chiedono un cambio radicale della politica agraria
e il rispetto delle loro richieste sulla coltivazione della millenaria foglia.
"Non ce ne andremo da Lima fino a che non sarà firmata la carta dei nostri diritti
- ha commentato ieri, mercoledì 21 aprile, Elsa Mpartida, l'alto dirigente della
Confederazione Nazione delle Cuencas Cocaleras del Perù - Durante questi anni siamo sempre stati ingannati. Abbiamo firmato
ben tredici atti che mai sono stati rispettati. Adesso basta. Siamo decisi a ottenere
tutto quello che ci spetta di diritto". Vengono dall'Alto Hulaga, Huánuco, San
Martín, Ucayi e da una zona de La Libertad. Altri arrivano da Apurímac, Cusco
e Ayacucho. Altri ancora dalle valli di Chanchamayo, Tingo María e Monzón. Tutti
hanno affrontato dure e penose camminate per raggiungere la capitale. Gli ultimi
ad arrivare sono stati i campesinos di Apurímac e dell'Ene, della selva centrale. I cocaleros delle valli del sud hanno camminato sedici giorni per far sentire la propria
voce, per non mancare a questo appuntamento, tappa fondamentale di una lotta
che dura da troppo tempo.
"Vogliamo che sia emesso un decreto chiaro e definitivo - spiega Elsa Mpartida
- che imponga il rispetto degli appezzamenti dedicati alle coltivazioni della
foglia di coca e che venga pagato il giusto prezzo quando viene venduta all'Impresa
nazionale della coca (Enaco). Pretendiamo inoltre un nuovo censimento dei coltivatori,
dato che quello attuale risale al 1978. Adesso molti dei presenti nella lista
sono morti e altri hanno cambiato mestiere". Non solo. I
cocaleros si lamentano pesantemente anche per le
fumigazioni, usate da alcuni governi sudamericani supportati dagli Usa - esemplare il caso
della Colombia - per devastare le coltivazioni illegali.
"E' un'arma nociva impiegata irrazionalmente che sta rovinando anche altre piantagioni,
senza distinzione - spiega la rappresentante - ora basta. Vogliamo essere rispettati.
Spiegare le nostre ragioni e impedire la distruzione totale e aggressiva delle
foglie di coca". Richieste precise, dunque: "Chiediamo un cambio totale dell'intera
politica agraria. Il governo si sta rendendo conto che il Perù continua a importare
prodotti come il mais, la patata e le banane, che noi stessi produciamo? E' impossibile
continuare a sopportare situazioni tanto assurde. Non siamo né terroristi, né
narcotrafficanti. Siamo contadini, coltivatori di prodotti fondamentali per l'imentazione
del nostro popolo e pretendiamo di essere rispettati".
E quindi la segretaria generale della Federazione dei produttori agricoli delle
valli di Apurímac e dell'Ene aggiunge: "Siamo sempre stati presi in giro e per
questo siamo qui, per parlare e ascoltare direttamente, senza intermediari. E
non ci arrenderemo. Chiederemo a gran voce anche la liberazione del nostro dirigente,
Nelson Pomino, detenuto nella prigione di Ayacucho perché accusato ingiustamente
di essere un apologo del terrorismo". In migliaia per chiedere fondamentalmente
protezione, aiuti e rispetto per il proprio lavoro. I campesinos della coca sono stanchi e vogliono chiarire equivoci e strumentalizzazioni,
unica strada per vedere i propri diritti garantiti. La hoja de coca fa parte della quotidianità di gente che vive ad altitudini impensabili, di
comunità rurali che non hanno abbastanza cibo per sfamarsi, di persone costrette
a lavorare magari come minatori in cave dle profondità inaudite. E', infatti,
una pianta dalle proprietà medicinali comprovate scientificamente.
"L'utilizzo tradizionale della foglia di coca - spiega Carlos Terrazas Orellana,
storico specializzato in antropologia l'Università di Parigi, ed esperto della
regione andina - è molto diffusa nei paesi delle Ande e viene consumata come alimento
base. E' da sempre considerata una pianta miracolosa, dotata di virtù
straordinarie. E' stato l'Occidente a rovinare tutto. Da quando vi hanno estratto
la cocaina, la panacea si è trasformata in un'arma fatale. Gli interessi politico-economici
si sono impadroniti della controversia e hanno penalizzato la pianta sacra degli
indios, condannandola a sparire. E non è tutto". Lo studioso racconta come questa
costituisca una minaccia anche per gli arcimilionari produttori di tabacco. "A
parte la possibilità di essere chimicamente trasformata in cocaina - spiega Orellana
- la coca ha un'elevata quantità di nicotina ed è quindi un pericolo perché potrebbe
tranquillamente sostituire le sigarette provocando perdite astronomiche alle multinazioni
del tabacco". Ma queste foglie sono altro. "Fra i loro componenti ci sono molte
sostanze usate in campo farmaceutico - precisa - e anzi la cocaina è solo l'uno
per cento della coca".
Eppure nel 1988 la Conferenza di Vienna l'ha condannata all'estinzione, proibendone
produzione e commercializzazione eccetto che per l'uso tradizionale. "Un peccato
- precisa - perché il mondo intero potrebbe usarla per tanti farmaci. E' arrivato
il momento di chiarire l'equivoco: la coca non è cocaina. Togliamola dalla illegità
e restituiamole il ruolo che ha sempre avuto nella società a cui appartiene, grazie
alle sue proprietà medicinali e alimentari. Aiuteremo anche tutte le migliaia
di coltivatori che popolano la regione andina e che vivono di hoja de coca".
E conclude: "Essendo un problema economico, la soluzione possibile è solo di
ordine economico. Attualmente l'unica richiesta di coca che esiste da Europa e
Stati Uniti è quella illegale per la fabbricazione chimica della cocaina. Ecco:
se i governi e i popoli che dimostrano una reale volontà politica ed economica
di distruggere una volta per tutte il traffico di cocaina, legalizzassero immediatamente
la produzione e la commercializzazione della pianta della coca e dei prodotti
da essa derivati ad eccezione della droga
avrebbero la partita vinta e ne riceverebbero solo vantaggi". Ma questa è un'altra
storia.