21/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I cocaleros peruviani in sciopero per i propri diritti e per spiegare l'equivoco: la coca non è droga
Una profezia andina dice che per gli indios la foglia di coca è la forza, la vita. E' un elemento spirituale che permette di entrare in contatto con le divinità: Apusa, Achachilas, Tata Inti, Mama Quilla, Pachamama. E' una pianta sacra e millenaria che per colpa degli occidentali, che la usano per estrarne droga, si sta trasformando in una vera e propria maledizione. E a farne le spese sono principmente i cocaleros, coloro che quelle foglie le coltivano, da sempre, tramandandosi l'arte della terra da generazioni. Sono loro, infatti, ancora una volta, in preda alla disperazione e sull'orlo della miseria. Da tempo devono lottare contro leggi internazionali e nazionali che cercano in ogni modo di ostacolarli, di controllarli, appellandosi al fatto che la hoja de coca è la base del narcotraffico e va sterminata. 
 
A prendere in mano la situazione, adesso, sono i coltivatori peruviani. Stanchi di sentirsi presi in giro dal governo, dalle leggi, dai meccanismi sovranazionali, hanno approfittato della settimana internazionale dedicata alla Lotta contadina per indire uno sciopero generale. Camminando per giorni, in una lunga ed estenuante marcia, sono arrivati da sud est e da nord est del Paese fino a Lima, dove stanno occupando le vie principali e presidiando il pazzo del governo, il Parlamento e le altre istituzioni, in attesa di essere ascoltati dal presidente Toledo. Sono circa diecimila e chiedono un cambio radicale della politica agraria e il rispetto delle loro richieste sulla coltivazione della millenaria foglia.
 
"Non ce ne andremo da Lima fino a che non sarà firmata la carta dei nostri diritti - ha commentato ieri, mercoledì 21 aprile, Elsa Mpartida, l'alto dirigente della Confederazione Nazione delle Cuencas Cocaleras del Perù - Durante questi anni siamo sempre stati ingannati. Abbiamo firmato ben tredici atti che mai sono stati rispettati. Adesso basta. Siamo decisi a ottenere tutto quello che ci spetta di diritto".  Vengono dall'Alto Hulaga, Huánuco, San Martín, Ucayi e da una zona de La Libertad. Altri arrivano da Apurímac, Cusco e Ayacucho. Altri ancora dalle valli di Chanchamayo, Tingo María e Monzón. Tutti hanno affrontato dure e penose camminate per raggiungere la capitale. Gli ultimi ad arrivare sono stati i campesinos di Apurímac e dell'Ene, della selva centrale. I cocaleros delle valli del sud hanno camminato sedici giorni per far sentire la propria voce, per non mancare a questo appuntamento, tappa fondamentale di  una lotta che dura da troppo tempo. 
"Vogliamo che sia emesso un decreto chiaro e definitivo - spiega Elsa Mpartida - che imponga il rispetto degli appezzamenti dedicati alle coltivazioni della foglia di coca e che venga pagato il giusto prezzo quando viene venduta all'Impresa nazionale della coca (Enaco). Pretendiamo inoltre un nuovo censimento dei coltivatori, dato che quello attuale risale al 1978. Adesso molti dei presenti nella lista sono morti e altri hanno cambiato mestiere". Non solo. I cocaleros si lamentano pesantemente anche per le fumigazioni, usate da alcuni governi sudamericani supportati dagli Usa - esemplare il caso della Colombia - per devastare le coltivazioni illegali.
"E' un'arma nociva impiegata irrazionalmente che sta rovinando anche altre piantagioni, senza distinzione - spiega la rappresentante - ora basta. Vogliamo essere rispettati. Spiegare le nostre ragioni e impedire la distruzione totale e aggressiva delle foglie di coca". Richieste precise, dunque: "Chiediamo un cambio totale dell'intera politica agraria. Il governo si sta rendendo conto che il Perù continua a importare prodotti come il mais, la patata e le banane, che noi stessi produciamo? E' impossibile continuare a sopportare situazioni tanto assurde. Non siamo né terroristi, né narcotrafficanti. Siamo contadini, coltivatori di prodotti fondamentali per l'imentazione del nostro popolo e pretendiamo di essere rispettati".
 
E quindi la segretaria generale della Federazione dei produttori agricoli delle valli di Apurímac e dell'Ene aggiunge: "Siamo sempre stati presi in giro e per questo siamo qui, per parlare e ascoltare direttamente, senza intermediari. E non ci arrenderemo. Chiederemo a gran voce anche la liberazione del nostro dirigente, Nelson Pomino, detenuto nella prigione di Ayacucho perché accusato ingiustamente di essere un apologo del terrorismo".  In migliaia per chiedere fondamentalmente protezione, aiuti e rispetto per il proprio lavoro. I campesinos della coca sono stanchi e vogliono chiarire equivoci e strumentalizzazioni, unica strada per vedere i propri diritti garantiti. La hoja de coca fa parte della quotidianità di gente che vive ad altitudini impensabili, di comunità rurali che non hanno abbastanza cibo per sfamarsi, di persone costrette a lavorare magari come minatori in cave dle profondità inaudite. E', infatti, una pianta dalle proprietà medicinali comprovate scientificamente. 
 
"L'utilizzo tradizionale della foglia di coca - spiega Carlos Terrazas Orellana, storico specializzato in antropologia l'Università di Parigi, ed esperto della regione andina - è molto diffusa nei paesi delle Ande e viene consumata come alimento base. E' da sempre considerata una pianta miracolosa, dotata di virtù
straordinarie. E' stato l'Occidente a rovinare tutto. Da quando vi hanno estratto la cocaina, la panacea si è trasformata in un'arma fatale. Gli interessi politico-economici si sono impadroniti della controversia e hanno penalizzato la pianta sacra degli indios, condannandola a sparire. E non è tutto".  Lo studioso racconta come questa costituisca una minaccia anche per gli arcimilionari produttori di tabacco. "A parte la possibilità di essere chimicamente trasformata in cocaina - spiega Orellana - la coca ha un'elevata quantità di nicotina ed è quindi un pericolo perché potrebbe tranquillamente sostituire le sigarette provocando perdite astronomiche alle multinazioni del tabacco".  Ma queste foglie sono altro. "Fra i loro componenti ci sono molte sostanze usate in campo farmaceutico - precisa - e anzi la cocaina è solo l'uno per cento della coca".  
Eppure nel 1988 la Conferenza di Vienna l'ha condannata all'estinzione, proibendone produzione e commercializzazione eccetto che per l'uso tradizionale. "Un peccato - precisa - perché il mondo intero potrebbe usarla per tanti farmaci. E' arrivato il momento di chiarire l'equivoco: la coca non è cocaina. Togliamola dalla illegità e restituiamole il ruolo che ha sempre avuto nella società a cui appartiene, grazie alle sue proprietà medicinali e alimentari. Aiuteremo anche tutte le migliaia di coltivatori che popolano la regione andina e che vivono di hoja de coca". 
E conclude: "Essendo un problema economico, la soluzione possibile è solo di ordine economico. Attualmente l'unica richiesta di coca che esiste da Europa e Stati Uniti è quella illegale per la fabbricazione chimica della cocaina. Ecco: se i governi e i popoli che dimostrano una reale volontà politica ed economica di distruggere una volta per tutte il traffico di cocaina, legalizzassero immediatamente la produzione e la commercializzazione della pianta della coca e dei prodotti da essa derivati ad eccezione della droga
avrebbero la partita vinta e ne riceverebbero solo vantaggi". Ma questa è un'altra storia.

Stella Spinelli

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