23/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il 14 marzo trasforma i funerali di Gemayel in atto di forza contro la Siria e l'opposizione
Scritto per noi da Erminia Calabrese 
 
La folla di manifestanti che ha accompagnato oggi la salma di  Pierre Gemayel, ministro dell’Industria ucciso martedì scorso, verso la chiesa maronita di  S. George, nella down town beirutina, ha fatto rivivere con i colori, il clima di festa, le canzoni e gli slogan  la rivoluzione  dei cedri del 2005.
 
La gente tocca la bara di Gemayel Sotto una marea di bandiere bianche e rosse una folla imponente si è riversata in una down town dal perimetro fortemente presidiato dall’esercito nazionale libanese, con carri armati e mezzi militari. Ingenti misure di sicurezza già da ieri sono state prese in tutta la città e soprattutto nei quartieri cristiani. I funerali di Pierre Gemayel, membro di una delle famiglie maronite più potenti in Libano, sono stati trasformati dalle forze del 14 marzo (Hariri, Joumblatt e Geagea), in cui i Kataeb (falangisti) di Gemayel si riconoscono, in una vera e propria manifestazione contro la Siria, il presidente libanese Lahoud, e l’opposizione al governo (Hezbollah, Amal e Aoun). Esattamente come ai tempi della Primavera di Beirut. Nel corso della mattinata, ritratti di Lahoud, Assad e Ahmadinejad sono stati bruciati, mentre la folla ha scandito e urlato slogan fortemente antisiriani : “Fate uscire l’agente di Bashar da Baabda”. “Non vogliamo le armi dell’esercito”. “Nasrallah vieni a vedere chi è la maggioranza”.
 
Beirut oggi è ferma. Scuole, negozi e uffici sono rimasti chiusi. Lutto nazionale fino a domenica, mentre sit-in avranno luogo nel cuore della capitale. Numerosi blocchi di polizia sono stati installati lungo le strade. In realtà l’uccisione di Pierre Gemayel ha riportato alla luce vecchi dissapori intercristiani: da una parte i falangisti e dall’altra gli shebeb (i ragazzi) di Aoun. Prima dell’uccisione di Pierre Gemayel, il paese dei cedri  già  viveva una crisi politica, acuita dalle dimissioni di  sei ministri: cinque di Hezbollah e un cristiano ortodosso. Il governo Siniora, a detta di molti, appare incostituzionale, in quanto  appoggiato solo dalla coalizione sunnita, drusa e cristiana, cosiddetta del “14 marzo”, e secondo gli Accordi di Taef del 1989 (che posero fine alla guerra civile) le decisioni del governo sono valide con la maggioranza dei due terzi dei suoi membri. Attualmente al governo Siniora, dei 24 membri ne  restano solo 17, che non costituiscono i due terzi.
 
Questo nuovo assassinio ha messo in difficoltà l’opposizione, che si preparava a una mobilitazione per chiedere un governo di unità nazionale o nuove elezioni. “Quella che avevamo organizzato per oggi sarebbe stata una vera e propria mobilitazione pacifica per poter chiedere un governo di unità nazionale -racconta Hassan, un giovane di vent’anni - ma l’assassinio di Gemayel ha dato tempo al governo Siniora”. Molti sono i leader del 14 marzo ad accusare apertamente la Siria ma c’è anche chi, soprattutto tra i giovani, ha qualche dubbio, come Joseph, 25 anni: “E’ vero, per quanto riguarda gli altri omicidi avvenuti dopo la morte di Hariri sono convinto che sia stata la Siria, ma questa volta non lo so davvero. Non escluderei nessuna possibilità, vista la crisi in cui versa il governo Siniora”. Si aggiunge la voce di Elie, 26 anni: “E’ vero, io oggi sono qui per Gemayel, ma anche per mostrare che il Libano vuole la sua vera indipendenza. Non so chi ha potuto commettere questo assassinio, anche se qui tutti accusano la Siria”. Dopo le esequie, non sono mancati  piccoli scontri tra  fazioni sunnite e sciite nella capitale. Guardando da Piazza dei Martiri all’orizzonte, si profila una trama politica difficile da sbrogliare.
 
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