La folla di
manifestanti che ha accompagnato oggi la salma di Pierre Gemayel, ministro dell’Industria ucciso martedì scorso,
verso la chiesa maronita di S. George,
nella down town beirutina, ha fatto rivivere con i colori, il clima di festa,
le canzoni e gli slogan la rivoluzione dei cedri del 2005.

Sotto
una marea di bandiere bianche e rosse una folla imponente si è riversata in una
down town dal perimetro fortemente presidiato dall’esercito nazionale libanese,
con carri armati e mezzi militari. Ingenti misure di sicurezza già da ieri
sono state prese in tutta la città e soprattutto nei quartieri cristiani. I
funerali di Pierre Gemayel, membro di una delle famiglie maronite più potenti
in Libano, sono stati trasformati dalle forze del 14 marzo (Hariri, Joumblatt
e
Geagea), in cui i
Kataeb (falangisti) di Gemayel si riconoscono, in una vera e propria manifestazione contro
la
Siria, il presidente libanese Lahoud, e l’opposizione al governo (Hezbollah,
Amal e Aoun). Esattamente come ai tempi della Primavera di Beirut. Nel corso
della mattinata, ritratti di Lahoud, Assad e Ahmadinejad sono stati bruciati,
mentre la folla ha scandito e urlato slogan fortemente antisiriani : “Fate
uscire l’agente di Bashar da Baabda”. “Non vogliamo le armi dell’esercito”.
“Nasrallah vieni a vedere chi è la maggioranza”.

Beirut
oggi è ferma. Scuole, negozi e uffici sono rimasti chiusi. Lutto
nazionale fino a domenica, mentre sit-in avranno luogo nel cuore della
capitale. Numerosi blocchi di polizia sono stati installati lungo le strade. In
realtà l’uccisione di Pierre Gemayel ha riportato alla luce vecchi dissapori
intercristiani: da una parte i falangisti e dall’altra gli
shebeb
(i ragazzi) di Aoun. Prima dell’uccisione di Pierre Gemayel, il paese dei cedri già
viveva una crisi politica, acuita dalle dimissioni di sei ministri: cinque di Hezbollah e un
cristiano ortodosso. Il governo Siniora,
a detta di molti, appare incostituzionale, in quanto appoggiato solo dalla coalizione sunnita,
drusa e cristiana, cosiddetta del “14 marzo”, e secondo gli Accordi di Taef
del 1989 (che posero fine alla guerra civile) le decisioni del governo sono
valide con la maggioranza dei due terzi dei suoi membri. Attualmente al governo
Siniora, dei 24 membri ne restano solo
17, che non costituiscono i due terzi.

Questo
nuovo assassinio ha messo in difficoltà l’opposizione, che si preparava a una
mobilitazione per chiedere un governo di unità nazionale o nuove elezioni.
“Quella che avevamo organizzato per oggi sarebbe stata una vera e propria
mobilitazione pacifica per poter chiedere un governo di unità nazionale
-racconta Hassan, un giovane di vent’anni - ma l’assassinio di Gemayel ha dato
tempo al governo Siniora”. Molti sono i leader del 14 marzo ad accusare
apertamente la Siria ma c’è anche chi, soprattutto tra i giovani, ha qualche
dubbio, come Joseph, 25 anni: “E’ vero, per quanto riguarda gli altri omicidi
avvenuti dopo la morte di Hariri sono convinto che sia stata la Siria, ma
questa volta non lo so davvero. Non escluderei nessuna possibilità, vista la
crisi in cui versa il governo Siniora”. Si aggiunge la voce di Elie,
26 anni: “E’ vero, io oggi sono qui per Gemayel, ma anche per mostrare che il
Libano vuole la sua vera indipendenza. Non so chi ha potuto commettere questo
assassinio, anche se qui tutti accusano la Siria”. Dopo le esequie, non sono
mancati piccoli scontri tra fazioni sunnite e sciite nella capitale.
Guardando da Piazza dei Martiri all’orizzonte, si profila una trama politica
difficile da sbrogliare.