L’omicidio di Pierre Gemayel,
ministro dell’Industria libanese, avvenuto a Beirut ieri l’altro, ha di nuovo
acceso i riflettori sul Paese dei cedri, dove la tensione è tornata alta. La
fine dei combattimenti dell’estate scorsa, dopo l’intervento del contingente
delle Nazioni Unite, aveva fatto credere ai più ottimisti che la situazione si
avviava a una soluzione pacifica, ma terminata l’emergenza dei bombardamenti
israeliani e del lancio di razzi da parte di Hezbollah, tutte le divisioni
interne del Libano sono tornate prepotentemente alla ribalta.
PeaceReporter ha
intervistato sull’argomento Lorenzo Trombetta, giornalista e saggista, che da
anni vive e lavora a Beirut.
L’omicidio di Gemayel è stato un fulmine a ciel sereno,
oppure era nell’aria?
In
realtà ci si aspettava una provocazione. Ma si pensava più a moti di piazza,
piuttosto che ad attentati contro strutture. L’omicidio di un ministro e il
fatto che si tratti di un esponente della famiglia Gemayel è stata una brutta
sorpresa. Il nome dei Gemayel, nella storia di questo Paese, ha un peso
specifico determinante e il valore simbolico di questo omicidio è enorme.
Quindi per quanto ci si potesse aspettare qualcosa, non si poteva prevedere che
avrebbero alzato tanto il tiro. Adesso si corre il rischio del caos.
Come ha reagito la gente
all’ultimo degli atti di violenza che, dall’omicidio di Rafik Hariri nel
febbraio 2005, sembrano riportare la vita del Libano agli anni terribili della
guerra civile?
La
sera dell’omicidio, mentre passeggiavo per Beirut, ho visto che in città c’era
tutta una serie di presidi autogestiti, con giovani di tutte le fazioni riuniti
come a presidiare le zone della città. In Libano la maggior parte delle persone
è stanca della violenza, della guerra civile prima e dell’invasione di questa
estate, ma qui ci sono migliaia di giovani, anche di 15 anni, che la guerra
civile l’avevano conosciuta solo nei racconti dei genitori e in loro prevale la
tensione sociale. Sono arrabbiati e, attentato a parte, quotidianamente si
registrano schermaglie e piccoli scontri tra frange di sostenitori di tutti gli
schieramenti nei quali è diviso il Libano. La miccia di uno scontro
confessionale, che poi è solo il pretesto per problemi maggiori, potrebbe
accendersi tra questi ragazzi.
Subito dopo l’attentato, in
Italia come in altri paesi occidentali, si è guardato subito alla Siria come
responsabile dell’omicidio. Ma proprio quando la stessa amministrazione Bush
concede aperture diplomatiche verso Damasco, con la restaurazione dei rapporti
diplomatici con l’Iraq e con il coinvolgimento della Siria nel processo di pace
in Mesopotamia, che interesse aveva il regime di al-Asad a provocare la comunità
internazionale?
E’
successo lo stesso con l’omicidio Hariri: tutti hanno immediatamente incolpato
Damasco. Ma anche allora la Siria era in una fase di dialogo con la Francia,
gli Stati Uniti e altri. Eppure tutti hanno pensato alla Siria come mandante
politico dell’omicidio. Il problema qui, seppur in mancanza di prove, è quello
di aprire l’analisi della situazione ad altri attori regionali, come l’Iran e
Israele. Molti osservatori hanno notato come Teheran non ha alcun interesse a
vedere Damasco affrancarsi dalla tutela che oggettivamente l’Iran esercita
sulla Siria. Lo stesso movimento Hezbollah risponde all’Iran, non a Damasco,
che negli ultimi anni è sempre stato un manovale dell’Iran. Gli iraniani quindi
avrebbero avuto tutto l’interesse a complicare il processo di avvicinamento
della Siria al blocco politico occidentale, anche perché Ahmadinejad sta
provando a mettere in prima persona il cappello sul processo di pace in Iraq.
Stesso discorso vale per Israele, che non può permettersi, soprattutto dopo la
campagna
libanese di questa estate, un calo della tensione nella regione, almeno fino a
quando non si sarà creato un equilibrio accettabile per Tel Aviv. Ma
queste interpretazioni sono, per il momento, patrimonio di una ristretta
minoranza in Libano: per il resto il dibattito tra antisiriani (che accusano
direttamente Damasco dell’omicidio) e filosiriani (che accusano Israele e le
potenze occidentali) è bloccato nell’opposto radicalismo.
L’Italia e gli altri paesi che
sostengono la missione Onu in Libano continuano a dichiarare il loro sostegno
al governo Siniora. Ma dopo l’omicidio di Gemayel e le dimissioni dei 6
ministri filosiriani, che peso politico reale ha l’esecutivo dell’attuale
premier? Non sarebbe il caso di sostenere una figura nuova per la pacificazione
del Libano?
A livello costituzionale, il governo Siniora è nel pieno dei
suoi poteri. L’esecutivo è composto di 24 membri, e per cadere se ne devono
dimettere altri 2. Tutt’al più, si potrebbe rintracciare un profilo
d’incostituzionalità nel fatto che la comunità sciita non è rappresentata nel
governo, come prevede la Costituzione per tutte le comunità libanesi, ma
basterebbe a Siniora nominare nuovi ministri sciiti per aggirare il problema.
Ma io sono convinto che non esiste un governo o un Paese straniero che investa
in
un processo democratico sincero: sono sempre gli interessi a muovere la politica
internazionale. A nessuno interessa della qualità della vita dei libanesi o dei
siriani, ma tutti puntano a ottenere il governo più consono ai loro interessi
e, al momento, non c’è nessuna figura che rappresenti meglio gli interessi
occidentali in Libano.