27/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Lorenzo Trombetta sulla situazione libanese dopo l'omicidio Gemayel
L’omicidio di Pierre Gemayel, ministro dell’Industria libanese, avvenuto a Beirut ieri l’altro, ha di nuovo acceso i riflettori sul Paese dei cedri, dove la tensione è tornata alta. La fine dei combattimenti dell’estate scorsa, dopo l’intervento del contingente delle Nazioni Unite, aveva fatto credere ai più ottimisti che la situazione si avviava a una soluzione pacifica, ma terminata l’emergenza dei bombardamenti israeliani e del lancio di razzi da parte di Hezbollah, tutte le divisioni interne del Libano sono tornate prepotentemente alla ribalta.
PeaceReporter ha intervistato sull’argomento Lorenzo Trombetta, giornalista e saggista, che da anni vive e lavora a Beirut.
 
una dimostrante del movimento antisirianoL’omicidio di Gemayel è stato un fulmine a ciel sereno, oppure era nell’aria?
 
In realtà ci si aspettava una provocazione. Ma si pensava più a moti di piazza, piuttosto che ad attentati contro strutture. L’omicidio di un ministro e il fatto che si tratti di un esponente della famiglia Gemayel è stata una brutta sorpresa. Il nome dei Gemayel, nella storia di questo Paese, ha un peso specifico determinante e il valore simbolico di questo omicidio è enorme. Quindi per quanto ci si potesse aspettare qualcosa, non si poteva prevedere che avrebbero alzato tanto il tiro. Adesso si corre il rischio del caos.
 
Come ha reagito la gente all’ultimo degli atti di violenza che, dall’omicidio di Rafik Hariri nel febbraio 2005, sembrano riportare la vita del Libano agli anni terribili della guerra civile?
 
La sera dell’omicidio, mentre passeggiavo per Beirut, ho visto che in città c’era tutta una serie di presidi autogestiti, con giovani di tutte le fazioni riuniti come a presidiare le zone della città. In Libano la maggior parte delle persone è stanca della violenza, della guerra civile prima e dell’invasione di questa estate, ma qui ci sono migliaia di giovani, anche di 15 anni, che la guerra civile l’avevano conosciuta solo nei racconti dei genitori e in loro prevale la tensione sociale. Sono arrabbiati e, attentato a parte, quotidianamente si registrano schermaglie e piccoli scontri tra frange di sostenitori di tutti gli schieramenti nei quali è diviso il Libano. La miccia di uno scontro confessionale, che poi è solo il pretesto per problemi maggiori, potrebbe accendersi tra questi ragazzi.
 
dimostranti con le bandiere di hezbollahSubito dopo l’attentato, in Italia come in altri paesi occidentali, si è guardato subito alla Siria come responsabile dell’omicidio. Ma proprio quando la stessa amministrazione Bush concede aperture diplomatiche verso Damasco, con la restaurazione dei rapporti diplomatici con l’Iraq e con il coinvolgimento della Siria nel processo di pace in Mesopotamia, che interesse aveva il regime di al-Asad a provocare la comunità internazionale?
 
E’ successo lo stesso con l’omicidio Hariri: tutti hanno immediatamente incolpato Damasco. Ma anche allora la Siria era in una fase di dialogo con la Francia, gli Stati Uniti e altri. Eppure tutti hanno pensato alla Siria come mandante politico dell’omicidio. Il problema qui, seppur in mancanza di prove, è quello di aprire l’analisi della situazione ad altri attori regionali, come l’Iran e Israele. Molti osservatori hanno notato come Teheran non ha alcun interesse a vedere Damasco affrancarsi dalla tutela che oggettivamente l’Iran esercita sulla Siria. Lo stesso movimento Hezbollah risponde all’Iran, non a Damasco, che negli ultimi anni è sempre stato un manovale dell’Iran. Gli iraniani quindi avrebbero avuto tutto l’interesse a complicare il processo di avvicinamento della Siria al blocco politico occidentale, anche perché Ahmadinejad sta provando a mettere in prima persona il cappello sul processo di pace in Iraq. Stesso discorso vale per Israele, che non può permettersi, soprattutto dopo la campagna libanese di questa estate, un calo della tensione nella regione, almeno fino a quando non si sarà creato un equilibrio accettabile per Tel Aviv. Ma queste interpretazioni sono, per il momento, patrimonio di una ristretta minoranza in Libano: per il resto il dibattito tra antisiriani (che accusano direttamente Damasco dell’omicidio) e filosiriani (che accusano Israele e le potenze occidentali) è bloccato nell’opposto radicalismo.
 
pierre gemayelL’Italia e gli altri paesi che sostengono la missione Onu in Libano continuano a dichiarare il loro sostegno al governo Siniora. Ma dopo l’omicidio di Gemayel e le dimissioni dei 6 ministri filosiriani, che peso politico reale ha l’esecutivo dell’attuale premier? Non sarebbe il caso di sostenere una figura nuova per la pacificazione del Libano?
 
A livello costituzionale, il governo Siniora è nel pieno dei suoi poteri. L’esecutivo è composto di 24 membri, e per cadere se ne devono dimettere altri 2. Tutt’al più, si potrebbe rintracciare un profilo d’incostituzionalità nel fatto che la comunità sciita non è rappresentata nel governo, come prevede la Costituzione per tutte le comunità libanesi, ma basterebbe a Siniora nominare nuovi ministri sciiti per aggirare il problema.
Ma io sono convinto che non esiste un governo o un Paese straniero che investa in un processo democratico sincero: sono sempre gli interessi a muovere la politica internazionale. A nessuno interessa della qualità della vita dei libanesi o dei siriani, ma tutti puntano a ottenere il governo più consono ai loro interessi e, al momento, non c’è nessuna figura che rappresenti meglio gli interessi occidentali in Libano. 

Christian Elia

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