La testimonianza di Francisco Gonsalves de Oliveira, un impiegato statale portoghese
di 57 anni. Ci racconta il colpo di Stato del 25 aprile del 1974 nel suo Paese.
La storia vista con gli occhi della gente comune
Dove si trovava il 25 aprile 1974? Cosa ricorda di quel giorno?
All’epoca mi trovavo a Porto, nel nord del Portogallo, per motivi di lavoro.
Della rivoluzione, ricordata come quella dei “garofani", ho avuto notizia solo
il giorno dopo, quando la radio nazionale ha cominciato a parlarne. Vedevo le
persone e i militari che uscivano per la strada, gridando “viva a liberdade”,
viva la libertà.
Quando si è reso conto dell’importanza di quello che stava accadendo?
Il giorno stesso, perché ho capito che si chiudeva un capitolo della storia del
mio Paese e che cominciava una nuova era per il Portogallo.
Ha mai temuto che la rivolta assumesse caratteri violenti?
No, mai. All’inizio i militari hanno occupato tutti gli edifici governativi per
controllare l’evolversi della situazione, ma tutto è stato organizzato nei minimi
dettagli dai capitani, i giovani ufficiali. Quando ci siamo resi conto dell’accaduto,
ci sentivamo già liberi, non c’era più nulla da temere.
Quali erano i commenti della gente per strada?
La parola ricorrente era libertà, cantavamo le canzoni di Zeca Alfonso, un cantante
simbolo dell’opposizione al regime di Salazar. Anche dire una parolaccia era un
esercizio di rinnovata libertà, il solo fatto di parlare liberamente era una conquista.
Dova ha fatto il servizio militare? Che ricordo ne porta?
In totale ho prestato servizio per quattro anni. I primi due in Portogallo, poi
a Timor Est, ex colonia portoghese. Ricordo che sono partito il 4 giugno del 1970
e sono arrivato dopo due mesi di viaggio. Abbiamo fatto sosta in Angola, a Singapore,
Macao e Hong Kong. La situazione a Timor era molto meno violenta rispetto a quella
dell’Angola e del Mozambico. Non avevi la sensazione di essere in guerra, avevamo
buoni rapporti con la popolazione. Uno dei miei compiti principali era quello
di dare lezione di portoghese e matematica ai bambini. Con i miei commilitoni
a Timor ci siamo ritrovati due anni fa e da lì è nata l’idea di costruire una
scuola per i bambini dell’isola. Ci sentivamo molto legati ai nostri allievi,
speriamo di rivederli un giorno.
La rivoluzione è partita dai militari delle colonie, quelli che combattevano
e morivano in Angola e Mozambico. A Timor che aria si respirava tra i soldati?
Da noi non se ne parlava e non ci potevamo mai aspettare un avvenimento del genere.
Le decisioni fondamentali sono state prese a Lisbona, in Portogallo.
Guardando al Portogallo di oggi, che bilancio si può trarre da quell’esperienza?
E’ chiaro che adesso si sta molto meglio, prima eravamo un Paese chiuso, fuori
dal mondo, e adesso cerchiamo sempre più di farci vedere e conoscere. C’è ancora
molto da fare, ma adesso le persone sono molto più istruite, libere. L’ingresso
nell’Unione Europea e la stabilità politica provano la crescita del Portogallo.
Ora possiamo guardare al futuro con ottimismo.