Con la domanda mondiale di uranio alle stelle, vista la crescita degli impianti
di energia nucleare, le compagnie minerarie sono tornate a mettere gli occhi su
quella che un analista ha definito “l’Arabia Saudita dell’uranio”: una regione
nel sud-ovest degli Stati Uniti, divisa tra Arizona, Utah e New Mexico, che ricade
nella riserva dei Navajo. I circa 300.000 nativi americani della zona, già scottati
da casi di cancro con frequenza superiore alla media, si oppongono ai piani di
estrazione. Ma ancora una volta rischiano di venire schiacciati nella corsa verso
la nuova frontiera.
Il boom dell’uranio. Le riserve delle terre Navajo sono già state sfruttate intensamente durante
la guerra fredda: da qui proviene l’uranio finito poi nell’arsenale atomico degli
Usa. Oggi la domanda del minerale, più che da scopi bellici, è spinta da esigenze
energetiche. Cina e India, due paesi in rampa di lancio che insieme contano più
di due miliardi di abitanti, hanno un bisogno crescente di energia, che intendono
soddisfare anche costruendo nuove centrali nucleari. Gli stessi Stati Uniti, interessati
a ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale, hanno intenzione di puntare
nuovamente sull’atomo. Di conseguenza, se nel 2001 il prezzo dell’uranio era sceso
fino a 3 dollari al chilo, ora si aggira sui 28 dollari. E l’industria mineraria
si lecca i baffi.
I timori per la salute. Negli Usa, al momento, l’uranio viene estratto in Texas, Wyoming, Nebraska e
prossimamente anche in Colorado. Ma i giacimenti più ricchi si trovano in terra
Navajo, una riserva che si estende su circa 70.000 chilometri quadrati, poco meno
di un quarto dell’Italia. Alcune compagnie del settore hanno già avviato le pratiche
per accaparrarsi i diritti dell’estrazione, dentro la riserva o ai suoi margini,
nonostante il parere contrario dei leader della comunità nativa. Non è solo l’orgoglio
di essere padroni della propria terra: dopo le estrazioni intensive dei decenni
scorsi, gli abitanti della riserva temono conseguenze per la loro salute. Casi
di tumori agli organi riproduttivi, in particolare, si verificano tra le ragazze
Navajo in un numero diciassette volte maggiore rispetto al resto delle ragazze
statunitensi. Secondo molti, il materiale radioattivo si è propagato da miniere
abbandonate, contaminando l’aria e le falde acquifere.
Nuovi metodi. Le compagnie minerarie fanno notare che le rinnovate attività di estrazione
porterebbero nuovi posti di lavoro anche per i Navajo, riducendo così la povertà
nella riserva. I nuovi processi di estrazione, inoltre, sarebbero molto più sicuri
che in passato. Uno di questi consiste nell’iniettare un composto di acqua, ossigeno
e bicarbonato nelle rocce che contengono uranio; la soluzione, arricchita con
il minerale, verrebbe poi pompata in superficie, filtrata, isolata e lavorata
all’interno della miniera, cancellando il rischio di contaminazioni.
Rischio di contaminazioni. Ma le comunità Navajo ricordano ancora il disastro del fiume Puerco, le cui
acque scorrono a sud della riserva. Nel 1979, scorie della lavorazione dell’uranio
defluirono nel corso d’acqua, che i nativi utilizzano per abbeverare il bestiame
e per l’irrigazione: si trattò della più grande contaminazione di materiale radioattivo
nella storia degli Usa. Oggi, tra l’altro, uno dei terreni su cui hanno messo
gli occhi le compagnie minerarie si trova a meno di due chilometri da sei pozzi
che forniscono acqua a circa 15.000 persone. Anche per questo, il nuovo grido
di battaglia Navajo è “
leetso doo’da”: nella loro lingua, no all’uranio.