22/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente Kagame accusato dell’attentato che scatenò il genocidio Tutsi
Un fulmine proveniente da Parigi ha sconvolto la vita politica ruandese: un’indagine, condotta dal giudice francese Jean-Louis Bruguière, accusa il presidente ruandese Kagame e nove membri del suo entourage di aver organizzato l'attentato del 1994 in cui il presidente Juvenal Habyarimana perse la vita. L’episodio, motivo scatenante del genocidio Tutsi, ha riportato l’attenzione sulle responsabilità dell’evento che ha cambiato per sempre la storia del giovane Paese africano.
 
I resti del Falcon 5o del presidente HabyarimanaI fatti. 6 aprile 1994: un Falcon 50, in fase di atterraggio all’aeroporto di Kigali, viene colpito da alcuni missili Sam 14 e Sam 16. Il velivolo esplode e si schianta a terra. Oltre all’equipaggio francese e a personalità politiche di spicco, muoiono Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi. L’attentato, attribuito dai vertici Hutu di Kigali ai ribelli Tutsi del Rwandan Patriotic Army guidati da Kagame, scatena la reazione delle milizie Interahamwe, che danno vita al massacro più grave dagli anni ’90 a oggi: in cento giorni almeno 800 mila persone, tra Tutsi e Hutu moderati, vengono uccisi a colpi di machete e fucile, sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale. Tre mesi dopo, il Rpa entra a Kigali costringendo alla fuga il regime e le milizie Hutu. Ma se dal punto di vista politico e dell’ordine pubblico la situazione torna alla normalità dopo pochi mesi, il dibattito sulle responsabilità del genocidio è tuttora aperto.
 
Estradizione. Le conclusioni di Bruguière hanno gettato nuova benzina sul fuoco. Giovedì il giudice ha firmato le richieste di estradizione contro i nove “complici” di Kagame, tra cui il capo di stato maggiore James Kabarebe e l’ambasciatore ruandese in India Faustin Nyamwasa-Kayumba. Le richieste non potranno essere estese a Kagame, che gode dell’immunità in quanto presidente. Per questo, il giudice ha annunciato che presenterà una copia delle sue conclusioni al segretario generale dell’Onu Kofi Annan per chiedere l’intervento del Tribunale Speciale Internazionale per il Ruanda.
 
Il presidente ruandese Paul KagameResponsabilità. La ricostruzione di Bruguière è plausibile? “L’assassinio di Habyarimana, così come il genocidio ruandese, è una questione su cui non potremo mai fare piena luce – dichiara a PeaceReporter Linda Melvern, giornalista e autrice del libro Conspiracy to Murder: The Rwanda Genocide and the International Community – Mi auguro che il giudice renda pubbliche le conclusioni delle sue indagini, ma mi permetto di dire che un’inchiesta in cui non sono neanche stati sentiti gli uomini della torre di controllo dell’aeroporto di Kigali (che assistettero all’attentato in diretta, ndr) non può essere giudicata rigorosa”. Alla stessa conclusione sono arrivate le autorità ruandesi, che per bocca del ministro della Giustizia, Tharcisse Karugarama, hanno parlato di “un’indagine politica”, conclusa proprio nei giorni in cui, da Kigali, sono emerse nuove accuse sul ruolo dei militari francesi dell’Operation Turquoise. Organizzata per dare assistenza ai civili aprendo corridoi umanitari durante il genocidio, l’Ot è stata accusata di aver prima fornito armi al regime dei genocidaires (di cui la Francia era la più fedele alleata) e di aver poi permesso ai vertici politico-militari Hutu di fuggire all’estero.
 
Resti di vittime del genocidioFerite aperte. La questione Bruguière peggiorerà ulteriormente i rapporti tra Kigali e Parigi, mai ripresisi dopo il genocidio: il Ruanda ha chiesto alla Francia di ammettere le proprie responsabilità nel genocidio, ma da quest’orecchio l’Eliseo non ci sente. “Il ruolo dei francesi è una delle tante questioni ancora aperte, così come l’attentato a Habyarimana – conclude la Melvern - E’ uno scandalo che la comunità internazionale non abbia mai creato una commissione d’inchiesta per far luce su questi fatti”. Da oggi, a Kigali, potrebbero pensare che la Francia si sia intromessa fin troppo nella questione.

Matteo Fagotto

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