Alla fine Andres Manuel Lopez Obrador ha mantenuto la promessa. Il 20 novembre,
infatti, Amlo (nomignolo affettuoso acronimo delle iniziali del suo nome), al
grido “Giuro di onorare e di rispettare la costituzione come presidente legittimo”
e ricordando che le elezioni sono state vinte da Calderon per mezzo di una massiccia
frode, si è autoproclamato presidente del Messico.
I fatti. Dopo la cerimonia di insediamento, avvenuta nello Zocalo della capitale, Città
del Messico, davanti a migliaia di suoi sostenitori accorsi in massa per ascoltarlo,
Amlo ha presentato il suo governo ‘parallelo’, formato da sei donne e sei uomini.
“Prometto di proteggere i diritti di tutti i cittadini messicani – ha detto il
leader del Prd - difendere il patrimonio e la sovranità nazionale e cercare in
ogni modo di procurare la felicità della popolazione”. Non solo. Amlo è tornato
anche ai quei giorni di luglio che lo hanno visto sconfitto: “Oggi siamo qui perché,
davanti alla frode elettorale del 2 luglio scorso, abbiamo deciso di dichiarare
abolito il regime di corruzione e privilegi e iniziare la costituzione di una
nuova repubblica”.
La cerimonia, però, non ha alcun tipo di ufficialità e nessun riconoscimento
legale ma un solo obiettivo ben preciso: creare un gruppo di persone compatto in
grado di mettere a in difficoltà il mandato presidenziale di Felipe Calderon,
il reale presidente messicano uscito vittorioso, grazie a una manciata di voti,
dalla tornata elettorale del 2 luglio scorso.
Obrador, durante la manifestazione, ha anche invitato i ‘suoi’ a fare ostruzione
e provare a impedire a Calderon di portare a termine la cerimonia (quella ufficiale)
di insediamento alla presidenza, che si terrà il prossimo 1° dicembre.
Il governo ‘parallelo’, voluto dal leader del Partido revolucionario democratico
(Prd), non essendo legittimo non potrà chiedere alla popolazione nessun tipo di
tassa, ma vivrà con i contributi offerti dai suoi simpatizzanti.
Dal canto suo, Calderon non ha ancora commentato il fatto. Un suo portavoce,
Arturo Garcia Portillo ha fatto sapere, però, che la manifestazione del 20 novembre
allo Zocalo “è stata una sciocchezza”. Ed è stato uno dei commentatori più teneri.
Da luglio. Solo grazie ad un 1 per cento dei voti, Felipe Calderon, espressione del Pan
(Partito conservatore) è riuscito nell’impresa di diventare presidente legittimo
del Messico, nonostante per i primi sei mesi del 2006 fosse in netto svantaggio
nei sondaggi elettorali.
Obrador, comunque, ha sempre rifiutato di accettare i risultati elettorali e
ha più volte fatto riferimento ai brogli protrattisi durante tutto il periodo
delle votazioni.
La fine dei sogni di Obrador, che se avesse vinto avrebbe per la prima volta
portato un rappresentante della sinistra a sedersi sulla poltrona più importante
del Paese, è giunta con la decisione del Tribunale elettorale federale (il massimo
organismo in tema di elezioni del paese) che ha confermato la vittoria di Calderon.