21/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Le prostitute di Rio de Janeiro lanciano una linea di abbigliamento che incanta il Brasile... e sbarca a Parigi
La maglietta Daspu: "Non sono una puttana, sono la puttana"Dimenticate dai politici e snobbate dalla società, le prostitute brasiliane sono scese in campo per reclamare i propri diritti, usando un’arma che sta mietendo migliaia di vittime: stravaganti abiti alla moda.
 
Concorrenza spietata. Sta accadendo a Rio de Janeiro dove, scandendo il motto “prostitute e fiere di esserlo”, le donne di strada hanno ideato magliette, vestitini sexy e borsette rigorosamente ispirati al loro stile di vita. Marchio della linea fashion: Daspu, dal portoghese “das putas”, letteralmente “delle puttane”.
L’intento è racimolare quanto basta per mettere in atto una vera e propria campagna di sensibilizzazione e di riscatto. Convinte che il loro sia un lavoro al pari di ogni altro, le prostitute pretendono leggi adeguate a garantire loro assistenza e anche una pensione. Perché se in Brasile prostituirsi è legale, manca ancora ogni tutela.
“A 60 anni alcune di noi sono ancora obbligate a battere il marciapiede – raccontano –, la concorrenza delle giovani è spietata e i clienti sempre più rari”.
 
Successo inatteso. Ad aiutarle, un’organizzazione non governativa brasiliana, Davida, che da sempre lotta per il riconoscimento della prostituzione quale attività professionale e si batte contro le malattie sessualmente trasmissibili. È stata la direttrice della Ong, Gabriela Leite, ex prostituta, a far sì che la nuova firma esplodesse nel mondo della moda, tanto da essere ospitata alla Biennale delle arti di San Paolo, in ottobre, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti.
 
Modella-prostituta di RioDalla maglietta alla passerella. Con le “putas”, che oltre a ispirare l’abbigliamento fungono da indossatrici, lavora una stilista a tempo pieno, Rafaela Monteiro, che cura i dettagli. La prima collezione si è intitolata “Strada 69” e ha girato intorno al cliente ideale, “l’uomo che passa e che non resta”, ovvero il camionista. L’impronta scelta è stata “femminile ma non volgare”, dato che l’abbigliamento Daspu “si rivolge a tutte le donne”, ha spiegato la stilista, la quale ha attinto le proprie idee per le strade di Rio e a Copacabana, la famosa spiaggia carioca. Abiti volutamente “molto brasiliani” sia nei colori che nello stile.
Nata con magliette militanti a sostegno dei loro diritti, questa linea è diventata in sei mesi pret-a-porter e le sfilate di presentazione della collezione si moltiplicano. Con loro, i clienti e la fama. In poco tempo i negozi di grido della capitale carioca hanno venduto più di cinquemila magliette. Un successo inaspettato.
 
Non solo moda. Grazie a questo impatto, anche le rivendicazioni sostenute da Davida hanno guadagnato visibilità. “Vogliamo far sparire ogni pregiudizio e ogni discriminazione contro le prostitute facendole salire in passerella – ha spiegato Gabriela Leite  - A tutte le età e con le loro forme generose, in modo che rompano i canoni della bellezza. È anche un tentativo per dar loro fiducia in se stesse”. L’associazione, infatti, lavora molto nel sostegno psicologico di queste donne.
 
Modelle-prostitute della linea DaspuContro la tradizione. La speranza è che il successo del marchio, che ha letteralmente stregato Rio e si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il paese, riesca a scuotere la società e ad arrivare in Parlamento. Da tre anni è in sospeso un progetto di legge presentato da Fernando Gabeira, deputato federale dei Verdi, che prevede la regolamentazione del mestiere più vecchio del mondo e che è probabile venga discusso quanto prima. Anche se è opinione comune che la società brasiliana non sia ancora pronta a tanto. Dopotutto, il Brasile è un paese tradizionalista, dove la società e la politica sono molto influenzate dalla Chiesa, cattolica o evangelica che sia e quindi la strada è lunga.
 
Intanto però le prostitute, almeno quelle di Rio, si consolano con il successo della loro iniziativa. La loro griffe sta addirittura per fare il grande salto: quello oceanico. Destinazione? Niente meno che Parigi, la capitale della moda, dove si sono già dette interessate alla collezione le Gallerie Lafayette.
 
 

Stella Spinelli

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