21/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Centinaia di proteste al giorno. Non solo nelle campagne. Il regime ricorre all'esercito
Chen Qian è un contadino del villaggio di Dongzhou, nella provincia meridionale di Guandong. Qui nessuno ha dimenticato il massacro dello scorso 6 dicembre, quando la polizia aprì il fuoco sui contadini in rivolta contro le corrotte autorità locali, uccidendone almeno una ventina. Chen, oltre a non dimenticare, ha deciso di non arrendersi. In vista del primo anniversario di quei tragici fatti, ha iniziato ad attaccare ai muri del villaggio manifestini in cui si denuncia la corruzione dei funzionari locali.
 
Gli scontri di XinduDongzhou. Il 9 novembre la polizia lo ha sorpreso e lo ha arrestato. Il giorno dopo, centinaia di persone del villaggio hanno circondato la stazione di polizia chiedendone la liberazione. Ma gli agenti, invece di rilasciarlo, hanno arrestato altre persone “sgradite” alle autorità, come l’uomo che un anno fa suonò il gong del villaggio per avvertire la popolazione dell’arrivo della polizia, o un altro che aveva litigato con un poliziotto che aveva molestato suo moglie.
La reazione della folla è stata immediata: hanno fatto irruzione nell’ufficio, portando via otto funzionari del partito con l’intenzione di proporre uno “scambio di prigionieri”. Gli otto “ostaggi” sono stati rinchiusi in un piccolo tempio buddista del villaggio”.
Fino a sabato scorso, 18 novembre. Durante la notte, intorno alle 3, un migliaio di agenti della polizia in tenuta antisommossa hanno circondato il villaggio, assaltato il tempio con l’ausilio di cani e liberato gli ostaggi. Non si sa niente altro, dato che la zona è stata isolata da un cordone di polizia che impedisce l’accesso a chiunque e le comunicazioni, telefoniche e via Internet, sono state interrotte.
 
Scontri a DongzhouIn campagna. I fatti di Dongzhou sono l’ennesimo episodio di un ondata di proteste, e repressioni, sempre più frequenti nelle campagne cinesi.
Il 12 novembre nell’adiacente provincia di Fujian, i contadini del villaggio di Xindu hanno manifestato contro l’esproprio forzato delle loro terre per la costruzione di una centrale elettrica. Un centinaio di poliziotti anti-sommossa sono intervenuti disperdendo la protesta a manganellate.
Il 9 novembre, centinaia di poliziotti armati di bastoni, cani e lancia-granate lacrimogene hanno violentemente posto fine alla protesta contadina in corso nel villaggio di Sanzhou, sempre nella provincia di Guandong (v. articolo), dove la sera prima la popolazione locale aveva preso in ostaggio centinaia di funzionari locali e manager stranieri per protestate contro l’esproprio delle loro terre per la costruzione di un granaio.
Il 5 novembre, nella provincia di Shandong, per gli stessi motivi i contadini del villaggio di Zhangzhuang si sono rivoltati, sequestrando un funzionario locale: 1.400 poliziotti anti-sommossa sono stati inviati per reprimere i manifestanti. Negli scontri sono rimaste ferite almeno 37 persone.
 
Scontri a ZhangzhuangIn città. Ma non sono solo i contadini poveri della campagne a ribellarsi. Le proteste e le rivolte interessano anche le città.
L’11 novembre Pechino ha visto la più massiccia manifestazione popolare dall'epoca delle proteste di Piazza Tienanmen: migliaia di persone scese in piazza per protestare contro il decreto che impone un solo cane per famiglia e l’uccisione di tutti gli altri: la polizia anti-sommossa è intervenuta con la forza disperdendo i manifestanti.
Il 12 novembre a Guang'an, provincia di Sichuan, è stata guerriglia urbana tra polizia e manifestanti che avevano assaltato il locale ospedale dopo la morte di un bambino a cui i medici hanno rifiutato le cure perché suo padre non aveva i soldi per pagarle (v. articolo).
Il 13 novembre e i giorni successivi Nanchang, provincia di Jiangxi, è stata un campo di battaglia tra polizia e studenti universitari, inferociti per la truffa dei fasulli diplomi rilasciati dalle facoltà private (v. video).
 
Poliziotti cinesiRicorso all’esercito. Secondo dati ufficiali diffusi dalle stesse autorità cinesi, ogni giorno in Cina si registrano fra le 120 e le 230 proteste (sia manifestazioni pacifiche che rivolte violente), la maggioranza delle quali avviene nelle zone rurali. Rispetto al 2005 – che ha contato 87mila proteste pubbliche con i coinvolgimento di 3 milioni e 760 mila persone – ci sarebbe un calo sensibile, di circa il 22 per cento, stando ai dati diffusi da Pechino. La realtà appare però ben diversa. Non solo per l’evidente aumento del numero degli episodi che sfuggono alla censura, e quindi, a logica, degli episodi in generale. Ma anche per la recente proposta del governo di impiegare per motivi di ordine pubblico non più la polizia ma l’esercito: una scelta che la dice lunga su quale sia la percezione della situazione da parte dei vertici del regime.
 

Enrico Piovesana

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