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Un anno difficile.
Prima il Montenegro che, il 21 maggio 2006, ha scelto di separare per
sempre il suo destino da quello di Belgrado, ponendo fine con il
referendum sull’indipendenza alla federazione serbo – montenegrina che
rimaneva l’ultimo baluardo della ex Jugoslavia. Poi i negoziati sullo
status del Kosovo, in corso a Vienna, e dove le sensazioni dei serbi
non sono positive, per il timore che la comunità internazionale
possa decidere di concedere l’indipendenza alla provincia a maggioranza
albanese. Timori che hanno portato, alla fine di ottobre scorso, la
leadership serba a varare una nuova Costituzione, approvata dalla
popolazione, che sancisce l’indissolubilità del legame tra il Kosovo e
la Serbia. Ma il problema resta. A tutto questo si aggiungono adesso le
tensioni in Sangiaccato, la regione a cavallo tra Serbia e Montenegro,
da sempre enclave musulmana in Serbia, dove gli islamici rappresentano
il 45 percento della popolazione. Nonostante la lontananza religiosa
dal resto della Serbia, al contrario del Kosovo, la popolazione del
Sangiaccato si è sempre identificata nella Serbia intesa come identità
politica, senza mai mostrare segni di irredentismo. Solo che, negli
anni seguenti alla guerra dei Balcani degli anni Novanta, quando
in tutto il mondo islamico passò il messaggio dell’aggressione alla
Bosnia musulmana, molti combattenti volontari arrivarono da tutto il
mondo, introducendo nella regione una visione dell’Islam che mai prima
di allora si era affacciata a quelle latitudini: il wahabismo,
l’interpretazione più rigida dell’Islam, quella più diffusa in Arabia
Saudita.
Soffiare sul fuoco. Questo ha cominciato a
generare qualche tensione, interna alla stessa comunità musulmana, tra i
sostenitori di un Islam tollerante e inserito nel contesto sociale e culturale
serbo e una visione più tradizionale della religione. Questa almeno è stata la
spiegazione fornita dalla polizia serba per l’aggressione, avvenuta venerdì 3
novembre scorso, a Novi Pazar, principale centro del Sangiaccato, ai danni del
muezzin della moschea Arab – Dzamija. Il muezzin della moschea, l’uomo che
chiama i fedeli alla preghiera, si chiama Izet Fijuljanin ed è accusato dagli
aggressori di non essere un musulmano abbastanza rigoroso. Anche perché i
wahabiti, visto che la moschea è stata costruita con fondi sauditi, si
ritengono i padroni dell’edificio. Lo scontro fisico è stato limitato dai
poliziotti che hanno poi isolato il luogo di culto per una settimana.
L’opinione comune a molti osservatori è che comunque, al di là di una certa
diffusione negli ultimi anni, il wahabismo resta una corrente assolutamente
minoritaria nella regione. Ma diventa una presenza visibile a causa
dell’aggressività dei suoi sostenitori. Aggressività che, secondo molti,
finisce per essere strumentalizzata dai due principali partiti politici del
Sangiaccato: la Lista per il Sangiaccato di Sulejman Ugljanin e il Partito democratico del Sangiaccato di Rasim Ljajic,
che da anni si disputano il controllo della regione. Senza esclusione di colpi,
come dimostra la bomba fatta esplodere il 14 novembre scorso sotto casa di
Mahmut Hajrovic, rappresentante del partito di Ljajic, che per fortuna non ha
causato vittime. Le due formazioni, da tempo, si scambiano accuse reciproche
rispetto al fatto di sostenere e aizzare la contrapposizione tra i wahabiti e
gli altri a fini politici. In previsione delle prossime elezioni serbe, fissate
per il 21 gennaio prossimo, c’è poco da stare allegri, ma almeno i serbi si
consoleranno con il fatto che il voto si terrà l’anno nuovo, quando questo
complicato 2006 sarà solo un ricordo.Christian Elia