28/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Sale la tensione in Serbia nel Sangiaccato tra wahabiti e musulmani moderati. Per scopi politici?
Per la Serbia il 2006 non è stato un anno facile. Niente in confronto alla guerra di metà anni Novanta o all’attacco della Nato nel 1999, e poco rispetto alla defenestrazione di Milosevic, ma l’anno solare che volge al termine ha segnato in maniera profonda gli equilibri politici di Belgrado.  
 
una mappa della serbia, con la regione del sangiaccato evidenziata in rossoUn anno difficile. Prima il Montenegro che, il 21 maggio 2006, ha scelto di separare per sempre il suo destino da quello di Belgrado, ponendo fine con il referendum sull’indipendenza alla federazione serbo – montenegrina che rimaneva l’ultimo baluardo della ex Jugoslavia. Poi i negoziati sullo status del Kosovo, in corso a Vienna, e dove le sensazioni dei serbi non sono positive, per il timore che  la comunità internazionale possa decidere di concedere l’indipendenza alla provincia a maggioranza albanese. Timori che hanno portato, alla fine di ottobre scorso, la leadership serba a varare una nuova Costituzione, approvata dalla popolazione, che sancisce l’indissolubilità del legame tra il Kosovo e la Serbia. Ma il problema resta. A tutto questo si aggiungono adesso le tensioni in Sangiaccato, la regione a cavallo tra Serbia e Montenegro, da sempre enclave musulmana in Serbia, dove gli islamici rappresentano il 45 percento della popolazione. Nonostante la lontananza religiosa dal resto della Serbia, al contrario del Kosovo, la popolazione del Sangiaccato si è sempre identificata nella Serbia intesa come identità politica, senza mai mostrare segni di irredentismo. Solo che, negli anni seguenti alla guerra dei Balcani degli anni Novanta,  quando in tutto il mondo islamico passò il messaggio dell’aggressione alla Bosnia musulmana, molti combattenti volontari arrivarono da tutto il mondo, introducendo nella regione una visione dell’Islam che mai prima di allora si era affacciata a quelle latitudini: il wahabismo, l’interpretazione più rigida dell’Islam, quella più diffusa in Arabia Saudita.
 
un minareto della cittadina di novi pazar, nel sangiaccatoSoffiare sul fuoco. Questo ha cominciato a generare qualche tensione, interna alla stessa comunità musulmana, tra i sostenitori di un Islam tollerante e inserito nel contesto sociale e culturale serbo e una visione più tradizionale della religione. Questa almeno è stata la spiegazione fornita dalla polizia serba per l’aggressione, avvenuta venerdì 3 novembre scorso, a Novi Pazar, principale centro del Sangiaccato, ai danni del muezzin della moschea Arab – Dzamija. Il muezzin della moschea, l’uomo che chiama i fedeli alla preghiera, si chiama Izet Fijuljanin ed è accusato dagli aggressori di non essere un musulmano abbastanza rigoroso. Anche perché i wahabiti, visto che la moschea è stata costruita con fondi sauditi, si ritengono i padroni dell’edificio. Lo scontro fisico è stato limitato dai poliziotti che hanno poi isolato il luogo di culto per una settimana. L’opinione comune a molti osservatori è che comunque, al di là di una certa diffusione negli ultimi anni, il wahabismo resta una corrente assolutamente minoritaria nella regione. Ma diventa una presenza visibile a causa dell’aggressività dei suoi sostenitori. Aggressività che, secondo molti, finisce per essere strumentalizzata dai due principali partiti politici del Sangiaccato: la Lista per il Sangiaccato di Sulejman Ugljanin e il Partito democratico del Sangiaccato di Rasim Ljajic, che da anni si disputano il controllo della regione. Senza esclusione di colpi, come dimostra la bomba fatta esplodere il 14 novembre scorso sotto casa di Mahmut Hajrovic, rappresentante del partito di Ljajic, che per fortuna non ha causato vittime. Le due formazioni, da tempo, si scambiano accuse reciproche rispetto al fatto di sostenere e aizzare la contrapposizione tra i wahabiti e gli altri a fini politici. In previsione delle prossime elezioni serbe, fissate per il 21 gennaio prossimo, c’è poco da stare allegri, ma almeno i serbi si consoleranno con il fatto che il voto si terrà l’anno nuovo, quando questo complicato 2006 sarà solo un ricordo.

Christian Elia

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