21/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Tre ragazze s'impegnano in Giordania per diventare campionesse di pugilato
donne pugili sul ring“Io non sono una ragazza cattiva…non voglio che la gente pensi questo di me. Amo solo lo sport. Non m’interessa quello che dicono gli uomini della mia passione. Voglio fare quello che mi piace e niente al mondo è meglio che boxare e battere i maschi”.
 
Ha le idee chiare Sarah Alamiah, una studentessa giordana di 17 anni, che fa parte di una mini-squadra di pugili donne, ad Amman, in Giordania. Lei, assieme alle sue amiche Suzan Mersa e Susanne Abu Drei, di pochi anni più anziane di lei, si allenano con passione e determinazione nella principale palestra di pugilato del Paese, quella in cui si allenano i pugili giordani che andranno alle   XXVIII Olimpiadi dell’era moderna in programma ad agosto del 2004 ad Atene, in Grecia.
 
Sarah, Suzan e Susanne non ci saranno alla cerimonia che il 13 agosto prossimo inaugurerà i giochi olimpici nello stadio di Atene. La boxe femminile, pur presente ai giochi dal 1993 come disciplina dimostrativa, non è ancora ufficialmente entrata nel sacro tempio della più importante manifestazione sportiva del mondo. Non per questo sono meno famose nel loro Paese, visto che la Giordania è il primo Paese della storia del mondo arabo ad avere una squadra femminile di pugilato.
 
“Spero che il nostro sia un esempio da seguire”, spiega Susanne, “un nuovo inizio per una società come la nostra dove esistono troppe discriminazioni tra uomini e donne”.
Le tre ragazze, seguendo la strada di Leila Ali, figlia di Mohammed Ali, indimenticato campione dei pesi massimi, che domina la versione femminile di uno degli sport più seguiti e criticati del mondo.
 
Le critiche più ricorrenti sono quelle che si riferiscono alla pericolosità dei colpi e alle conseguenze che questi possono avere sulla salute degli atleti. In Giordania, per la squadra di piccole donne pugili, riguardano una ben diversa categoria di problemi. Molti conservatori e tradizionalisti religiosi ritengono la boxe femminile uno sport immorale.
 
“Il pugilato è uno sport universale”, ribatte Benngadi Abdel Madjid, il loro allenatore algerino che da dilettante fu campione del mondo, “può essere praticato indistintamente da uomini e donne. Spero che Paesi molto conservatori come l’Arabia Saudita seguano l’esempio di queste ragazze coraggiose e della Giordania”.
 
La questione non è così semplice però. Dall’inizio del 2004, in Giordania, sono stati nove i casi di donne assassinate per motivi di onore. Questa pratica dell’uccisione delle donne che, a detta dei fondamentalisti, macchiano l’onore delle loro famiglie con gravidanze extraconiugali o adulterii, è una piaga che affligge la Giordania e molti altri Paesi arabi e non solo.
 
L’iniziativa della squadra femminile di pugilato è partita, non a caso, su suggerimento della casa reale. Re Abdallah II e la regina Rania, da tempo, si battono per un’evoluzione della società giordana in senso moderno e, soprattutto, per il rispetto dei diritti fondamentali delle donne.
 
La regina in particolare, da tempo, si batte per la riforma dell’articolo 340 del Codice Penale della Giordania, che prevede tutte le attenuanti possibili per gli uomini che si macchiano di questo crimine. La proposta, che giace da tempo in Parlamento, chiede l’inasprimento e la certezza della pena per i colpevoli.
 
Il Paese attraversa un delicato momento politico. Re Abdallah II è sempre stato un buon amico degli Stati Uniti e, da quando ha preso il potere, ha sempre cercato di modernizzare il Paese e uno dei punti chiave della sua politica di riforma della società giordana passa dal ruolo delle donne.
Questo, assieme alla guerra in Iraq, è uno dei maggiori attriti con i fondamentalisti del Paese che, in passato, non hanno mai rappresentato un problema per la Giordania, ma che adesso fanno pressione sul governo.
 
Basti pensare che Abu Musab al-Zarqawi, il terrorista più ricercato del mondo dopo Osama bin Laden e che secondo molti sarebbe il capo della guerriglia in Iraq, è giordano. Nell’aprile del 2004, in pieno centro ad Amman, i corpi speciali hanno disinnescato alcune autobomba pronte ad esplodere. Non era mai successo prima. Non a caso, nello stesso periodo, re Abdallah II ha rinviato una visita ufficiale negli Stati Uniti.
 
Tra delitti d’onore e attentati, la coppia reale continua nella sua politica di sostegno all’emancipazione femminile in Giordania. Sarah, Susanne e Suzan non andranno alle Olimpiadi, ma stanno partecipando ad una competizione molto più importante, dove il premio non è una medaglia di metallo prezioso, ma la libertà e la vita stessa.
 

Christian Elia

Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità