
“Io non sono una ragazza cattiva…non voglio che la gente pensi questo di me.
Amo solo lo sport. Non m’interessa quello che dicono gli uomini della mia passione.
Voglio fare quello che mi piace e niente al mondo è meglio che boxare e battere
i maschi”.
Ha le idee chiare Sarah Alamiah, una studentessa giordana di 17 anni, che fa
parte di una mini-squadra di pugili donne, ad Amman, in Giordania. Lei, assieme
alle sue amiche Suzan Mersa e Susanne Abu Drei, di pochi anni più anziane di lei,
si allenano con passione e determinazione nella principale palestra di pugilato
del Paese, quella in cui si allenano i pugili giordani che andranno alle XXVIII
Olimpiadi dell’era moderna in programma ad agosto del 2004 ad Atene, in Grecia.
Sarah, Suzan e Susanne non ci saranno alla cerimonia che il 13 agosto prossimo
inaugurerà i giochi olimpici nello stadio di Atene. La boxe femminile, pur presente
ai giochi dal 1993 come disciplina dimostrativa, non è ancora ufficialmente entrata
nel sacro tempio della più importante manifestazione sportiva del mondo. Non per
questo sono meno famose nel loro Paese, visto che la Giordania è il primo Paese
della storia del mondo arabo ad avere una squadra femminile di pugilato.
“Spero che il nostro sia un esempio da seguire”, spiega Susanne, “un nuovo inizio
per una società come la nostra dove esistono troppe discriminazioni tra uomini
e donne”.
Le tre ragazze, seguendo la strada di Leila Ali, figlia di Mohammed Ali, indimenticato
campione dei pesi massimi, che domina la versione femminile di uno degli sport
più seguiti e criticati del mondo.
Le critiche più ricorrenti sono quelle che si riferiscono alla pericolosità dei
colpi e alle conseguenze che questi possono avere sulla salute degli atleti. In
Giordania, per la squadra di piccole donne pugili, riguardano una ben diversa
categoria di problemi. Molti conservatori e tradizionalisti religiosi ritengono
la boxe femminile uno sport immorale.
“Il pugilato è uno sport universale”, ribatte Benngadi Abdel Madjid, il loro
allenatore algerino che da dilettante fu campione del mondo, “può essere praticato
indistintamente da uomini e donne. Spero che Paesi molto conservatori come l’Arabia
Saudita seguano l’esempio di queste ragazze coraggiose e della Giordania”.
La questione non è così semplice però. Dall’inizio del 2004, in Giordania, sono
stati nove i casi di donne assassinate per motivi di onore. Questa pratica dell’uccisione
delle donne che, a detta dei fondamentalisti, macchiano l’onore delle loro famiglie
con gravidanze extraconiugali o adulterii, è una piaga che affligge la Giordania
e molti altri Paesi arabi e non solo.
L’iniziativa della squadra femminile di pugilato è partita, non a caso, su suggerimento
della casa reale. Re Abdallah II e la regina Rania, da tempo, si battono per un’evoluzione
della società giordana in senso moderno e, soprattutto, per il rispetto dei diritti
fondamentali delle donne.
La regina in particolare, da tempo, si batte per la riforma dell’articolo 340
del Codice Penale della Giordania, che prevede tutte le attenuanti possibili per
gli uomini che si macchiano di questo crimine. La proposta, che giace da tempo
in Parlamento, chiede l’inasprimento e la certezza della pena per i colpevoli.
Il Paese attraversa un delicato momento politico. Re Abdallah II è sempre stato
un buon amico degli Stati Uniti e, da quando ha preso il potere, ha sempre cercato
di modernizzare il Paese e uno dei punti chiave della sua politica di riforma
della società giordana passa dal ruolo delle donne.
Questo, assieme alla guerra in Iraq, è uno dei maggiori attriti con i fondamentalisti
del Paese che, in passato, non hanno mai rappresentato un problema per la Giordania,
ma che adesso fanno pressione sul governo.
Basti pensare che Abu Musab al-Zarqawi, il terrorista più ricercato del mondo
dopo Osama bin Laden e che secondo molti sarebbe il capo della guerriglia in Iraq,
è giordano. Nell’aprile del 2004, in pieno centro ad Amman, i corpi speciali hanno
disinnescato alcune autobomba pronte ad esplodere. Non era mai successo prima.
Non a caso, nello stesso periodo, re Abdallah II ha rinviato una visita ufficiale
negli Stati Uniti.
Tra delitti d’onore e attentati, la coppia reale continua nella sua politica
di sostegno all’emancipazione femminile in Giordania. Sarah, Susanne e Suzan non
andranno alle Olimpiadi, ma stanno partecipando ad una competizione molto più
importante, dove il premio non è una medaglia di metallo prezioso, ma la libertà
e la vita stessa.