Microsoft, la compagnia leader mondiale dei software per computers, ha da qualche
tempo intensificato la propria produzione di sistemi operativi, come il famosissimo
Windows, nelle lingue tradizionali dei nativi latinoamericani.
L'invenzione. L’ultima presentazione in ordine di tempo è avvenuta in Cile, dove l’azienda
statunitense fondata da Bill Gates nel 1975 ha presentato il sistema operativo
Windows in Mapudungun, la lingua degli indios Mapuche.
Teatro dell’iniziativa la città di Los Sauces, a circa 700 chilometri dalla capitale
Santiago, ‘regno’ indiscusso della comunità Mapuche. Presenti alla cerimonia di
consegna del sistema operativo, Hernan Orellana, responsabile di Microsoft Cile
e Yasna Provoste, ministro dell’Istruzione del paese latinoamericano. “E’ importante
riuscire ad ampliare gli orizzonti culturali e educativi delle popolazioni native
cilene attraverso internet, incorporando l’uso delle nuove tecnologie nello sviluppo
delle comunità Mapuche del Paese”, ha affermato il ministro Provoste che ricordato
come una innovazione di questo tipo possa anche dare una mano alla cancellazione
dell’analfabetismo e creare nuovi spazi per l’occupazione. Inoltre, sempre secondo
la Provoste, questa rivoluzione informatica non solo servirà alle comunità indigene
latinoamericane, ma sarà utilissima anche al resto del mondo, che avrà così un
facile accesso “alla ricchezza della cultura delle popolazioni indigene”.
Da Microsoft. Eppure fino a qualche anno fa sembrava impossibile che il popolo Mapuche potesse
accettare di vedere la propria lingua all’interno di un prodotto Microsoft.
Sono state molte, infatti, le proteste inviate dalla comunità indigena cilena
alla scrivania di Bill Gates. Nel 2005, ad esempio, l’allora leader indigeno
Aucán Huilcamán, aveva fatto sapere che quello di Microsoft poteva essere considerato
un progetto che “danneggiava la sovranità indigena” e “colpiva l’identità del
popolo Mapuche”, esortando l’azienda di Seattle a non continuare. Non solo. I
rappresentanti Mapuche avevano voluto sottolineare come le decisioni prese da
Lagos (in quel periodo presidente del Cile) e dai suoi collaboratori non tenessero
conto della volontà della popolazione indigena. Allora cosa è cambiato? Sicuramente
la strategia della multinazionale dell’informatica è da considerarsi come un’operazione
di marketing ben riuscita che ha raggiunto lo scopo di essere raccontata e che
nel corso del tempo, probabilmente, farà vedere i suoi frutti.
Non solo Mapuche. Ma non sono solo gli indios Mapuche del Cile ad avere un sistema operativo appositamente
elaborato per loro. Anche la comunità indigena che si riconosce nella lingua Quechua,
per intenderci quella che vive in diverse zone del Sud America (in Perù e Bolivia
soprattutto, ma anche in Colombia , Argentina e Ecuador), ha già da un paio di
mesi il suo sistema operativo. Il lavoro di trasformazione in Quechua (idioma
che al suo interno conta almeno 46 derivazioni dialettali e che si calcola possa
essere parlato da più di 12 milioni di persone), a differenza di quello in Mapudungun,
è stato molto più complesso, tanto che alla sua realizzazione, sempre sotto il
controllo del dicastero dell’Educazione peruviano, hanno dovuto lavorare anche
i ricercatori delle università di Sant’Antonio Abel di Cuzco, di San Cristobal
di Huamanga, oltre a esperti di traduzioni di lingue indigene.
Le traduzioni. Nel frattempo, però, sono già quasi cinquanta le versioni di Windows tradotte
nel corso del progetto dell’azienda statunitense denominato “Programa de idiomas
nativos”. E non si fermeranno qui. Infatti è già stato previsto che la prossima
‘traduzione’ sarà quella in Wayuu, idioma utilizzato da una minoranza indigena
che vive a cavallo fra Venezuela a Colombia.
E se nella sola Bolivia il sistema operativo Windows in Quechua potrà essere
utilizzato da milioni di persone, andando avanti con questo ritmo non ci saranno
più gruppi etnici sud-americani senza la possibilità di utilizzare computers.
Insomma, il colosso dell’informatica mondiale avrà sempre di più nel corso dei
prossimi anni un’elevata utilità sociale.