
Non lo ha fermato neanche la presenza di una infermiera nella stanza. E’ entrato
e le ha scaricato addosso un caricatore intero, sei proiettili. L’ha colpita al
cuore, ai polmoni e allo stomaco. E’ accaduto in Giordania, il 2 giugno scorso.
La vittima era una ragazza di 25 anni, di cui non sono state diffuse le generalità.
L’assassino è un cugino della donna, di 39 anni. Ha atteso che partorisse il ‘figlio
della colpa’ e si è introdotto in ospedale, di sera tardi, giustiziando la cugina,
così come aveva deciso il ‘tribunale di famiglia’, una sorta di assemblea allargata
di tutti gli uomini parenti tra di loro.
La scelta su chi dovesse lavare l’onta dall’onore di famiglia è caduta sul cugino.
La colpa che la famiglia non ha perdonato alla ragazza è quella di essere rimasta
incinta per una relazione extraconiugale con un uomo sposato. Nella stanza, oltre
alla terrorizzata infermiera, c’era il neonato nella culla. Per fortuna è salvo,
ma il fatto che nel suo box siano stati trovati dei bossoli, da l’esatta misura
della tragedia che si è abbattuta sulla vita del bimbo. In compenso ora sarà al
sicuro, visto che la famiglia lo ha rifiutato ed è stato affidato a un’istituzione
pubblica giordana, lontano da tutti i ‘tribunali’ di questo mondo.
Questo non è un episodio isolato in Giordania. Siamo al nono caso dall’inizio
del 2004, in un escalation statistica preoccupante rispetto al 2003, quando da
gennaio a dicembre del 2003 si erano avuti 15 ‘omicidi d’onore’ (secondo il report
annuale di Amnesty sulla questione). Il problema affligge da tempo il Paese il
quale ha una legislazione che, nella pratica, non ostacola la vendetta tradizionale,
applicando ai colpevoli delle pene ridicole e concedendogli tutte le attenuanti
possibili. Non a caso l’omicida, accompagnato dai fratelli della vittima, si è
subito consegnato alle autorità, confidando in una pena mite.
Da qualche anno le organizzazioni non governative e le associazioni che si battono
per i diritti delle donne e contro quest’usanza possono contare su un nuovo alleato:
la regina Rania di Giordania.
“Va detto che il problema non riguarda solo la Giordania, ma tutta l’area. La
vittima delle violenze viene considerata partecipe e viene uccisa perché ha disonorato
la famiglia agendo in quel modo. In Giordania si parla maggiormente del problema
perché, il re Abdallah II e soprattutto la regina Rania, si stanno battendo vigorosamente
per un mutamento della mentalità dei giordani rispetto al delitto d’onore”.
A parlare è Giuseppina Muscas di Amnesty International che, per l’associazione
che si batte per il rispetto dei diritti dell’uomo, segue in particolare il Progetto
Donna che si occupa di tutte le violazioni che subisce l’altra metà del cielo.
“Gli autori di questi reati non vengono giudicati come omicidi qualsiasi”, continua
la Muscas, “c’è una via di fuga: o si viene assolti o si viene condannati a pene
lievi. Spesso si fa ricorso all’articolo 98 del codice civile giordano che parla
dell’eccesso d’ira. Il reato quindi, nel senso del delitto d’onore, non è ufficialmente
giustificato, ma viene trattato con tutte le attenuanti. Un esempio in questo
senso lo abbiamo avuto nel 2002, quando a un ragazzo che aveva ucciso la sorella
per motivi d’onore, non è stato contestato l’omicidio premeditato, ma l’eccesso
di rabbia. La cosa sarebbe assurda di per se, ma il massimo è che questo tipo
di attenuante per i casi di omicidio è prevista solo per i delitti d’onore”.
In questo contesto giuridico disarmante s’inserisce la figura della regina Raina,
una donna giovane e cosmopolita, che presiede l’Assemblea delle Donne Arabe. La
moglie di re Abdallah II ha presentato un emendamento di riforma all’articolo
340 del codice penale giordano che disciplina la materia dei delitti d’onore.
Il nuovo testo sottolineava la certezza della pena per gli uomini che si macchiavano
di questo crimine e concedeva le stesse attenuanti che vengono riconosciute ai
colpevoli di sesso maschile alle donne. Adesso la situazione come si presenta?
“La legge era stata presentata dalla regina in un momento politico delicato per
la Giordania”, spiega la Muscas, “perché, a gennaio 2004, c’era un vuoto legislativo
dovuto alle dimissioni del Primo Ministro di allora. Quando si è insediato il
nuovo Parlamento, l’emendamento è stato presentato due volte ed è stato due volte
respinto. Il problema, purtroppo, è molto articolato e complesso. Questo comportamento,
oltre ad essere profondamente radicato, particolarmente nelle zone agricole, e
spesso l’unica alternativa che si presenta per una famiglia rispetto alla faida.
Infatti se i parenti della donna ‘disonorata’si vendicassero uccidendo il partner
maschio, la famiglia di quest’ultimo si vendicherebbe generando una spirale di
violenza inaudita. Quindi i parenti della donna preferiscono uccidere lei piuttosto
che affrontare una lunga e sanguinosa lotta”.
Ci voleva l’impegno di una donna come la regina Rania perché se ne parlasse e
questo ha puntato i riflettori sulla Giordania, come era già successo tempo fa
per un rapporto delle Nazioni Unite di marzo 2004 il quale sostiene che, nel Paese
di re Abdallah, la metà della popolazione femminile è vittima di violenze domestiche
o come ha denunciato in un suo recente rapporto Human Rights Watch, l’associazione
per la difesa dei diritti umani. Niente però è riuscito meglio a far discutere
del delitto d’onore in Giordania quanto la pubblicazione di un libro.
Il titolo è L’amore ucciso, edito da Mondatori. Norma Khouri, l’autrice, è una
donna giordana che racconta la storia di Dalia, la sua amica del cuore. Norma
e Dalia, due ragazze all’epoca dei fatti poco più che vent’enni, riescono a realizzare
il sogno della loro vita: aprire un salone di bellezza a Damasco, il primo della
capitale che ha per clienti uomini e donne. Oltre alla passione per la professione
di parrucchiere, le ragazze vedono in questa iniziativa anche un modo per allontanarsi
dal ferreo controllo delle famigli. Dalia è musulama, Norma è cristiana, ma in
casa sono egualmente oppresse e controllate.
Tutto fila liscio fino a quando Dalia non s’innamora di un cliente, Micheal,
un ufficiale dell’esercito giordano. Un ottimo partito per molte famiglie, ma
non per quella di Dalia. Michael è cristiano. I due tentano una fuga d’amore all’estero
ma vengono scoperti. Dalia viene uccisa dal padre. Norma decide che non può più
vivere li e scappa in Australia dove ora vive e ha una famiglia.
Di fronte a episodi come questo lo sconcerto può facilmente lasciare il posto
alla facile condanna di tutta una cultura, ma non bisogna dimenticare che il dramma
delle violenze sulle donne riguarda tutti.
“In Italia, fino a qualche decennio fa, il delitto d’onore e il matrimonio riparatore
erano accettati dalla legge –conclude Giuseppina Muscas- così come la legge che
tratta stupro per quello che è, cioè un crimine contro la persona è recentissima.
Per non dimenticare che in Spagna le violenze sulle donne sono ad un livello preoccupante”.
Quindi un fenomeno non solo giordano e, soprattutto, non solo arabo o islamico.