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Governo legittimo? Come i precedenti colleghi
dimissionari di Hezbollah e Amal, alleati del presidente Lahoud, anche il
ministro dell’Ambiente, il cristiano Yacoub Sarraf, ha presentato le sue
dimissioni per protestare contro il rifiuto del governo di concedere alla
componente sciita il potere di veto sul parlamento. Il ritiro dei sei
parlamentari ha fatto fallire per l’ennesima volta i colloqui inter-religiosi,
rimandati a data da destinarsi, anche se il fatto che Sarraf sia un cristiano
riduce la portata intersettaria della contesa. Secondo il presidente
filo-siriano Lahoud, le dimissioni dei sei tolgono legittimità al parlamento,
ma diversi costituzionalisti sostengono che, perché il governo cada, sono necessarie
le dimissioni di altri tre parlamentari. Il premier libanese Fouad Siniora ha
respinto le dimissioni ma i sei promettono di tener fede alle loro decisioni.
Il processo Hariri. Secondo la maggioranza
antisiriana, le dimissioni sono la mossa di un “complotto latente”, orchestrato
da Siria e Iran, per bloccare l’istituzione di un Tribunale Internazionale per
l’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, prevista dalla risoluzione 1701 delle
Nazioni Unite. Ma ieri, il parlamento libanese è comunque riuscito ad avere la
maggioranza in aula e ha approvato l’istituzione della Corte. Siniora, dopo il
voto, ha dichiarato che “con questa decisione vogliamo dire agli assassini che
non rinunceremo ai nostri diritti, non importa quanti saranno gli ostacoli”.
Esponenti di Hezbollah hanno negato di voler bloccare i lavori del tribunale,
mentre il ministro delle Telecomunicazioni, Marwan Hamadeh, ha detto che “il
Tribunale internazionale è una questione morale e non politica. Il sangue di
Hariri non può essere venduto su alcun tavolo di negoziato”. Il movimento
antisciita “14 Marzo” ha negato che ci fosse un accordo per concedere a
Hezbollah un terzo più uno del parlamento, quota necessaria a porre il veto, in
cambio del voto favorevole per l’istituzione della Corte Internazionale. Un
accordo, se pure c’era, ormai è saltato. Il tribunale verrà istituito fuori dal
territorio libanese, probabilmente a Cipro. Si baserà sulla legislazione
libanese e internazionale e dovrà tenere conto delle indagini svolte dalla
commissione Nazioni Unite, guidata da Serge Brammertz. L’ultimo rapporto del
successore di Mehlis non è stato reso pubblico, ma secondo indiscrezioni, il
documento contiene accuse esplicite all’establishment di Damasco.
Un momento pericoloso. “Le cose stanno peggiorando”
ha commentato una fonte vicino a Hezbollah, secondo cui, se la componente
pro-siriana non verrà rinforzata in parlamento entro pochi giorni, ci saranno
delle proteste di massa. “Non so chi stia tentando di diffondere un clima di
tensione –ha gettato acqua sul fuoco il leader delle Forze Libanesi, Samir
Gaegea - ma non succederà nulla”. Tutti gli scenari, insomma, sembrano aperti.
Da un lato c’è Hezbollah, che si sente vittorioso dopo la guerra con Israele e
che accusa il governo di non averlo sostenuto e di essersi allineato con la
posizione israeliana che chiede il disarmo del Partito di Dio, dall’altro, il
governo, che sostiene di voler applicare gli accordi di Taif sul disarmo della
milizia sciita. Naoki Tomasini