14/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Sei parlamentari vicini a Hezbollah si dimettono, ma il processo Hariri passa comunque
“Non me la sento di fare parte di un’autorità costituzionale in cui un’intera comunità religiosa sia assente”. Con queste parole, ieri, si è dimesso un sesto ministro del governo libanese.
 
Il parlamento semi-desertoGoverno legittimo? Come i precedenti colleghi dimissionari di Hezbollah e Amal, alleati del presidente Lahoud, anche il ministro dell’Ambiente, il cristiano Yacoub Sarraf, ha presentato le sue dimissioni per protestare contro il rifiuto del governo di concedere alla componente sciita il potere di veto sul parlamento. Il ritiro dei sei parlamentari ha fatto fallire per l’ennesima volta i colloqui inter-religiosi, rimandati a data da destinarsi, anche se il fatto che Sarraf sia un cristiano riduce la portata intersettaria della contesa. Secondo il presidente filo-siriano Lahoud, le dimissioni dei sei tolgono legittimità al parlamento, ma diversi costituzionalisti sostengono che, perché il governo cada, sono necessarie le dimissioni di altri tre parlamentari. Il premier libanese Fouad Siniora ha respinto le dimissioni ma i sei promettono di tener fede alle loro decisioni.
 
Il premier Fouad SinioraIl processo Hariri. Secondo la maggioranza antisiriana, le dimissioni sono la mossa di un “complotto latente”, orchestrato da Siria e Iran, per bloccare l’istituzione di un Tribunale Internazionale per l’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, prevista dalla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ma ieri, il parlamento libanese è comunque riuscito ad avere la maggioranza in aula e ha approvato l’istituzione della Corte. Siniora, dopo il voto, ha dichiarato che “con questa decisione vogliamo dire agli assassini che non rinunceremo ai nostri diritti, non importa quanti saranno gli ostacoli”. Esponenti di Hezbollah hanno negato di voler bloccare i lavori del tribunale, mentre il ministro delle Telecomunicazioni, Marwan Hamadeh, ha detto che “il Tribunale internazionale è una questione morale e non politica. Il sangue di Hariri non può essere venduto su alcun tavolo di negoziato”. Il movimento antisciita “14 Marzo” ha negato che ci fosse un accordo per concedere a Hezbollah un terzo più uno del parlamento, quota necessaria a porre il veto, in cambio del voto favorevole per l’istituzione della Corte Internazionale. Un accordo, se pure c’era, ormai è saltato. Il tribunale verrà istituito fuori dal territorio libanese, probabilmente a Cipro. Si baserà sulla legislazione libanese e internazionale e dovrà tenere conto delle indagini svolte dalla commissione Nazioni Unite, guidata da Serge Brammertz. L’ultimo rapporto del successore di Mehlis non è stato reso pubblico, ma secondo indiscrezioni, il documento contiene accuse esplicite all’establishment di Damasco.
 
Hassan NasrallahUn momento pericoloso. “Le cose stanno peggiorando” ha commentato una fonte vicino a Hezbollah, secondo cui, se la componente pro-siriana non verrà rinforzata in parlamento entro pochi giorni, ci saranno delle proteste di massa. “Non so chi stia tentando di diffondere un clima di tensione –ha gettato acqua sul fuoco il leader delle Forze Libanesi, Samir Gaegea - ma non succederà nulla”. Tutti gli scenari, insomma, sembrano aperti. Da un lato c’è Hezbollah, che si sente vittorioso dopo la guerra con Israele e che accusa il governo di non averlo sostenuto e di essersi allineato con la posizione israeliana che chiede il disarmo del Partito di Dio, dall’altro, il governo, che sostiene di voler applicare gli accordi di Taif sul disarmo della milizia sciita.
“Gli sciiti, la comunità più numerosa in Libano, non sono più rappresentati nel governo libanese –ha commentato il corrispondente dell’Independent, Robert Fisk, -. Questo potrebbe essere uno dei momenti più pericolosi nella storia di questo tragico paese”.  

Naoki Tomasini

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