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Delinquenza comune, crimine organizzato, narcotraffico,
squadroni della morte e soprattutto maras, le bande giovanili armate e
pronte a tutto: nel cosiddetto triangolo nord del Centro America è emergenza
criminalità. Dal Guatemala all’Honduras, passando per il Salvador, si respira
un vero e proprio clima di terrore.
Brutali. “Perdonami mamma, per questa mia vita pazza”. Quando
assaltano, rapinano, uccidono, è questo che gridano i giovani e i giovanissimi
che appartengono alle pandillas, conosciute anche come maras,
(termine nato nel Salvador, deriva dalle formiche amazzoniche Marabundas, che
devastano ogni coltivazione che invadono). Si tratta di gruppi nati nei
quartieri poveri delle grandi città e arrivati a un livello di organizzazione
tale da controllare il narcotraffico e i flussi migratori dell’intera regione.
Definita da chi l’ha vissuta “un labirinto senza uscita”, la pandilla è
per i giovani figli della miseria un modo di vita, una strada per raggiungere
uno
status di appartenenza. In Centro America sono circa novanta le bande
organizzate, ma due in particolare fanno il bello e il cattivo tempo: la M-18
e
la Salvatrucha o Ms. Si tratta di due gang nate negli anni Ottanta negli Stati
Uniti da ragazzi salvadoregni fuggiti durante la guerra civile e poi rispediti
nel paese d’origine. Sono aggregazioni con tanto di riti di iniziazione e segni
di riconoscimento, perlopiù tatuaggi, che si formarono nelle periferie della
California, dove divenne vitale unirsi in bande solidali e ben armate. Un modus
operandi che venne, quindi, riprodotto tale e quale per le strade
salvadoregne, con risultati ora sorprendenti: la Salvatrucha (Salva da El
Salvador e trucha, trota, per la capacità di sgusciare via come un pesce
dalle mani delle forze dell’ordine) conta oltre 180mila affiliati distribuiti
fra il Salvador, l’Honduras e il Guatemala, più qualche cellula in Nicaragua,
e
controlla il 70 per cento delle vie migratorie verso il Messico, con quelle che
loro chiamano “imposte di circolazione”.
Ramificati. “Si tratta di una rete criminale di stampo mafioso fra le
più coordinate al mondo”, ha spiegato Héctor Sánchez Beltrán, investigatore
messicano che collabora con la Università di Guadalajara. Copione simile per la
banda rivale, la Mara-18, il cui nome deriva dal numero del quartiere in cui
prese origine. La loro occupazione principale è ammazzare, rubare, fare soldi
e
infrangere la legge di uno stato che non riconoscono e che non ha escogitato
altro modo per combatterle se non con la forza. Manos Duras, Puños de Hierro
o Planes Escopa sono solo alcuni dei nomi dati da Honduras, El Salvador e
Guatemala alle loro politiche di repressione, che altro non hanno generato se
non un rafforzamento delle gang, come conferma Janeth Aguilar, sociologa facente
parte della Coalizione centroamericana per la prevenzione della violenza
giovanile di San Salvador: “Sono molto più organizzati di un tempo, capaci di
agire in clandestinità, possiedono grande capacità di movimento, sono molto
rigorosi e selettivi con i nuovi adepti e severi con chi abbandona la pandilla.
Sono sempre più violenti e disposti a uccidere”. Paradossalmente sono
proprio le nuove leggi ad aver aggravato il fenomeno e i suoi
legami con la criminalità organizzata. Per denaro, oggi i pandilleros
fanno di tutto: assassinii e stupri su commissione, assalti a banche, furti di
auto. E dalle prigioni dove vengono rinchiusi, i leader dirigono il traffico di
droga e le scorribande.
Guatemala. A lanciare l’allarme della crescente
criminalità nel paese maya è la Fondazione Myrna Mack, un’organizzazione non
governativa, che da 16 anni lotta in difesa dei diritti umani, tanto da
diventare punto di riferimento della vita pubblica nazionale.
El Salvador. Almeno 2.931 persone
sono state assassinate fra gennaio e settembre, con una media di circa dieci al
giorno. Lo riferisce l’Istituto di medicina legale dello stato, che denuncia un
aumento del 3,6 percento rispetto al 2005. Solo nel mese di settembre sono
stati commessi 317 omicidi, l’80 percento dei quali con armi da fuoco. San
Salvador e Soyapango, comune nel medesimo dipartimento della capitale, sono le
città più violente, con la più alta presenza di adepti delle maras.
Secondo uno studio dell’Università Tecnologica si tratta di ragazzi nati e
cresciuti in situazione di miseria e abbandono: l’82.9 percento proviene da
situazioni di estrema povertà, al 72.7 percento manca la figura paterna e l’80
percento è stato vittima di violenza in famiglia, maltrattamenti fisici,
psicologici o sessuali. La maggior parte, infatti, entra nelle pandillas quando
è ancora minorenne.
Honduras. Essendo il paese crocevia
del traffico internazionale di stupefacenti dal Sud America agli Stati Uniti,
ogni attività criminale si concentra su questo immenso business. Secondo le
autorità di Washington, ogni anno passano da qui cento tonnellate di cocaina.
Le maras Salvatrucha e M-18 sono dunque molto attive qui: contano oltre
100mila affiliati e sono pronte a tutto pur di arricchirsi. Fra loro militano
persino bambini di 5 anni. È un’emergenza che affonda le radici in una
situazione di estrema miseria: oltre novemila minorenni sono costretti a
lottare per sopravvivere alla strada. Diventare un pandillero è una
questione di vita o di morte. Stella Spinelli
Parole chiave: maras, pandillas, bande giovanili, narcotraffico, squadroni della morte