stampa
invia
Qui in Perù sembra che il tempo si sia fermato un po’ di anni fa. I modi di fare ricordano
molto quelli dei nonni. Sono tutti molto pacati, tranquilli e con un senso di
fraternità incredibile. Sono ospite in una vera e propria baracca, ma questo non
è un problema. I paesaggi, invece, sono belli e inquietanti allo stesso tempo.
C’è una cosa che regna su tutte in questa cittadina ed è la povertà diffusa e
radicata. Eppure tutti sembrano così a proprio agio nel vivere in strade non asfaltate,
in baracche dove abitano in dieci e dove non c'è né acqua né corrente elettrica.
Ma non importa. Anche il cittadino benestante (come Wilson e la sua famiglia che
mi ospita e che, grazie a lui, vive un po’ sopra la media) sembra incurante del
benessere che può essere dato semplicemente dall'avere l’acqua calda, le finestre,
le tende per non svegliarsi all'alba... piccole cose che, vi assicuro, sarebbero
alla loro portata. Sì, perché tutto cozza con le quattro televisioni che ci sono
in casa, e che urlano ad ogni ora. Ma que pasa? , le cose interessanti sembrano
essere altre, ma quali? Sarà proprio qui la grandezza di questo popolo? Vivo in una casa abitata da non so ancora quante persone. Ogni sera che torno,
un nuovo personaggio mi viene presentato. Il primo giorno ho conosciuto il papà
di Wilson, la mia “balia”, e Victor, il cognato. Victor è simpaticissimo e ho
subito stretto una bel rapporto con lui. Il giorno dopo è stata la volta di mama
e di una delle ‘mille’ sorelle di Wilson. Il terzo giorno è comparso un bimbo
di pochi mesi in braccio alla mama, ma dubito che sia suo figlio dato che è un
po’ avanti con l’età e che il papa dovrebbe avere più o meno 65 anni.
Una cosa che mi viene ancora difficile è stabilire l'età dei peruviani. Più passano
i giorni e più mi accorgo che in questa casa non avrò mai chiaro in quanti ci
si viva.
Col passare dei giorni ho conosciuto ancora altri tre coinquilini: la abuela,
nonna di tutti, l'abuelo, il nonno, e un ennesimo fratello di Wilson. Quindi se
non sbaglio sotto questo tetto dovremmo essere più o meno in quindici. Per ora
non li ho mai incontrati più di una volta e i nomi, che notoriamente non sono
il mio forte, non li ho ancora imparati tutti. Ma conto di farlo al più presto.
La cosa che più colpisce in questa famiglia è la tranquillità. Io potrei scomparire per uno o due giorni che nessuno direbbe nient’altro se non: “Que pasa?”.
I momenti che preferisco sono le lunghe chiacchierate durante le cene in famiglia.
In particolare ho parlato a lungo con il papà di Wilson. Abbiamo preso spunto
dalla immancabile e sempre accesa televisione. Stranamente, non sempre è sintonizzata
su un canale di calcio. In particolare ci siamo ispirati ad un programma di attualità,
"Qu4rto poder", che ci ha dato spunto per paragonare italiani e peruviani, due
civiltà così lontane geograficamente,
ma poi non così diverse. E si è parlato di sanità, di scuola e di Sendero luminoso,
il gruppo terroristico che fino a qualche anno fa teneva sotto controllo intere
tribù con attentati e rivendicazioni mirate quanto crudeli. Ed è allora che ho
intravisto la profondità di un popolo che ha vissuto due decenni di guerriglia,
che ha visto milioni di morti e che ha subito violenze di ogni genere. Dal 1980
al 2000 sono state uccise dalle 40mila alle 60mila persone e la cosa strana è
che il papa ha definito i militanti filomaoisti dei Sendero “poveri, nullatenenti”.
Il nonno peruviano che parla dei sanguinosi guerriglieri, quasi volendo cercare
una spiegazione altra a tanto sangue, a tanta violenza. “E’ per questo che abbracciano
il terrorismo: è l' unica via che vedono per una rivincita nei confronti degli
oppressori” ha detto. E pensare che a quest’uomo i Sendero hanno ucciso tanti
connazionali e anche qualche amico. A questo punto del discorso, infatti, i suoi
occhi si sono inumiditi dalla commozione e ha cominciato a parlare stretto. Non
ho avuto il coraggio di chiedergli di ripetere. Non ho capito proprio tutto, ho
solo sentito il suo dolore. Confesso di essere rimasto profondamente colpito da
quello sguardo.
La sua grandezza è stata proprio questa: andare oltre l'odio e vincere la spirale
di violenza nella quale sembra essere sprofondata la nostra parte di mondo civilizzata.
Ma allora quale è il terzo mondo? chi è il povero?. Sono arrabbiato. E certo meravigliato
nel toccare con mano l'elevatezza morale di un uomo così umile, di una padre di
famiglia che si è fatto in quattro per mandare tutti i figli a scuola e che, solo
ora, a 60 anni, gode di una certa tranquillità.
La comprensione e il rispetto di qualsiasi forma di povertà sembrano essere le basi della vita qui. Qui, dove quando si esce di casa si tocca la miseria con mano, dove la parola proletariato ha senso, dove in famiglia si è in tanti perché alla fine l'unione fa la forza, e dove tutti vivono e lasciano vivere con apparente distacco. In realtà tutto è intriso di un profondo senso di compassione e di impotenza. Solo ora mi sento davvero in grado di poter fare qualcosa. Dare il mio contributo alla conoscenza di tecnologie che potrebbero risolvere il problema energetico per quel 20% di gente che non ne ha.
Stare qua solo e non supportato, però, non è affatto facile. Mi hanno affiancato
due ingegneri che dovrebbero aiutarmi a progettare l'impianto per la produzione
di energia elettrica usando la biomassa, ma
che in verità hanno una preparazione praticamente nulla. Basti pensare che qua
l'università si termina a 21 anni e che non si è ingegneri meccanici o elettrici
o ambientali. Qui si è ingegneri punto e basta. Si conosce un po’ come funzionano
le cose meccaniche, un po’ quelle elettriche e si viene a sapere che ci sono degli
elementi inquinanti. Niente altro. Devo fare da maestro tutti i giorni. Progettare
e poi spiegare le cose che faccio. Tutto è molto gratificante ma mi porta via
tempo e tanta forza. Questo è quanto sto facendo qui: lavorando e insegnando.
Mi piace, non c'è dubbio.
Ma non so quanto potrò andare avanti così.
Nei momenti di sconforto, però, so di poter contare sulle persone care: il grande
Mastro, che mi scrive mail piene di affetto, Robba, che mi dà un insostituibile
sostegno tecnico e psicologico, il gruppo progetti di Ingegneri Senza Frontiere
di Genova, che si sta facendo in quattro per aiutarmi, e Stella che ogni volta
intasa la mia posta elettronica, facendomi sentire tanto importante.
Infine, c’è il paesaggio che vedo ogni mattina per raggiungere la facoltà. Deprimente, incredibilmente deprimente. Ma è proprio da lì che traggo la forza per andare avanti.