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Le vittime del terremoto di Yogyakarta hanno fatto causa al governo per 'non aver mantenuto le promesse' di ricostruzione e di aiuto finanziario alla popolazione.
Cinquemila morti. In quella che è una delle rare azioni legale intraprese dalla popolazione contro
i suoi governanti, 27 avvocati del Yogyakyarta Legal Aid Institute che rappresentano
decine di sopravvissuti, hanno citato a giudizio il presidente Susilo Bambang
Yudhoyono, il vice-presidente Jusuf Kalla e le autorità dell'agenzia governativa
per la ricostruzione, chiedendo pubbliche scuse. Inoltre, hanno anche sollecitato
il governo ad accelerare gli sforzi per ricostruire case a chi ancora vive nelle
tende. Il terremoto di 5,9 gradi Richter che il 27 maggio sconvolse l'isola di
Giava, provocando oltre 5 mila morti, distrusse anche 300 mila abitazioni. Quindici
giorni dopo il sisma, al termine degli accertamenti sull'entità della distruzione,
il governo stimò necessari 2,3 miliardi di dollari per avviare il programma di
ricostruzione. Metà dell'importo avrebbe dovuto essere investito per le abitazioni.
Niente corruzione. Il governo promise ai sopravvissuti i seguenti finanziamenti: 2.500 euro per
ogni casa distrutta; 1.700 per ogni casa seriamente danneggiata; 850 euro per
ogni casa leggermente danneggiata. Il sostegno economico alle persone si aggirava
intorno ai 10 euro ciascuno per tre mesi. Nessuna di queste promesse - secondo
i legali - è stata mantenuta. Migliaia di persone vivono ancora in tenda. Le Nazioni
Unite, per evitare che si verificasse quanto accaduto ad Aceh dopo lo tsunami,
decisero di non costruire più alloggi temporanei. Tali abitazioni sono poi divenute
permanenti, e nella provincia 80 mila persone sono ancora senza casa. I legali
delle vittime non sono riusciti a far abbassare i costi per l'apertura del procedimento,
circa 350 euro, così i querelanti hanno dovuto fare una colletta. Si tratta -
sempre secondo gli avvocati - anche di una questione di principio. Il governo
avrebbe infatti violato le leggi dello Stato sui diritti umani e la norma costituzionale
che dal 1945 regola l'amministrazione del Paese, secondo i dettami di Sukarno:
niente corruzione, niente collusione e niente nepotismo. Secondo la classifica
del International Corruption Perception Index, l'Indonesia è uno tra i dieci Paesi
più corrotti del mondo.
Luca Galassi