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Raccolta a ostacoli. Da giugno a oggi però la situazione è cambiata:
sono arrivate le sanzioni dell’Unione Europea e le tasse sull’esportazione
trattenute da Israele, la cattura del caporale Shalit e i continui raid nella
Striscia di Gaza, la guerra in Libano e la fine del piano di Olmert per il
disimpegno dalla Cisgiordania, fino all’ingresso dell’estrema destra di
Liebermann nel governo israeliano. Tutti questi fattori hanno fatto sì che
l‘indigenza dei palestinesi si sia aggravata. Sempre più persone nei Territori
Occupati fanno affidamento sulla raccolta delle olive per sopravvivere, ma
anche quest’anno le difficoltà si annunciano numerose. I volontari di
un’organizzazione israeliana per i diritti umani, che hanno monitorato la
situazione dei raccolti, riferiscono che l’esercito israeliano ha già bloccato
l’ingresso alle zone coltivate di cinque villaggi, in altri sei villaggi i
campi sono stati chiusi o sequestrati e in altri dieci, l’accesso è stato
consentito solo in date specifiche.
I coloni e il muro. Per i
raccoglitori di olive le difficoltà sono le violenze dei coloni e il muro di
separazione. In un villaggio vicino a Tulkarem, ad esempio, i campi e il paese
sono divisi dal muro, e i cancelli che consentono il passaggio da una parte
all’altra vengono aperti solo tre volte al giorno e per pochi minuti. Il muro
può essere oltrepassato solo con un permesso speciale, i cui criteri sono molto
restrittivi. La raccolta delle olive richiede molta manodopera, eppure capita
spesso che solo il proprietario riesca a ottenere l’autorizzazione
dall’esercito israeliano, che pretende il permesso anche per gli asini. Quanto
ai coloni, gli episodi di attacchi contro agricoltori palestinesi, anche in
presenza di osservatori internazionali, sono innumerevoli. I coloni si sono
resi responsabili di aggressioni e furti che raramente sono stati sanzionati.
Secondo un’ordinanza dell’Alta Corte israeliana, la violenza dei coloni non è
un motivo sufficiente per chiudere l’accesso ai terreni, invece, in molti casi
si è ugualmente scelto di proibire la raccolta nelle aree a rischio. Un giudice
israeliano ha dichiarato: “impedire ai residenti palestinesi di raggiungere i
loro campi per proteggerli dagli attacchi dei coloni è come ordinare a delle
persone di non entrare in casa per paura dei ladri”. Anche quest’anno molte
aree coltivate sono state dichiarate inaccessibili, ma per non violare la
disposizione della Corte la motivazione addotta è stata “per proteggere i
coloni”.
L’economia dell’ulivo. Quasi
la metà delle famiglie palestinesi in Cisgiordania vive sotto la soglia della
povertà e il tasso di disoccupazione supera il 27 percento. Nella Striscia di
Gaza i dati sono peggiori. Oltre alle famiglie proprietarie dei campi, la
raccolta delle olive coinvolge direttamente migliaia di persone, dai
raccoglitori ai lavoratori delle macine, passando per chi si occupa del
trasporto e della vendita dell’olio, che rappresenta il 22 percento della
produzione agricola dei Territori. È stato calcolato che gli ostacoli posti tra
gli agricoltori palestinesi e i campi coltivati sono oltre 500, cui si
aggiungono tutte le complicazioni legate al tracciato del muro, che oggi passa
i 700 chilometri di lunghezza e non è ancora terminato. Quando sarà completo,
su nove milioni di alberi di ulivo censiti nei Territori Occupati, un milione
sarà irraggiungibile. Naoki Tomasini
Parole chiave: Palestina, Israele, Olive, Muro di separazione, Coloni, Povertà