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Fuel for sex. E’ la prima volta che la pratica della vendita
“privata” del carburante si allarga alle prostitute, le quali offrono
prestazioni sessuali in cambio di taniche di benzina da 20 litri che rivendono
poi ai camionisti nei periodi di carenza, ricavando larghi profitti dopo che,
a
settembre, il governo ha imposto un calmiere sui prezzi che ha provocato una
cronica mancanza di carburante. Al mercato nero, un litro di benzina può
arrivare a costare otto dollari, al posto degli 1,2 del prezzo ufficiale. I
ripetuti tentativi della polizia per combattere questo strano scambio sono
sistematicamente falliti. Quello che ormai è conosciuto nel Paese come il
fenomeno del fuel for sex sta
causando non pochi problemi alle autorità, prima di tutto a livello sanitario.
A séguito della crisi economica, la prostituzione si è diffusa a macchia
d’olio, favorendo ancora di più l’innalzamento del tasso di Hiv, uno dei più
alti di tutta l’Africa. Le autorità stimano che almeno 3 mila persone alla settimana
muoiano di Aids in Zimbabwe.
Crisi. Ma l’emergenza
sanitaria non è l’unica che il Paese deve affrontare: in ottobre, l’inflazione
è arrivata al 2000 percento, polverizzando di fatto i (pochi) risparmi della
popolazione e gli stipendi. Tanto che, nelle sempre più frequenti
manifestazioni contro il carovita, la popolazione ha cominciato a bruciare le
banconote in segno di protesta. La crisi economica ha raggiunto livelli così
preoccupanti che nel Paese la forma di scambio più conveniente è diventata il
baratto. Il presidente Robert Mugabe non si aspettava certo che il suo Paese
arrivasse a questo punto quando, nel 2000, varò la tanto sospirata riforma
agraria per concedere la terra fertile, ancora in mano ai farmers bianchi, alla maggioranza nera. Un provvedimento
sacrosanto, ma applicato male e troppo in fretta: lo choc per il Paese è stato
troppo forte, facendo crollare la produttività e trasformando quello che un
tempo era il granaio dell’Africa in un Paese che dipende per un terzo dagli
aiuti alimentari esteri. La siccità degli ultimi anni ha fatto il resto,
riducendo in miseria le un tempo prospere fattorie e i braccianti agricoli, che
sono finiti ad ingrossare le bidonvilles di Harare.
Conti in
rosso. La crisi agricola ha trascinato con sé l’intera
economia, facendo schizzare il tasso di disoccupazione al 70 percento. La
maggioranza della popolazione si arrangia come può, grazie al mercato nero e al
lavoro sommerso, mentre si calcola che almeno un terzo della popolazione sia
emigrato all’estero. Le autorità non riescono a far fronte al problema. Ormai
privo di riserve di valuta forte, lo
Zimbabwe ha i conti perennemente in rosso. Tanto che la mancanza di
carburante è dovuta al fatto che i due fornitori storici, Libia e Kuwait, hanno
chiuso i rubinetti dopo essersi resi conto che Harare non sarebbe stata in
grado di pagare. L’ultra ottantenne Mugabe, sempre più arroccato in difesa del
suo potere, dà la colpa della crisi a un complotto ordito dai Paesi
occidentali, a cui neanche i suoi elettori credono più. Prime fra tutti, le highway girls.Matteo Fagotto