
Nella Striscia di Gaza arsa dal deserto, davanti alla miseria dei campi profughi
sovraffollati c’è il mare. Lo stesso specchio di Mediterraneo e lo stesso tipo
di spiagge che si possono trovare in Israele lungo la costa tra Tel Aviv e Haifa,
dove però il governo israeliano ha creato negli anni le infrastrutture indispensabili
allo sviluppo del turismo di massa. Il turismo balneare, particolarmente quello
interno, è un settore vitale nell’economia di Israele e anche se dall’inizio della
seconda intifada sta affrontando una fase di grande difficoltà, le spiagge della
moderna Tel Aviv sono sempre molto frequentate dai bagnanti e dagli appassionati
surfisti in prevalenza israeliani e americani.
La spiaggia di Palm Beach, invece, non è mai affollata, non ci sono ombrelloni nè code di auto, nè odori
di creme solari. Solo sabbia, palme e qualche baracca di pescatori abbandonata:
è un autentico paradiso per i surfisti, anche se un paradiso riservato a pochi.
La ragione di tanta esclusività è che Palm Beach si trova 15 Km a sud di Gaza
city, tra gli insediamenti colonici di Neve Dakalim e di Gush Katif, nel bel mezzo
dei territori occupati. Qui vivono numerose comunità di coloni ebraci, alcune
sono enclavi religiose ultra ortodosse come quella di Shirat Yam, mentre altre
sono comunità agricole per lo più secolari come Kfar Yam, da cui provengono alcuni
dei giovani israeliani che per primi hanno cavalcato le onde della Striscia di
Gaza.
L’Autorità Palestinese nel momento di maggior fiducia negli esiti del processo di pace, tra il 1994 e il 1995, progettava di sviluppare la costa della Striscia di
Gaza facendone una rinomata località turistica, costruendo infrastrutture balneari
e alberghi da Gaza city al confine con l’Egitto. Questi piani negli ultimi anni
sono stati dimenticati e le onde della Striscia sono oggi riservate ai surfisti.

In larghe zone le spiagge non sono nemmeno accessibili ai palestinesi, spesso
infatti le colonie sono dislocate in modo da frapporsi tra i campi profughi e
il mare per controllare le riserve idriche che si trovano prevalentemente lungo
la costa. Laddove l’accesso alla spiaggia è consentito, come presso il porto di
Gaza city, è possibile vedere piccoli gruppi di donne e bambini fare il bagno
coi vestiti addosso per pudore, contadini che lavano gli animali o lunghe code
di lavoratori che tentano di raggiungere le proprie case passando per la spiaggia
nelle occasioni in cui l’esercito impedisce il passaggio sulle strade costiere.
Le ricche e verdeggianti colonie della striscia di Gaza invece si possono raggiungere
facilmente passando per Israele. A due ore e mezza di auto da Gerusalemme si può
entrare nella Striscia dal fianco orientale passando per il check point di Kissum, il cui accesso è riservato ai soli isaraeliani. I residenti delle colonie possono
entrare ed uscire dagli insediamenti in qualsiasi ora, spostandosi sulle esclusive
by pass roads che tagliano la striscia in tre parti creando ai residenti arabi insormontabili
problemi di spostamento.
Mentre si viaggia su strade interdette agli arabi e protette dall’esercito, la
quiete è interrotta solo dal fragore degli F16, eppure guidando tra le dune di
sabbia, gli scorci di paesaggio mediterraneo e palme fanno quasi dimenticare di
trovarsi in uno scenario di conflitto, e non stupisce il fatto che che gli israeliani
appassionati di surf considerino queste spiagge un paradiso senza pari in tutto
Israele.
Gaza Horbourmouth è la spiaggia di Gaza city, alle volte d’estate è frequentata dai palestinesi in cerca di frescura, ma
sulle guide per surfisti è considerata territorio israeliano. Questo a dispetto
del fatto che per raggiungerla occorre attravarsare il valico di Eretz tra Israele
e i Territori Occupati e un check point controllato dalla polizia dell’Autorità
Nazionale Palestinese. Qui il passaggio del surfista israeliano in cerca di emozioni
non è garantito, qualcuno sostiene che i poliziotti arabi “sono gentili se tu
lo sei con loro”, altri invece avvertono: “Non illudetevi che vi risparmieranno
solo perchè non fate parte dell’IDF”.
Se però come spesso accade, i poliziotti palestinesi non creano problemi, si
raggiunge la spiaggia in breve tempo e la si trova per lo più deserta. Si può
surfare completamente indisturbati – se le capricciose onde della zona lo consentono
- e alloggiare pure nel Gaza International Hotel, costruito prima dell’intifada,
sempre vuoto anch’esso.
Sycamore Beach invece si trova nel nord della striscia di Gaza vicino all’insediamento di Gush
Katif. E' una delle mete preferite per i giovani israeliani in cerca di emozioni
che decidono di surfare proprio in questo punto della Striscia: innanzitutto perchè
è il più facile da raggiungere, poi perchè questa spiaggia, per la prossimità
con le colonie di Dugit e Nissanit, è praticamente irraggiungibile per i palestinesi.
Curiosamente Sycamore Beach ha lo stesso nome del ranch di Ariel Sharon nel deserto
del Negev, dove si dice che il PM abbia meditato e compreso la necessità di evacuare
i lussurreggianti insediamenti dalla Striscia, impunemente costruiti in mezzo
ad un milione e mezzo di palestinesi la maggior parte dei quali rifugiati. Stando
a quanto previsto dall’agenda di Sharon, i coloni della striscia di Gaza, dovranno
presto rinunciare a godere di questo angolo idilliaco in mezzo a povertà e dolore.
Il piano per il ritiro da Gaza, recentemente approvato dalla Knesset infatti,
prevede che Gush Katif, come tutti gli insediamenti della zona, dovrà essere smantellato
entro il 2005: dunque per tutti gli israeliani appassionati di surf questa dovrebbe
essere
l’ultima estate di evoluzioni e tintarella su queste spiagge.
In contrasto con i radicali religiosi, decisi a lottare per non essere evacuati,
la maggior parte degli israeliani secolari che vivono nella striscia sarebbero
disposti, se adeguatamente risarciti, a lasciare le loro residenze marittime minacciate
dal terrorismo e protette dai soldati, per rientrare nel ventre dello stato ebraico.
Intanto però, per solidarietà con chi è deciso a rimanere ad ogni costo, su molte
delle auto in circolazione negli insediamenti della striscia i proprietari hanno
attaccato un’adesivo che dice: “Smantellare le colonie è la vittoria del terrore”.
Un ufficiale israliano, che ha servito nell’esercito a Gaza per sei mesi, ricorda e racconta su internet
di spiagge vergini e praticamente abbandonate: la sabbia chiara, le palme, le
onde morbide del Mediterraneo e qualche baracca di pescatori qua e la. Dal suo
punto di vista le spiagge di Gaza appartengono ad Israele perchè l’unico accesso
alle spiagge della Striscia passa per le vie israeliane, ma non pare affatto interessato
ad approfondire la questione: “Niente politica, mi interessano solo le onde ”.
Naoki Tomasini