Intervista alla prof.ssa Venturini sulle continue violazioni della ris. 1701
"La catastrofe è stata evitata grazie
alla responsabilità delle nostre truppe", ha commentato ieri Michele
Alliot-Marie, ministro della Difesa francese, durante un intervento
all'Assemblea nazionale.
Rapporti tesi. Alliot-Marie si
riferiva a quello che è accaduto il 31 ottobre scorso, quando i caccia
israeliani hanno rischiato di colpire i caschi blu francesi presenti nel sud
del Libano. Questo è solo l’ultimo episodio di una serie di polemiche nate
attorno al rispetto degli accordi sul cessate il fuoco in Libano, dopo
la fine delle ostilità di questa estate. Prima dei francesi, con l’esercito
israeliano avevano avuto problemi i tedeschi che, il 26 ottobre scorso,
avevano denunciato un atto ostile dell’aviazione israeliana contro un’unità
navale del contingente di Berlino. E prima ancora il generale francese
Alain Pellegrini, capo della missione Unifil, il contingente Onu in Libano, che
ha minacciato di aprire il fuoco contro i caccia israeliani se continuano a
sorvolare il Libano in violazione della tregua.
Tregua che è regolamentata, per entrambe le parti, dalla
risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ma quanta reale efficacia ha questo
documento e, di conseguenza, quanta reale efficacia ha la missione Unifil sul
terreno? PeaceReporter l’ha chiesto alla professoressa Gabriella
Venturini, docente di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università Statale di Milano.
Ritiene plausibile la minaccia ventilata dal generale
Pellegrini, secondo la quale se Israele continuerà a violare la tregua
effettuando sorvoli sul Libano, i soldati dell’Unifil potrebbero aprire il
fuoco sui caccia con la Stella di David?
Dubito che un provvedimento di questo tipo possa essere
preso. La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, da
un lato, concede un mandato ampio alla missione Unifil, autorizzandola nelle
sue aree di competenza a fare tutto quello che è necessario per attuare il suo
mandato, proteggendo la popolazione civile e proteggendo i militari che fanno
parte del contingente internazionale. Dall’altro lato, però, il mandato
dell’Unifil è legato al governo libanese del premier Fouad Sinora e alle
decisioni che prende quest’ultimo. Quindi Unifil finisce per avere uno spazio
di manovra ridotto a causa del necessario coordinanento delle sue decisioni con
quelle dell’esecutivo di Beirut.
La tregua, almeno stando alle denunce reciproche, viene
violata da ambo le parti. Uno degli impegni che prende la 1701 è impedire il
contrabbando di armi a favore del movimento di Hezbollah e invece Israele
denuncia un rifornimento continuo, del quale usufruisce la milizia sciita, dalla
Siria e non solo. Quindi alla fine le violazioni d’Israele legittimerebbero il
riarmo di Hezbollah, e il riarmo di Hezbollah legittimerebbe le violazioni
d’Israele. Un cane che si morde la coda. Come se ne esce?
Le indicazioni della 1701 sono, in alcuni
punti, contraddittorie. Il problema è il controllo dello Stato e del
territorio, perché Hezbollah conta anche dei ministri nell’esecutivo di
Beirut
e si finisce che, per disarmare la milizia sciita o per impedirne il
riarmo,
bisogna passare per l’autorizzazione che l’esecutivo stesso dovrebbe
dare.
Inoltre il contrabbando avviene al confine con la Siria, quindi in una
zona che
non rientra nel mandato Unifil. Il punto è se sia stata la decisione
più giusta
quella di utilizzare la stessa Unifil come strumento. Questa missione
esiste da
anni, più o meno con lo stesso mandato, ma la situazione è
profondamente
deteriorata rispetto al tempo della creazione di Unifil. Resta il
problema che, Nato a parte, non c’erano altre soluzioni plausibili,
anche se questa ha già
dimostrato negli anni di non essere particolarmente efficace.
Le violazioni della risoluzione 1701 portano a pensare
anche a tutta una serie di decisioni delle Nazioni Unite che, in
particolare in
Medio Oriente, si sono rivelate prive di efficacia. Basti pensare,
restando al
Libano, alla risoluzione 1559 del 2004 che prevedeva il ritiro delle
truppe
siriane e il disarmo di Hezbollah, e fu applicata solo in parte. E
molte altre. Come tecnico del Diritto Internazionale, crede che lo
strumento stesso delle
Nazioni Unite sia ancora il più giusto per risolvere i problemi della
comunità
internazionale?
La Carta delle Nazioni Unite, così come è stata pensata dai
suoi padri fondatori, risulta abbastanza irrealistica. Nei fatti, in
particolare quando si è trattato di utilizzo della forza, l’Onu è sempre stata
amputata nella sue decisioni. Ma questo non poteva saperlo chi l’ha redatta in
un momento storico particolare. Ritengo però che in molte occasioni sia stata
efficace, anche se mi pare difficile possa esserlo adesso. Il problema di fondo
è che non si può chiedere alle Nazioni Unite di fare quello che gli stati non
vogliono fare o di riparare quello che i singoli governi commettono. Le
soluzioni dei problemi, come la situazione in Medio Oriente, passano
necessariamente dalla volontà politica dei singoli stati di risolverli.
Quindi il problema non è l’Onu, ma i suoi componenti, cioè
i singoli stati. Molti di questi, soprattutto negli ultimi anni, hanno fatto
presente la necessità di cambiare il sistema del Palazzo di Vetro. A che punto
sono le trattative politiche per una riforma delle Nazioni Unite? Ritiene che
l’ipotesi di una riforma sia la soluzione all’impotenza pratica dell’Onu?
Le proposte di riforma, da tempo, sono sempre le stesse. In
particolare l’ampiamento e la democratizzazione del Consiglio di
Sicurezza. Ma
nessuno dei cinque stati accetterà l’abolizione del potere di veto.
L’unica
possibilità è quella di migliorare gli strumenti che sono già previsti
dalla
carta. Per esempio rafforzare il capitolo VI, quello che si basa sulla
volontà degli Stati e non sulla forza, che può ottenere risultati più
apprezzabili. O ancora, visto che ha il potere di farlo, avere un
Segretario
Generale con un grande carisma, perché potrebbe fare molto.
A questo proposito, ora che il
suo mandato sta terminando, che bilancio si può trarre della gestione di Kofi
Annan?
Credo che manchino ancora gli strumenti storici per dare un giudizio
completo sull’operato di Annan. Solo più avanti, avendo a disposizione una
serie di documenti, si potrà giudicare il suo operato. C’è da dire che si è
trovato a gestire un periodo molto delicato e che, all’inizio, ha goduto
dell’appoggio degli Stati Uniti che successivamente è venuto meno. Credo che
abbia fatto del suo meglio, e quindi il giudizio non è negativo, tenendo conto
che si è trovato al centro di uno scandalo finanziario che lo ha indebolito. Ma
ci vorrebbe qualcosa in più in futuro, anche se non si vedono all’orizzonte
figure trascendentali, neanche in Europa, dove non mi pare che in molti si
stiano dando da fare per risolvere i contrasti internazionali.