Appello video alla jihad dei ribelli daghestani. Preoccupati i generali russi
Le barbe nere, simbolo di religiosità islamica, non riescono
a mascherare la loro giovane età. Hanno tutti tra i 20 e i 25 anni. Vivono nei
boschi. Indossano tute mimetiche. Molti hanno il volto coperto da passamontagna
neri. Sono tutti armati fino ai denti, con kalashnikov e lanciarazzi. Sono i
guerriglieri della
Jamiat Shariat, uno
dei più agguerriti gruppi della jihad daghestana. Per la prima volta, pochi
giorni fa, si sono mostrati al mondo in un
video
diffuso dal sito Internet degli indipendentisti ceceni,
Kavzaz Center.
Appello alla jihad. A
parlare, su un sottofondo di cinguettio di uccelli, è il leader del gruppo, Shamil
Gasanov, succeduto all’emiro (comandante) Rasul Makasharipov,
ucciso
nel luglio 2005. Gasanov è diventato famoso negli ambienti jihadisti
daghestani lo scorso febbraio, quando, in un bar di Mahachkala, ha ucciso due
poliziotti che gli avevano chiesto i documenti.
Nel suo lungo discorso, infarcito di richiami ad Allah ma pronunciato
in russo (la lingua del nemico, ma unica lingua franca nel mosaico etnico daghestano),
il giovane emiro rivolge un appello “a tutti i buoni musulmani daghestani”
perché compiano “il loro dovere” unendosi alla guerra santa contro i “nemici
del popolo” e “i nemici di Allah”: il governo locale e quello federale russo.
Poi si rivolge ai poliziotti locali: “Se siete musulmani dovete passare dalla
nostra parte e combattere per Allah, non per i soldi come fate ora. Se morite
combattendo assieme a noi andrete in paradiso. Se morite combattendo contro di
noi andrete all’inferno”.
“Offensiva su vasta
scala”. Ma le parole più importanti di questo video, il leader della
Jamiat Shariat le pronuncia mentre
accarezza un lanciarazzi, dicendo: “Queste armi non le usiamo ancora, ma presto
lo faremo. Ci limitiamo, per scelta, a difenderci, imponendoci una tattica
passiva. Ma ci stiamo preparando per un’offensiva su vasta scala”.
In effetti, a parte sporadici attentati contro funzionari
governativi, finora i ribelli daghestani hanno evitato scontri diretti con le
forze dell’ordine, sparando solo quando vengono fermati da agenti che chiedono
loro i documenti. Nel solo mese di ottobre, sei agenti di polizia sono stati
uccisi in questo modo. Una trentina dall’inizio dell’anno.
Ma ora, a quanto dice Gasanov, la jihad daghestana passerà
all’attacco.
Timori di una nuova
Cecenia. La nuova realtà della jihad daghestana non sfugge ai vertici
militari russi. Il generale Sergei Solodovnikov, vicecapo delle forze militari
russe nel Caucaso, pochi giorni fa ha dichiarato: “Abbiamo di fronte un nemico
molto forte ed estremamente pericoloso. L’eliminazione di diversi capi ribelli
avvenuta nel corso dell’anno non ha indebolito la guerriglia, perché essa trae
forza prima di tutto dalla grave situazione socio-economica che affligge la
repubblica. Possiamo continuare a dare loro la caccia, ma non li potremo
sconfiggere”.
Parole sagge, contraddette però dai fatti. Le forze speciali
russe dell’Fsb e le milizie cecene filo-russe di Kadirov hanno intensificato i
rapimenti di giovani daghestani, soprattutto nel distretto di Khasavyurt. I
rapiti vengono condotti in Cecenia e lì torturati per estorcere loro
informazioni sulla guerriglia. Una strategia controproducente, che spinge
sempre più giovani daghestani verso la jihad. Meglio di qualsiasi appello
video.