09/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La missione Unifil, in un contesto complesso e che non sembra avviato verso un accordo
scritto per noi da
Stefano Grossi 
 
"Prudenza, tanta prudenza", ripetono i marinai con le stellette. "Ci vuole tanta prudenza, la questione è politica, riguarda i libanesi, s’intende, noi qui ci atteniamo alla risoluzione 1701 dell’Onu. Punto". Al comando del contingente italiano a Tibnin, sulle colline nel sud del Libano, i marinai del reggimento San Marco tengono il profilo basso e i bagagli in mano; il reparto pregiato della Marina passa le consegne all’Esercito, i cavalieri della Pozzuolo del Friuli.
 
le insegne del contingente italiano in libanoTra i soldati. Ambedue i reparti appartengono alle forze di proiezione, che tradotto vuol dire reparti di pronto impiego in teatro di crisi con una logistica leggera. Reparti in grado di andare ovunque, ma anche di sganciarsi altrettanto rapidamente. Il porto di Tiro, da dove i marinai sono sbarcati in diretta tv, non è lontano, ma venti chilometri da percorrere in un ambiente improvvisamente ostile non sono pochi. Da Tibnin a Qana la strada è brevissima, pochi chilometri per raggiungere la cittadina dove quest’estate un attacco israeliano ha centrato un palazzo seppellendo 29 persone, bambini compresi. Al posto del palazzo una gettata di cemento con le tombe delle vittime, intorno le bandiere gialle degli Hezbollah, il “partito di Dio”, quelle libanesi, uno striscione: Pace per il Libano. Foto con visi sorridenti, a ricordo di una vita spezzata, appese ai muri di questo piccolo monumento alla antica vergogna della guerra. Un venditore di souvenir chiede dieci dollari per la sua collezione di foto terribili dell’altro attacco, quello del 1996, quando nella base Unifil morirono cento persone. Il territorio è segnato visibilmente dalla guerra, macerie al posto delle case. D’altronde le voci insistenti che correvano su Qana non sono state mai confermate e provate: l’esplosione così devastante del palazzo dovuta all’arsenale celato lì sotto dai combattenti del "partito di Dio”. Unifil 2 non risponde. Qana è stato un evento terribile che i media internazionali hanno proiettato sul palcoscenico, gestito abilmente dagli Hezbollah, provocando l’intervento della comunità internazionale. Luoghi ove si comprende la parola prudenza pronunciata dagli italiani.
 
bimbi libanesi tra le macerieNella capitale. Divisa. Lo scenario non cambia a Beirut. Due ore di macchina da Tiro, i ponti colpiti dai jet di Gerusalemme obbligano a continui rallentamenti, l’autostrada non è ancora ripristinata completamente. Verso la banlieue sud, nel quartiere sciita di Bir- el - Abed, roccaforte degli Hezbollah, altre cartoline di guerra. Palazzi di dieci piani sventrati a vista d'occhio, al centro del quartiere un’immensa piazza, i palazzi qui non ci sono più, solo le fondamenta. Polvere e macerie. Gli Hezbollah controllano gli angoli delle strade, radio a portata di mano e motorini per spostarsi. Altri si muovono aggressivi a bordo di grossi fuoristrada. Chiedono delucidazioni al visitatore occidentale mentre famiglie libanesi passeggiano in macchina nel quartiere: fotografano e filmano. Un giornale israeliano pubblicò in prima pagina la foto di un suo inviato che riuscì a farsi fotografare proprio qui. Una beffa che adesso rende tutto più difficile. Una adolescente sciita, quindici anni, è incaricata di indicare l’uscita. Preparata, inaspettatamente preparata, discute della situazione politica, racconta come in un minuto ha perso quattro familiari sotto le bombe. Alla pizzeria all’uscita del quartiere, i camerieri chiamano rapidamente un taxi, la sera – dicono - qui non ce ne sono. Dal febbraio 2007 il comando della missione passerà dalla Francia all’Italia. L’ambasciatore Cassini, oggi consigliere diplomatico del contingente italiano, dovrà gestire sul campo complessi rapporti tra Unifil2 in toto e la politica libanese. Dall’Italia rimbalzano le polemiche sugli armamenti per gli Hezbollah, armi e missili che transiterebbero dalla Siria fino al sud, sotto gli occhi dei caschi blu. Le foto satellitari in possesso di New York, invece, smentirebbero in parte questo via vai di missili. Ma l’ambasciatore Cassini fa un ragionamento: da una foto satellitare non si può capire se dentro un camion ci sono un missile Fajr o un razzo Katiuscia smontati. Diplomazia al lavoro, dunque, per calmare le acque su questo punto. Le critiche francesi ai voli dei caccia con la stella di Davide su Beirut, la minaccia parigina di usare le batterie di terra-aria poste a difesa della loro base nel sud, l’incidente in acque internazionali dell’altro giorno, nel quale i caccia israeliani sono stati agganciati dai radar di una corvetta tedesca e costretti a lanciare i flares ( difese anti missile), con tanto di reazione aerea e una sventagliata a pelo d’acqua, non convincono invece l’altra parte del fronte.
 
le macerie di beirutScetticismo contrapposto. Gli esponenti sciiti del sud mettono in piedi un altro tipo di ragionamento, non credono che Unifil abbia intenzioni serie contro le violazioni israeliane. Tutt’altro, pensano che alzare la voce oggi contro Israele permetta domani all’Unifil2 di disarmare in qualche modo l’armatissimo e popolare "partito di Dio". Per la giornata di Gerusalemme, che si svolge ogni anno, a ottobre, in tutto il paese con manifestazioni e canti, gli Hezbollah a Tiro erano migliaia. Una pattuglia italiana nei paraggi non ha avuto alcun problema. Gli Hezbollah lo dicono tra le righe, finché la missione rimarrà di peacekeeping andrà tutto bene, ma se si trasformasse in una missione peacecombat, con il tentativo del loro disarmo, non esiterebbero a ricorrere alla forza, che in questa parte del mondo vuol dire anche attacchi suicidi. Vista dal campo del Libano meridionale la soluzione, dunque, è solo politica. Si guarda adesso a Beirut. Il movimento Hezbollah vuole un cambiamento entro breve del governo del premier Fuad Siniora con un governo di unità nazionale. L’ago della bilancia dovrebbe essere il generale cristiano Michel Aoun, rientrato nel 2005, dopo quattordici anni di esilio parigino a causa anche dell’occupazione siriana in Libano. Il generale ha stretto un patto con il movimento sciita e rappresenta un buon 70 percento dei voti cristiani, ma non è al governo. Per questo Hezbollah preme perché Aoun, che dovrebbe essere ricevuto dal Papa prossimamente, entri al più presto. A dare una mano indirettamente all’operazione il presidente del parlamento, lo sciita Nabih Berri, che ha chiamato a un tavolo tutte le forze politiche per aprire un dialogo nazionale tra tutti i principali leader del Libano, paventando in caso contrario uno scontro militare nelle strade di Beirut, tra i partiti della coalizione druso-sunnita e parte dei cristiani, raggruppati nel fronte anti-siriano del "14 marzo", e gli Hezbollah con i suoi alleati. L’iniziativa di Berri comunque è accolta con qualche interesse dal fronte anti siriano perché mira ad allentare le tensioni presenti nel paese. "L’innaturale alleanza" tra il partito di Dio e la maggioranza dei cristiani, infatti, pensano sostenitori vicinissimi al generale Aoun, potrebbe portare a una stabilizzazione del paese nel futuro prossimo, allontanando lo spettro di un’altra guerra civile, con gli Hezbollah più forti politicamente e più disponibili a cedere allo scalcagnato esercito libanese quote di "sovranità" militare. Ipotesi tutta da verificare nel rompicapo mediorientale. 
Categoria: Guerra
Luogo: Libano