La missione Unifil, in un contesto complesso e che non sembra avviato verso un accordo
scritto per noi da
Stefano Grossi
"Prudenza, tanta prudenza", ripetono i marinai con
le stellette. "Ci vuole tanta prudenza, la questione è politica, riguarda
i libanesi, s’intende, noi qui ci atteniamo alla risoluzione 1701 dell’Onu.
Punto". Al comando del contingente italiano a Tibnin, sulle colline nel
sud del Libano, i marinai del reggimento San Marco tengono il profilo basso e
i
bagagli in mano; il reparto pregiato della Marina passa le consegne
all’Esercito, i cavalieri della Pozzuolo del Friuli.
Tra i soldati. Ambedue i reparti appartengono alle
forze di proiezione, che tradotto vuol dire reparti di pronto impiego in teatro
di
crisi con una logistica leggera. Reparti in grado di andare ovunque, ma anche
di sganciarsi altrettanto rapidamente. Il porto di Tiro, da dove i marinai sono
sbarcati in diretta tv, non è lontano, ma venti chilometri da percorrere in un
ambiente improvvisamente ostile non sono pochi. Da Tibnin a Qana la strada è
brevissima, pochi chilometri per raggiungere la cittadina dove quest’estate un
attacco israeliano ha centrato un palazzo seppellendo 29 persone, bambini
compresi. Al posto del palazzo una gettata di cemento con le tombe delle
vittime, intorno le bandiere gialle degli Hezbollah, il “partito di Dio”,
quelle libanesi, uno striscione: Pace per il Libano. Foto con visi sorridenti,
a ricordo di una vita spezzata, appese ai muri di questo piccolo monumento alla
antica vergogna della guerra. Un venditore di souvenir chiede dieci dollari per
la
sua collezione di foto terribili dell’altro attacco, quello del 1996, quando
nella base Unifil morirono cento persone. Il territorio è segnato visibilmente
dalla guerra, macerie al posto delle case. D’altronde le voci insistenti che
correvano su Qana non sono state mai confermate e provate: l’esplosione così
devastante del palazzo dovuta all’arsenale celato lì sotto dai combattenti del
"partito di Dio”. Unifil 2 non risponde. Qana è stato un evento terribile
che i media internazionali hanno proiettato sul palcoscenico, gestito abilmente
dagli Hezbollah, provocando l’intervento della comunità internazionale. Luoghi
ove si comprende la parola prudenza pronunciata dagli italiani.
Nella capitale. Divisa. Lo scenario non cambia a
Beirut. Due ore di macchina da Tiro, i ponti colpiti dai jet di Gerusalemme
obbligano a continui rallentamenti, l’autostrada non è ancora ripristinata
completamente. Verso la banlieue sud, nel quartiere sciita di Bir- el - Abed,
roccaforte degli Hezbollah, altre cartoline di guerra. Palazzi di dieci piani
sventrati a vista d'occhio, al centro del quartiere un’immensa piazza, i
palazzi qui non ci sono più, solo le fondamenta. Polvere e macerie. Gli
Hezbollah controllano gli angoli delle strade, radio a portata di mano e
motorini per spostarsi. Altri si muovono aggressivi a bordo di grossi
fuoristrada. Chiedono delucidazioni al visitatore occidentale mentre famiglie
libanesi passeggiano in macchina nel quartiere: fotografano e filmano. Un
giornale israeliano pubblicò in prima pagina la foto di un suo inviato che
riuscì a farsi fotografare proprio qui. Una beffa che adesso rende tutto più
difficile. Una adolescente sciita, quindici anni, è incaricata di indicare
l’uscita. Preparata, inaspettatamente preparata, discute della situazione
politica, racconta come in un minuto ha perso quattro familiari sotto le bombe.
Alla pizzeria all’uscita del quartiere, i camerieri chiamano rapidamente un
taxi, la sera – dicono - qui non ce ne sono. Dal febbraio 2007 il comando della
missione passerà dalla Francia all’Italia. L’ambasciatore Cassini, oggi
consigliere diplomatico del contingente italiano, dovrà gestire sul campo
complessi rapporti tra Unifil2 in toto e la politica libanese. Dall’Italia
rimbalzano le polemiche sugli armamenti per gli Hezbollah, armi e missili che
transiterebbero dalla Siria fino al sud, sotto gli occhi dei caschi blu. Le
foto satellitari in possesso di New York, invece, smentirebbero in parte questo
via vai di missili. Ma l’ambasciatore Cassini fa un ragionamento: da una foto
satellitare non si può capire se dentro un camion ci sono un missile Fajr o un
razzo Katiuscia smontati. Diplomazia al lavoro, dunque, per calmare le acque su
questo punto. Le critiche francesi ai voli dei caccia con la stella di Davide
su Beirut, la minaccia parigina di usare le batterie di terra-aria poste a
difesa della loro base nel sud, l’incidente in acque internazionali dell’altro
giorno, nel quale i caccia israeliani sono stati agganciati dai radar di una
corvetta tedesca e costretti a lanciare i flares ( difese anti missile), con
tanto di reazione aerea e una sventagliata a pelo d’acqua, non convincono
invece l’altra parte del fronte.
Scetticismo contrapposto. Gli
esponenti sciiti del sud mettono in piedi un altro tipo di ragionamento, non
credono che Unifil abbia intenzioni serie contro le violazioni israeliane.
Tutt’altro, pensano che alzare la voce oggi contro Israele permetta domani
all’Unifil2 di disarmare in qualche modo l’armatissimo e popolare "partito
di Dio". Per la giornata di Gerusalemme, che si svolge ogni anno, a
ottobre, in tutto il paese con manifestazioni e canti, gli Hezbollah a Tiro
erano migliaia. Una pattuglia italiana nei paraggi non ha avuto alcun problema.
Gli Hezbollah lo dicono tra le righe, finché la missione rimarrà di
peacekeeping andrà tutto bene, ma se si trasformasse in una missione
peacecombat, con il tentativo del loro disarmo, non esiterebbero a ricorrere
alla forza, che in questa parte del mondo vuol dire anche attacchi suicidi.
Vista dal campo del Libano meridionale la soluzione, dunque, è solo politica.
Si guarda adesso a Beirut. Il movimento Hezbollah vuole un cambiamento entro
breve del governo del premier Fuad Siniora con un governo di unità nazionale.
L’ago della bilancia dovrebbe essere il generale cristiano Michel Aoun,
rientrato nel 2005, dopo quattordici anni di esilio parigino a causa anche
dell’occupazione siriana in Libano. Il generale ha stretto un patto con il
movimento sciita e rappresenta un buon 70 percento dei voti cristiani, ma non
è al governo. Per questo Hezbollah preme perché Aoun, che dovrebbe essere
ricevuto dal Papa prossimamente, entri al più presto. A dare una mano
indirettamente all’operazione il presidente del parlamento, lo sciita Nabih
Berri, che ha chiamato a un tavolo tutte le forze politiche per aprire un
dialogo nazionale tra tutti i principali leader del Libano, paventando in caso
contrario uno scontro militare nelle strade di Beirut, tra i partiti della
coalizione druso-sunnita e parte dei cristiani, raggruppati nel fronte
anti-siriano del "14 marzo", e gli Hezbollah con i suoi alleati.
L’iniziativa di Berri comunque è accolta con qualche interesse dal fronte anti
siriano perché mira ad allentare le tensioni presenti nel paese.
"L’innaturale alleanza" tra il partito di Dio e la maggioranza dei
cristiani, infatti, pensano sostenitori vicinissimi al generale Aoun, potrebbe
portare a una stabilizzazione del paese nel futuro prossimo, allontanando lo
spettro di un’altra guerra civile, con gli Hezbollah più forti politicamente e
più disponibili a cedere allo scalcagnato esercito libanese quote di
"sovranità" militare. Ipotesi tutta da verificare nel rompicapo
mediorientale.