stampa
invia
Insieme, per l’Iraq. Si chiama Comando Politico
Unificato della Resistenza Irachena (Cpuri) ed è la sigla che, il 27 ottobre
scorso, ha visto la luce in Iraq, annunciata da un articolo sul quotidiano
arabo, edito a Londra, al-Quds al-Arabi. Il comunicato dei fondatori
parla di una sintesi tra il Fronte Patriottico Nazionalista e Islamico e il
Congresso Fondativo Nazionale Iracheno, in parole povere l’ala religiosa e
laico – progressista della società irachena che non si riconosce negli eserciti
stranieri, percepiti come invasori che difendono solo gli interessi economici
dell’Occidente, nè nella deriva jihadista, che fa dell’Iraq il campo di
battaglia di qualcun altro che punta a rendere Baghdad la capitale di un
califfato. Il Comando, come specificato nel comunicato fornito al quotidiano
dagli organizzatori, comprende formazioni ed esperienze molto differenti tra
loro. Ci sono gli orfani del Partito Ba’ath Arabo Socialista e quelli del
Comando Generale delle Forze Armate, politici e militari che, pur distaccandosi
da Saddam Hussein, non rinnegano le idee originarie del partito o l’ideale di
un Iraq unito. Ci sono poi quelli che si definiscono i ‘comunisti patriottici’,
che rinnegano la scelta del Partito Comunista Iracheno, vicino al governo e
ritenuto ‘collaborazionista’. Ma ci sono anche i religiosi, come l’ayatollah
sciita Ahmad al-Hussaini al Bagdadi e il Consiglio degli Ulema sunniti. Con
loro ci sono anche i nasseriani e alcune formazioni della guerriglia armata di
origine sunnita, che non si riconoscono nella visione takfirista della
fede, quella per la quale l’apostata va ucciso.
Novità politica. L’uomo che ha tessuto la trama
dell’accordo è l’ex premier iracheno Izzat Ibhraim, ma le figure di
spicco del
Comando (il cui esecutivo è formato da 15 esuli e 10 membri in Iraq)
sono Qais
Mohammed Nuri, figura di spicco del partito Ba’ath, l’ayatollah
al-Bagdadi,
uomo di fede molto rispettato tra i sunniti, e Abdelyaber al-Kubaysi,
ex esponente del partito Ba’ath, oppositore del regime di Saddam
Hussein e per questo esiliato in Siria fino al novembre 2002, quando è
tornato
in Iraq per prendere parte alla resistenza contro le forze
d'occupazione
statunitensi. Al-Kubaysi dirige l' Alleanza Nazionale Patriottica
irachena,
gruppo che lavora alla creazione di un fronte di liberazione nazionale
in cui
confluiscano tutte le fazioni della resistenza. Appunto il Cpuri, un
pannello
che finisce per mettere assieme laici e religiosi, sunniti e sciiti,
comunisti e
nasseriani. Ma che soprattutto appare oggi, almeno a giudicare dalla
situazione
sul terreno, l’unico elemento di novità rispetto alla presenza militare
straniera e al governo di al-Maliki, il quale viene comunque percepito
come
asservito e incapace di mettere fine alle violenze intersettarie.
Partita a scacchi. Per il momento gli Stati Uniti e i suoi alleati, tanto quanto il
governo iracheno, hanno ignorato il Cpuri. La sconfitta elettorale di George W.
Bush ha sottolineato come, per la
maggioranza dell’opinione pubblica statunitense, il fallimento della guerra in
Iraq sia un dato di fatto. La strategia dell’intervento in Mesopotamia,
militare e politica, viene ormai criticata anche da alcuni osservatori che si
erano detti favorevoli al rovesciamento del regime di Saddam con la forza. La reazione dell’amministrazione Bush è
nell’ammissione ufficiale dell’ambasciatore Usa a Baghdad, Zalmay Khalilzad,
che il 24 ottobre scorso ha ripreso i contatti con la guerriglia irachena. Il
tentativo è quello di condurre al tavolo negoziale i miliziani nazionalisti per
isolare le fazioni più integraliste. Non a caso l’ambasciatore ha incontrato il
Consiglio di Sicurezza dell’al-Anbar, che riunisce le milizie di auto-difesa
che proteggono la popolazione civile dai bombardamenti stranieri e dalle
milizie di fanatici religiosi. L’idea è quella di concordare una maxi
operazione per ripulire Ramadi, ritenuta la culla dell’organizzazione di
al-Qaeda in Iraq. Un’altra apertura verso i sunniti, subito dopo la condanna a
morte di Saddam che serviva anche in termini elettorali agli Usa, è stata
l’emendamento alla legge di de ba’athificazione del Paese. Il Consiglio Supremo
Nazionale per la de ba’athificazione, guidato da Ali al-Lamy, istituito nel
2004, aveva il compito di ripulire lo Stato da tutti coloro che si erano
compromessi con Saddam. Il Consiglio ha stilato all’epoca una lista di 10302
nomi. Di questi, 7688 sono già stati licenziati e, in massima parte, sono
finiti a ingrossare le fila della guerriglia. Adesso il Consiglio fa dietro –
front: restano solo 1500 i nomi nella lista nera, gli altri manterranno il
posto di lavoro e quelli già licenziati saranno risarciti o otterranno una
pensione.
Christian Elia