09/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Nasce il Cpuri, un gruppo che unisce laici e religiosi, contrario ai fondamentalisti e agli occupanti
La situazione in Iraq, mentre i riflettori dell’opinione pubblica sono puntati sulle reazioni alla condanna a morte di Saddam, è sempre più fuori controllo. L’amministrazione Bush annaspa alla ricerca di un accordo con i ribelli e il governo del premier al-Maliki tenta in tutti i modi di coinvolgere i sunniti nel processo di riconciliazione nazionale. Ma forse arriva dalla stessa società civile irachena la ricetta per salvare l’Iraq dal collasso finale.
 
al-kubayisiInsieme, per l’Iraq. Si chiama Comando Politico Unificato della Resistenza Irachena (Cpuri) ed è la sigla che, il 27 ottobre scorso, ha visto la luce in Iraq, annunciata da un articolo sul quotidiano arabo, edito a Londra, al-Quds al-Arabi. Il comunicato dei fondatori parla di una sintesi tra il Fronte Patriottico Nazionalista e Islamico e il Congresso Fondativo Nazionale Iracheno, in parole povere l’ala religiosa e laico – progressista della società irachena che non si riconosce negli eserciti stranieri, percepiti come invasori che difendono solo gli interessi economici dell’Occidente, nè nella deriva jihadista, che fa dell’Iraq il campo di battaglia di qualcun altro che punta a rendere Baghdad la capitale di un califfato. Il Comando, come specificato nel comunicato fornito al quotidiano dagli organizzatori, comprende formazioni ed esperienze molto differenti tra loro. Ci sono gli orfani del Partito Ba’ath Arabo Socialista e quelli del Comando Generale delle Forze Armate, politici e militari che, pur distaccandosi da Saddam Hussein, non rinnegano le idee originarie del partito o l’ideale di un Iraq unito. Ci sono poi quelli che si definiscono i ‘comunisti patriottici’, che rinnegano la scelta del Partito Comunista Iracheno, vicino al governo e ritenuto ‘collaborazionista’. Ma ci sono anche i religiosi, come l’ayatollah sciita Ahmad al-Hussaini al Bagdadi e il Consiglio degli Ulema sunniti. Con loro ci sono anche i nasseriani e alcune formazioni della guerriglia armata di origine sunnita, che non si riconoscono nella visione takfirista della fede, quella per la quale l’apostata va ucciso. 
 
un militare della coalizione su una statua distrutta di saddamNovità politica. L’uomo che ha tessuto la trama dell’accordo è l’ex premier iracheno Izzat Ibhraim, ma le figure di spicco del Comando (il cui esecutivo è formato da 15 esuli e 10 membri in Iraq) sono Qais Mohammed Nuri, figura di spicco del partito Ba’ath, l’ayatollah al-Bagdadi, uomo di fede molto rispettato tra i sunniti, e Abdelyaber al-Kubaysi, ex esponente del partito Ba’ath, oppositore del regime di Saddam Hussein e per questo esiliato in Siria fino al novembre 2002, quando è tornato in Iraq per prendere parte alla resistenza contro le forze d'occupazione statunitensi. Al-Kubaysi dirige l' Alleanza Nazionale Patriottica irachena, gruppo che lavora alla creazione di un fronte di liberazione nazionale in cui confluiscano tutte le fazioni della resistenza. Appunto il Cpuri, un pannello che finisce per mettere assieme laici e religiosi, sunniti e sciiti, comunisti e nasseriani. Ma che soprattutto appare oggi, almeno a giudicare dalla situazione sul terreno, l’unico elemento di novità rispetto alla presenza militare straniera e al governo di al-Maliki, il quale viene comunque percepito come asservito e incapace di mettere fine alle violenze intersettarie.
 
l'ambasciatore usa in iraq khalizadPartita a scacchi. Per il momento gli Stati Uniti e i suoi alleati, tanto quanto il governo iracheno, hanno ignorato il Cpuri. La sconfitta elettorale di George W. Bush ha sottolineato come, per la maggioranza dell’opinione pubblica statunitense, il fallimento della guerra in Iraq sia un dato di fatto. La strategia dell’intervento in Mesopotamia, militare e politica, viene ormai criticata anche da alcuni osservatori che si erano detti favorevoli al rovesciamento del regime di Saddam con la forza.  La reazione dell’amministrazione Bush è nell’ammissione ufficiale dell’ambasciatore Usa a Baghdad, Zalmay Khalilzad, che il 24 ottobre scorso ha ripreso i contatti con la guerriglia irachena. Il tentativo è quello di condurre al tavolo negoziale i miliziani nazionalisti per isolare le fazioni più integraliste. Non a caso l’ambasciatore ha incontrato il Consiglio di Sicurezza dell’al-Anbar, che riunisce le milizie di auto-difesa che proteggono la popolazione civile dai bombardamenti stranieri e dalle milizie di fanatici religiosi. L’idea è quella di concordare una maxi operazione per ripulire Ramadi, ritenuta la culla dell’organizzazione di al-Qaeda in Iraq. Un’altra apertura verso i sunniti, subito dopo la condanna a morte di Saddam che serviva anche in termini elettorali agli Usa, è stata l’emendamento alla legge di de ba’athificazione del Paese. Il Consiglio Supremo Nazionale per la de ba’athificazione, guidato da Ali al-Lamy, istituito nel 2004, aveva il compito di ripulire lo Stato da tutti coloro che si erano compromessi con Saddam. Il Consiglio ha stilato all’epoca una lista di 10302 nomi. Di questi, 7688 sono già stati licenziati e, in massima parte, sono finiti a ingrossare le fila della guerriglia. Adesso il Consiglio fa dietro – front: restano solo 1500 i nomi nella lista nera, gli altri manterranno il posto di lavoro e quelli già licenziati saranno risarciti o otterranno una pensione.
I tentativi di exit – strategy ci sono, ma fino a oggi non hanno portato a nessun risultato. Non è detto che il Cpuri sia la soluzione di tutti i mali, ma rappresenta una novità, e tutti gli attori dell’inferno iracheno dovranno tenerne conto. 

Christian Elia

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