Un soldato Usa condannato per Abu Ghraib viene rimandato in Iraq. Ma dopo un giorno l'esercito cambia idea
scritto per noi da
Lucilla Tempesti
Un sergente condannato per violenza aggravata nel carcere di Abu Ghraib
stava per essere reintegrato tra le forze americane in Iraq: ma dopo la rivelazione
della rivista “Time”, il Pentagono ha cambiato idea
Il sergente Cardona e il “Time”. Per l’accusa, il sergente Santos Cardona si era servito del suo cane come arma,
tormentando prigionieri iracheni per divertimento. Per la difesa, Cardona aveva
solamente obbedito agli ordini dei propri superiori. Al termine del processo a
suo carico, lo scorso 2 giugno, il sergente era stato degradato e condannato a
90 giorni di lavori forzati. Ma giovedì scorso il “Time”ha pubblicato la notizia,
confermata dal Maggiore James Crabtree, del ritorno di Cardona in Iraq. Non solo:
Crabtree ha rivelato che, nonostante la condanna inflittagli, Cardona ha recentemente
riacquistato il rango di sergente.
Le reazioni alla notizia. A quanto riferito dalla famiglia, persino lo stesso Cardona ha mostrato perplessità
e preoccupazione per l’ordine ricevuto. Ad alimentare i suoi timori, una foto
che lo ritraeva apparsa in un video di al-Qaeda, nonché la sua destinazione: sostegno
delle forze di polizia, quelle statisticamente più colpite dagli attacchi terroristici.
Ma anche il mondo militare ha reagito con disagio alla notizia. Se il generale
a riposo John Batiste si è limitato a dichiarare: “Dovete semplicemente chiedervi
quanto lontano dalla catena di comando è stata presa questa decisione”, è stato
invece più esplicito il suo omologo, l’ex generale Barry McCaffrey, per il quale
“il messaggio simbolico percepito in Iraq sarà che gli Stati Uniti sono completamente
insensibili agli abusi perpetrati a danno dei prigionieri”.
La rettifica. La posizione del comando militare statunitense sul ritorno di Cardona in Iraq
si è capovolta nell’arco di 24 ore. Il giovedì la notizia su Cardona pubblicata
dal “Time”; il venerdì un susseguirsi di smentite. Per primo, il Pentagono: non
vi sarebbe stata nessuna decisione definitiva sull’invio di Cardona in territorio
iracheno, e gli spostamenti del sergente e della sua unità si sarebbero arrestati
in una base provvisoria kuwaitiana. Poi, dall’Iraq, ha parlato il luogotenente
colonnello Josslyn L. Aberle: “Cardona non sta tornando in Iraq”. A chiudere
definitivamente la questione, è stato nuovamente il Pentagono, con l’annuncio
del ritorno in patria del sergente e della sua destinazione a nuove occupazioni,
comunque coerenti con la sua esperienza e col suo rango.
L’eco di Abu Ghraib. Intanto, gli episodi di torture commessi dall’esercito statunitense nel carcere
di Abu Ghraib continuano a costituire materiale utile per la propaganda jihadista.
Nel 2004 violenze sessuali, torture, urina su presunti terroristi: filmati
e immagini che sconvolsero l’opinione pubblica, degli Stati Uniti e del mondo.
Sempre nel 2004, con l'avvento delle decapitazioni in Iraq, alcune esecuzioni
vennero motivate dai sequestratori a partire dalle vicende di Abu Ghraib: il 7
maggio toccò a Nick Berg, il 20 settembre a Olin Eugene Armstrong Jr., il 21 settembre
a Jack Hensley, tutti cittadini statunitensi. Dallo scoppio dello scandalo, il
Dipartimento della Difesa Usa, ha rimosso dal servizio 17 uomini tra soldati e
ufficiali, e accusato 7 soldati di negligenza, maltrattamenti, violenza aggravata
e percosse. Tra il maggio 2004 e il settembre 2005, inoltre, 7 soldati sono stati
condannati al carcere, e al congedo con disonore dal servizio. Infine, nel giugno
2006, la sentenza a carico di Cardona, giudicato dalla corte militare colpevole
di negligenza e violenza aggravata, ma condannato ad una pena più mite. Talmente
mite, che per poco non ha
rischiato di tornare in Iraq.