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Sete di energia. Spinta da una crescita economica che ormai dalla metà degli anni Novanta sfiora
il 10 per cento, in Cina i consumi energetici sono esplosi. Nonostante un consumo
di elettricità pro capite ancora un decimo di quello dei paesi industrializzati
(e un’emissione pro capite di inquinanti ferma a un ottavo di quella degli Usa),
la Cina ha una crescente sete di energia, dettata sia da un’industria in espansione
sia da un miglioramento dello stile di vita per milioni di cittadini. Il boom
della domanda cinese di energia ha contribuito all’aumento del prezzo del petrolio.
Ma per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente, la scelta più dannosa di Pechino
è un’altra: l’economico, ma terribilmente inquintante, carbone. Due anni fa, il
paese ha programmato la costruzione di 562 centrali termoelettriche a carbone,
che la Cina sta estraendo a ritmo frenetico, come dimostrano i migliaia di minatori
che muoiono ogni anno (oltre 6.000 nel 2004). E la Cina è responsabile del 90
per cento della crescita della domanda mondiale di carbone negli ultimi tre anni,
che in questo lasso di tempo è cresciuta come aveva fatto nei 23 anni precedenti.
Pechino combattuta. “La Cina ha un bisogno disperato di espandere la sua base industriale”, spiega
a PeaceReporter Paul Roberts, autore del libro The End of Oil, “perché altrimenti, nei prossimi anni, decine di milioni di ex agricoltori
rimarrebbero disoccupati. Pechino non ha molta scelta; per essa, le emissioni
sono un effetto collaterale”. Sempre meno, però, un problema secondario: le piogge
acide che hanno colpito il territorio cinese negli ultimi anni, insieme all’inquinamento
che pervade ormai le metropoli cinese rendendo l’aria irrespirabile, ha spinto
le autorità cinesi a prendere provvedimenti. Il mese scorso è stata introdotta
una legge che obbligherà i produttori di automobili a limitare del 30 per cento
le emissioni inquinanti dei nuovi veicoli. Alessandro Ursic