Scambio di prigionieri sì, scambio di prigionieri no, continua il braccio di ferro Uribe-Farc
scritto per noi da
Simone Bruno

Solo
due settimane fa le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) e il governo
Uribe sembravano andare a braccetto e l’accordo umanitario, ossia lo scambio di
prigionieri sembrava vicino. Le famiglie dei sequestrati speravano di passare
il Natale con i propri cari, dopo anni passati nel limbo aspettando loro
notizie.
Ora
invece siamo allo scontro frontale, le dichiarazioni di guerra tuonano, le
bombe distruggono le case, le pallottole uccidono.
Il
detonatore è stata una bomba esplosa nel centro militare più importante di
Bogotà e attribuita alle Farc, senza prove apparenti, il presidente Uribe
indignato ha lanciato ingiurie, contro i nemici, declassati nuovamente a
terroristi, una vera dichiarazione di guerra e un rilancio del Plan Patriota,
piano militare studiato per sconfiggere i ribelli militarmente. Le Farc dal
canto loro hanno risposto negando la paternità dell’attentato, accettando la
sfida militare.
Bombe nella notte. Nel
villaggio di Tierradentro (Cordoba) erano da poco passate le 3 di notte quando
il sonno degli abitanti è stato interrotto da una serie di esplosioni e
raffiche di mitra.
Le
Farc stavano attaccando la stazione di polizia ubicata nel centro del paese.
I
guerriglieri nascosti nella selva, che ricopre le montagne sul lato orientale
del paese, stavano lanciando bombole di gas trasformate in bombe artigianali,
(secondo
antica ricetta dell’Ira), contro la stazione locale della polizia.
Alcune
fonti parlano di 450 uomini dei fronti 58, 15 e 5 (attivo nella vicina regione
dell’Urabà) che hanno attaccato i circa 70 poliziotti presenti nel paesino.
Gli
scontri si sono prolungati per circa 8 ore, durante le quali il battaglione 11
dell’esercito Colombiano è intervenuto per difendere la polizia.
Il
bilancio è stato di 2 civili e 17 poliziotti morti, oltre un numero non
precisato di vittime tra i guerriglieri. Una tragedia del genere non si vedeva
il Colombia da mesi.
Lo
scenario di questo scontro è una terra lacerata dal conflitto. Qui il controllo
era dei paramilitari del “Bloque Sinú” delle Auc (Autodifesa unita della Colombia),
sotto il comando dell’ italo-colombiano
Salvatore Mancuso, ma dopo la sua smobilitazione è passato ad essere territorio
di conquista. Si tratta di una zona importante strategicamente, perché situata
vicino ad alcune importanti piantagioni di coca.
Gli
abitanti dichiarano che un nuovo gruppo di paramilitari dotati di divise, radio
trasmettitori, armi e tesserino di “reinsertados” terrorizza i contadini
costringendoli a vender loro il raccolto di foglie di coca. Questo gruppo è
comandato dal “pollo Lizcano”, che faceva parte del gruppo di Mancuso e
che oggi, tra le altre cose, integra la rete dei cooperanti, ossia gli
informatori del governo. La polizia lo considera uno dei più grandi
narco-trafficanti del paese.
Questo nuovo gruppo si contende con le Farc il
dominio su questo territorio, rendendo la zona centro di un conflitto costante.
Mentre
tutti aspettavano una offensiva dell’esercito contro la guerriglia è successo
esattamente il contrario: le Farc hanno dato un colpo durissimo all’immagine
del governo e alla politica della “seguridad democratica” invocata dal
presidente. Una prova di forza che dimostra che la guerriglia è ben lontana
dall’essere sconfitta, è anzi ancora dotata di una forza e una capacità
organizzativa impressionante.
Apetura rinnovata. È
sempre di questi giorni un comunicato delle Farc che rinnova la disponibilità
del gruppo guerrigliero ad aprire un dialogo per la liberazione dei prigionieri
e per un più amplio processo di pace, quasi a voler dimostrare la propria forza
prima di sedersi al tavolo dei negoziati, fatto del resto piuttosto comune
prima che due attori armati inizino a negoziare.