07/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa votano per le elezioni di midterm. E i democratici sperano nel sorpasso al Congresso
Un referendum sull’amministrazione Bush, con l'Iraq in primo piano, anche se la presidenza è l’unica carica per cui non si vota. Gli Stati Uniti vanno oggi al voto per le elezioni di midterm,che rinnoveranno il Congresso alla metà del secondo mandato di Bush, rimettendo in discussione tutti i seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato. I sondaggi danno per favoriti i democratici, ma la composizione finale del Congresso, dal 1994 in mano ai repubblicani, è tutt’altro che certa. Ecco i punti salienti del voto di oggi.
 
La sede del Congresso, a WashingtonIl voto. Sono in gioco 435 seggi alla Camera dei rappresentanti, e 33 seggi su 100 al Senato. Verranno inoltre eletti 36 governatori su 50. Si voterà anche per il rinnovo di amministrazioni cittadine e parlamenti statali, e in molti stati si vota per referendum locali, come quello contro l’aborto, nel South Dakota. Per conquistare i due rami del Congresso e ribaltare la situazione attuale, i democratici avranno bisogno di strappare ai repubblicani 15 seggi alla Camera e sei al Senato.
 
I calcoli. Secondo le analisi elettorali degli ultimi giorni, alla Camera i democratici sarebbero già ragionevolmente certi di mettere le mani su 10 seggi attualmente in mano ai repubblicani. Sono considerati ancora da assegnare circa 60 seggi, di cui 54 in mano repubblicana. Un sorpasso democratico alla Camera sembra insomma sempre più probabile. Più complicata la corsa per il Senato, attualmente composto di 55 repubblicani, 44 democratici e un indipendente. Le previsioni parlano di una sfida all’ultimo seggio, che potrebbe anche concludersi con un clamoroso pareggio. I democratici partono da favoriti nelle corse per tre seggi attualmente in mano ai repubblicani. Per gli altri tre che dovrebbero ribaltare per vincere anche al Senato, gli occhi sono puntati su Virginia, Tennessee, Missouri e Montana.
 
Le possibili irregolarità. Dopo le esperienze del 2000 e del 2004 in Florida e Ohio, la questione delle irregolarità elettorali è entrata di prepotenza nel dibattito politico. In Florida, circa 10mila cittadini con nomi uguali a quelli di pregiudicati (che non possono votare) si videro respinti al seggio. In Ohio, la scarsità di macchine per il voto elettronico in aree prevalentemente democratiche costrinse molti elettori a file interminabili per votare, spingendo alcuni a desistere. Per quest’anno, molti hanno sollevato dubbi sulla sicurezza del voto elettronico, effettuato con macchine che non emettono la ricevuta per un eventuale riconteggio, ed esposto ad attacchi di hacker. In una decina di stati, è diventato obbligatorio presentare un documento di identità. Per quanto ciò sia la prassi in Italia, negli Usa – dove la carta d’identità non esiste, e “documento di identità” significa in sostanza la patente di guida – molti vedono queste norme come un tentativo di estromettere dal voto i più poveri, che di solito votano democratico. In Ohio, è stata introdotta una legge che permette ai funzionari elettorali di cancellare dalle liste – senza comunicarlo agli interessati – chi ha commesso irregolarità più o meno gravi. Arrivati al seggio, migliaia di cittadini potrebbero scoprire di non poter votare.
 
La questione dell’affluenza. Tradizionalmente, l’affluenza per le elezioni di midterm è minore di quella, già scarsa per gli standard europei, per le presidenziali. Dal 1970 non si supera il 40 per cento di votanti. Ma la tendenza potrebbe essere ribaltata, soprattutto per la rinnovata compattezza dell’elettorato democratico contro Bush. In campo repubblicano, dove solitamente l’organizzazione territoriale è più ramificata, gli strateghi del partito hanno dovuto invece combattere per cercare di portare alle urne un elettorato che sembra deluso, in particolare dai casi di corruzione che hanno visto protagonisti molti congressisti repubblicani. Entrambi i partiti puntano poi al voto degli “indipendenti”, registrati come tali nelle liste elettorali. Secondo i sondaggi, la maggioranza di questi cittadini voterà per i democratici. Ma la proporzione, che era di due terzi contro un terzo qualche settimana fa, sembra essersi ristretta. Molte persone, inoltre, hanno già votato per posta, un metodo in forte ascesa (e su cui non mancano i dubbi circa eventuali irregolarità). Anche se oggi venisse catturato Osama bin Laden, questa arriverebbe fuori tempo massimo per milioni di cittadini.
 
Il presidente George W. BushLe possibili conseguenze. Cosa potrebbe cambiare nella politica Usa in caso di una vittoria democratica in queste elezioni? Il Congresso ha il potere di approvare o respingere i piani di spesa dell’amministrazione, e in passato si è verificata diverse volte la situazione in cui il presidente è di un partito e il Congresso è controllato dall’altro (Clinton governò così dal 1994 al 2000); secondo una linea di pensiero, questa è in realtà la situazione che porta a un governo più efficiente. In un recente sondaggio, il 70 per cento dei potenziali votanti ha dichiarato di aspettarsi un “ritiro più veloce dall’Iraq” in caso di vittoria dei democratici. In realtà, sul tema il partito democratico è diviso e in campagna elettorale ha evitato di prendere posizioni forti in merito. Di fatto, la debolezza dei democratici è che si sono più posti come un partito “contro Bush”, invece di proporsi “per” qualcosa di diverso.

Alessandro Ursic

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