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Il voto. Sono in gioco 435 seggi alla Camera dei rappresentanti, e 33 seggi su 100 al
Senato. Verranno inoltre eletti 36 governatori su 50. Si voterà anche per il rinnovo
di amministrazioni cittadine e parlamenti statali, e in molti stati si vota per
referendum locali, come quello contro l’aborto, nel South Dakota. Per conquistare
i due rami del Congresso e ribaltare la situazione attuale, i democratici avranno
bisogno di strappare ai repubblicani 15 seggi alla Camera e sei al Senato.
Le possibili irregolarità. Dopo le esperienze del 2000 e del 2004 in Florida e Ohio, la questione delle
irregolarità elettorali è entrata di prepotenza nel dibattito politico. In Florida,
circa 10mila cittadini con nomi uguali a quelli di pregiudicati (che non possono
votare) si videro respinti al seggio. In Ohio, la scarsità di macchine per il
voto elettronico in aree prevalentemente democratiche costrinse molti elettori
a file interminabili per votare, spingendo alcuni a desistere. Per quest’anno,
molti hanno sollevato dubbi sulla sicurezza del voto elettronico, effettuato con
macchine che non emettono la ricevuta per un eventuale riconteggio, ed esposto
ad attacchi di hacker. In una decina di stati, è diventato obbligatorio presentare
un documento di identità. Per quanto ciò sia la prassi in Italia, negli Usa –
dove la carta d’identità non esiste, e “documento di identità” significa in sostanza
la patente di guida – molti vedono queste norme come un tentativo di estromettere
dal voto i più poveri, che di solito votano democratico. In Ohio, è stata introdotta
una legge che permette ai funzionari elettorali di cancellare dalle liste – senza
comunicarlo agli interessati – chi ha commesso irregolarità più o meno gravi.
Arrivati al seggio, migliaia di cittadini potrebbero scoprire di non poter votare.
Le possibili conseguenze. Cosa potrebbe cambiare nella politica Usa in caso di una vittoria democratica
in queste elezioni? Il Congresso ha il potere di approvare o respingere i piani
di spesa dell’amministrazione, e in passato si è verificata diverse volte la situazione
in cui il presidente è di un partito e il Congresso è controllato dall’altro (Clinton
governò così dal 1994 al 2000); secondo una linea di pensiero, questa è in realtà
la situazione che porta a un governo più efficiente. In un recente sondaggio,
il 70 per cento dei potenziali votanti ha dichiarato di aspettarsi un “ritiro
più veloce dall’Iraq” in caso di vittoria dei democratici. In realtà, sul tema
il partito democratico è diviso e in campagna elettorale ha evitato di prendere
posizioni forti in merito. Di fatto, la debolezza dei democratici è che si sono
più posti come un partito “contro Bush”, invece di proporsi “per” qualcosa di
diverso.Alessandro Ursic