stampa
invia
La testimonianza di Emergency. Emergency segue un progetto nel nord dello Sri Lanka. Insieme al Tro,
un'organizzazione nata dalla comunità tamil, ha lavorato nel villaggio di Punochchimunai,
nel distretto
di Batticaloa. “Ridare vita al villaggio, e farlo assieme al Tro, è
stato da subito il nostro obiettivo comune, che rappresenta non solo la
ripresa di una comunità, ma anche un percorso di costruzione di pace”
racconta Giorgio Raineri, coordinatore del progetto. Il lavoro di
Emergency e Tro ha portato canoe e imbarcazioni per ricominciare a
pescare e avviato la costruzione di case in muratura per ricostituire
Punochchimunai. “Ma qualcosa cominciava a cambiare e mentre si
affievoliva il dolore riprendevano le tensioni fra le due parti”
continua a raccontare Raineri. “Tra gli argomenti di confronto tra
governo e oppositori c'è stata proprio la gestione degli aiuti umanitari.
Accuse reciproche, tutte pesanti, fino a sospettare l’uso degli aiuti per
rifornire gli arsenali, per l’acquisto di armi pesanti. Denunce di
sequestro di orfani per la costruzione di un esercito di bambini
soldato”. E qualcosa è cambiato anche a Punochchimunai. “Mesi fa alcuni
operatori umanitari del Tro sono stati sequestrati e alcuni di questi
non hanno mai più fatto ritorno, ma i lavori sono proseguiti e le case
continuavano a essere costruite. Si sono registrati atti intimidatori
nei confronti di muratori impegnati nella costruzione, ma anche verso
gli abitanti del villaggio, atti sempre più gravi”. Atti che hanno
portato, il primo di agosto, alla difficile decisione di bloccare il
cantiere. “Aumenta di giorno in giorno il numero degli sfollati, dei
quali si sa soltanto che non hanno accesso all’acqua né disponibilità
di cibo. Decine di migliaia di persone abbandonano le loro case e
restano bloccate in luoghi ai quali nessuno dei combattenti concede
l’accesso ai convogli umanitari”. Ora Emergency sta cercando soluzioni
possibili per riprendere i lavori di costruzione delle case a
Punochchimunai, per i quali sarebbero bastati ancora tre mesi.
La testimonianza di Medici del Mondo (MdM). La sezione spagnola di MdM era presente in Sri Lanka, nella provincia
orientale di Trincomalee, dal dicembre del 2004, con un programma
sanitario per la popolazione colpita dallo tsunami. “La città di
Trincomalee, oltre ad essere un porto strategico, rappresenta un luogo
chiave nel conflitto” racconta Alberto Barbieri, medico di MdM in Sri
Lanka. “Durante la prima settimana di agosto Mutur, poco distante da
Trincomalee, è stata teatro di una violenta battaglia tra l’esercito
regolare e i ribelli delle Tigri tamil. Gli scontri hanno provocato
numerosi morti tra i civili e circa 30.000 sfollati. Nel corso dei
combattimenti, 17 operatori dell’Ong francese Action contre la faim
(Acf), quasi tutti di etnia tamil, sono stati massacrati mentre si
trovavano nella sede dell’organizzazione a Mutur. In realtà si è trattato
di un’esecuzione sommaria e brutale: i corpi, tutti con magliette
recanti ben in evidenza il logo di Acf, sono stati rinvenuti accostati
l’un l’altro faccia al suolo, con colpi di armi da fuoco alla testa.
Quello che si rivela come uno dei più atroci massacri di sempre
contro il personale di un’organizzazione umanitaria, rappresenta
l’ennesimo episodio paradigmatico della ‘sporca guerra’ in corso: un
conflitto dimenticato, o meglio, sconosciuto, che mette costantemente
in questione la stessa possibilità di un’azione umanitaria
indipendente. La crescente difficoltà di accesso alle popolazioni in
pericolo e l’impossibilità di far pervenire gli aiuti più
urgenti, lo status opaco di una tregua nominale ma di fatto non vigente
che permette una maggiore impunità di tutti i gruppi armati,
l’escalation della violenza nei confronti della popolazione civile, le
organizzazioni umanitarie che diventano obiettivi deliberati delle
varie fazioni in lotta, la sostanziale indifferenza della politica
internazionale per quello che avviene, contribuiscono a fare dello Sri
Lanka una zona di crisi umanitaria permanente”.
La testimonianza di Médecins sans frontières (Msf). Msf, in Sri Lanka dal 1987, ha annunciato il 19 ottobre la sospensione
di tutte le attività mediche, lasciando la penisola di Jaffna per
motivi di sicurezza. “Della guerra in corso in Sri Lanka non c'è quasi
traccia nei nostri media. E’ una guerra feroce con moltissimi morti, che
lontano dalle telecamere non vengono conteggiati. Forse non si vuole
che siano contati. E da quest'anno si è cominciato a eliminare i
possibili testimoni: in agosto, 17 membri di Action Contre la Faim sono stati abbattuti, con metodi da esecuzione, da
assassini non identificati. Esercito e ribelli si rimpallano l'accusa
della responsabilità. Come in Iraq, Afghanistan, Darfur, Cecenia, le
Ong umanitarie sono diventate obiettivo di guerra, al pari della
popolazione civile che sono intervenute ad assistere” dice Gianfranco
De Maio, direttore esecutivo di Msf-Italia. “Accanto alla violenza
diretta, intimidatoria e assassina, in ‘coincidenza’ temporale si sono
sviluppate altre due efficaci tecniche di dissuasione: gli attacchi
sulla stampa e il blocco burocratico di visti e permessi. Si tratta di
un copione di recente recitato altrove, nel Sudan ma pure nella Russia
caucasica, che mina la sicurezza fondante di ogni operazione umanitaria:
venire percepiti come attori super partes. Così, mentre le autorità di
immigrazione comunicavano l'espulsione dei team Msf dando un ultimatum
di una settimana, senza ulteriori spiegazioni, sulla stampa dello Sri
Lanka comparivano accuse di collaborazionismo coi ribelli tamil
attraverso attività clandestine (tra cui la consegna di esplosivo
ottenuto dalla neutralizzazione delle mine, quando notoriamente Msf non
svolge opera di sminamento), attentando alla sicurezza nazionale. In
queste condizioni i programmi sanitari nel nord-est del Paese, a fronte
di una popolazione di 200.000 sfollati che ormai ricevono un'assistenza
sporadica e insufficiente, sono stati sospesi”.
L’Ong insiste nel
tentativo di seguire una via diplomatica che permetta la ripresa dei
programmi di assistenza alla popolazione e si aspetta una
chiarificazione pubblica da parte delle autorità riguardo alla presenza e al lavoro
indipendente delle Ong
internazionali. “Si può essere neutrali dove c'è scontro armato e la
popolazione civile ne è vittima ? Sì, lo sperimentiamo da anni, se si
presta soccorso medico a tutte le vittime, a qualsiasi schieramento
facciano riferimento, e infatti anche in Sri Lanka assistiamo sia la
popolazione cingalese che quella tamil. Se però l'accesso è impedito,
se si vuole imbrigliare l'intervento di protezione attraverso una
censura che risponde a esigenze opposte, militari, sempre ispirate a
logiche di predazione, come tante altre volte, in Congo, dopo il
genocidio ruandese, oppure in Afghanistan, in Iraq, in Nord Corea, a noi resta
il gesto estremo, quello a cui mai vorremmo ricorrere: il ritiro
clamoroso con denuncia puntuale e precisa delle documentate
responsabilità nel conflitto e nell'omissione di soccorso” conclude De
Maio. Valeria Confalonieri