I diritti umani di nuovo sotto inchiesta: la Cina risponde con due importanti decisioni
Scritto per noi da
Lucilla Tempesti
Si assottiglia il muro che da anni la divide la Cina e la comunità internazionale
in tema di diritti umani.
Diritti umani in Cina. Il 31 ottobre una legge che limita alla sola Corte Suprema la ratifica della
pena capitale. Il 1° novembre la revoca della condanna contro l'attivista Chen
Guangcheng. Queste due decisioni paiono fornire una - assai timida - risposta
alle
crescenti perplessità della comunità internazionale sulla salvaguardia dei diritti
umani in Cina. Nel rapporto annuale 2006, Amnesty International denuncia processi
iniqui, torture e maltrattamenti in carcere, controllo dell’informazione, aborti
e sterilizzazioni di stato. E ancora, 8 mila condanne a morte l’anno. Fra queste,
anche alcune in capo a minorenni, nonostante il divieto formulato nell’articolo
37 della Convenzione sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite. Sempre Amnesty
riporta un fiorente traffico di organi dei detenuti. Reni, cornee, pelle dei condannati
a morte immessi nel mercato internazionale, con asportazioni effettuate addirittura
poche ore prima dell’esecuzione. Fonti ufficiali cinesi smentiscono ogni coercizione:
le operazioni verrebbero praticate solo col consenso del detenuto. Ma da un portavoce
del ministero degli Esteri cinese è giunta la conferma di alcuni casi di prelievo
senza assenso.
Niente condanna per Guangcheng. Lo scorso 24 agosto l’attivista Chen Guangcheng era stato condannato a quattro
anni e tre mesi di carcere per “danneggiamento a pubblica proprietà” e “raduno
di persone allo scopo di bloccare la circolazione”. Due mesi dopo, la corte intermedia
(equivalente della Corte d'appello)
di Linyi ha rigettato la condanna “per serie violazioni delle procedure legali”,
ordinando un nuovo processo. Essendo molto basso il numero di ricorsi accolti
dal sistema giudiziario cinese, la decisione della corte ha colto di sorpresa
tanto i familiari dell’attivista quanto i suoi avvocati. A quanto riferito dall’ong
Amnesty International, alla base della precedente condanna di Guangcheng vi sarebbero
state le denunce mosse dall’attivista contro dipendenti sanitari della città
di Linyi, nella provincia di Shandong: questi, secondo quanto riferito da Guangcheng,
avrebbero costretto centinaia di persone ad aborti e sterilizzazioni. Benché tali
pratiche siano illegali, diverse sono le testimonianze di costrizioni da parte
delle autorità locali al fine di rispettare la politica di pianificazione familiare
cinese: secondo il “Time”, sarebbero 7 mila le persone sterilizzate contro la
loro
volontà nella provincia di Shandong.
Alla Corte Suprema le condanne a morte. L’agenzia di stampa cinese Xinhua l’ha accolta come la più importante riforma
sulla condanna capitale degli ultimi vent’anni. Dall’introduzione, nel 1983, della
pena di morte, la Cina ha infatti per la prima volta stabilito che tutte le condanne
a morte emesse dalle corti di livello inferiore debbano essere riesaminate e ratificate
dalla Corte suprema. Non è ancora chiaro tuttavia se tale potere preveda la possibilità
di una nuova udienza d’appello, o se sia confinato ad una revisione di tutti i
documenti a partire dal primo dibattimento. Ad ogni modo, per il presidente della
Corte Suprema Xiao Yang, questa modifica consentirà anche una limitazione dei
frequenti errori giudiziari che interessano le condanne a morte. Ma dietro questa
decisione vi sarebbe anche il tentativo di arginare il commercio illegale di organi
dei detenuti, perché ad essere coinvolti in tale traffico sarebbero anche diversi
giudici delle corti di livello inferiore.