05/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Attesa per la sentenza del processo all’ex raìs, che rischia la morte ma canta vittoria
Saddam Hussein è stato condannato a morte. Lo ha deciso oggi la Corte che, da un anno, lo sta processando e la condanna si riferisce solo alla strage di sciiti di Dujail nel 1982. Saddam aveva chiesto la fucilazione in caso di sentenza capitale, ma invece sarà impiccato. Saddam ha risposto alla lettura della sentenza gridando: "Lunga vita all'Iraq, lunga vita al popolo iracheno".
 
Violazioni. Ma il processo contro l’ex presidente iracheno sarebbe illegale perché viola il diritto a un giusto processo conforme alla legislazione internazionale. “La privazione della libertà per Mr. Hussein è arbitraria e contravviene all’articolo 14 della Convenzione Internazionale per i Diritti Politici e Civili”, cui aderiscono sia gli Usa che l’Iraq. Queste sono le conclusioni del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni Arbitrarie, composto da esperti legali provenienti da Algeria, Iran, Spagna, Ungheria e Paraguay. “Non sono sorpreso –ha commentato Curtis F.J. Doebbler, docente di legge all’università An Najah – chiunque abbia seguito il processo sa che ci sono stati abusi grossolani. Gli Stati Uniti e il governo di occupazione che hanno installato in Iraq devono decidere se rispettare la legge internazionale o continuare a violarla”. La valutazione sul processo non è vincolante e il gruppo di lavoro non ha potere esecutivo.
 
Violenze. Il 20 ottobre del 2005, un giorno dopo l’inizio del primo processo, veniva ucciso Saadun Janubi, avvocato della difesa di Saddam. Da allora ne sono stati uccisi altri tre, oltre al parente di un giudice, mentre gli altri difensori sono stati minacciati al punto di non poter più partecipare alle udienze. L’ultimo episodio è avvenuto a metà ottobre, quando il fratello del procuratore generale del processo è stato ucciso, in periferia di Baghdad. “Lavoriamo in un Paese che ha perso la sua sovranità, dove la legge è stata rimpiazzata dalle armi –ha dichiarato Khalil Al Dulaimi, il capo del collegio difensivo dell’ex Raìs -. La gran parte degli avvocati attivi in questo processo ha dovuto trasferirsi ad Amman, in Giordania. Lo scorso anno la difesa di Saddam chiese che il processo venisse spostato fuori dal Paese, ma il trasferimento non venne concesso perché, come disse allora Ahmed Chalabi: “Una corte irachena deve stare in Iraq”. “Per noi è importante mostrare che al mondo che la giustizia irachena è indipendente, equa e trasparente” gli faceva eco l’allora Premier iracheno Al Jaafari. A un anno di distanza le proteste per le irregolarità del processo non si sono placate: Saddam è custodito in un carcere gestito dagli Usa e il processo si tiene nella Green Zone, la zona di Baghdad controllata dall’esercito Usa. Anche la linea e i documenti dell’accusa sono stati preparati negli Stati Uniti.
 
Manifestazione pro-SaddamLa vittoria è a portata di mano. Saddam è stato condannato a morte per il primo processo, che lo vede accusato del massacro di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, nel 1982. Ma i suoi avvocati hanno già annunciato che ricorreranno in appello. “Se Saddam verrà condannato a morte l’Iraq si trasformerà in un inferno” aveva minacciato uno dei suoi avvocati, Ziyad Najdawi. Il Paese nel frattempo è sconvolto da una guerra civile in cui risulta difficile comprendere quali e quante forze siano in campo. Le violenze settarie tra iracheni hanno superato gli attacchi contro le forze di occupazione e il deposto dittatore sembra più interessato a quel che accade nel Paese che al suo processo. Recentemente Saddam ha lanciato un messaggio al suo popolo dicendo “La vittoria è a portata di mano, ma non dimenticate che il vostro obiettivo a breve termine è limitato alla liberazione del vostro paese dalle forze di occupazione”. ”Non dovrebbe esserci alcun regolamento di conti” ha concluso Saddam, che condanna le violenze settarie perché tolgono linfa alla resistenza contro l’esercito occupante. Il 16 ottobre, non lontano da Kirkuk, c’è stata una manifestazione cui hanno partecipato oltre 500 rappresentanti delle tribù sunnite irachene. Chiedevano la liberazione di Saddam, la partenza delle truppe di occupazione e la conservazione dell’unità del Paese, contro ogni progetto federalista.  

Naoki Tomasini

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