Numero 5. Dal 1° ottobre al 31 ottobre 2006
“L’ho saputo solo ieri sera alle undici, mi ha chiamato mio
cugino: Madou è morto, a Zuwarah”. Nel naufragio sono annegati altri 26
giovani, Isa è a Bamako, Mali, per un incontro sull’immigrazione clandestina e
ricorda al pubblico il racconto dei sopravvissuti. La notizia non compare su
nessun quotidiano, ma è attendibile quanto il dolore delle famiglie che dai
villaggi dell’Africa sub-sahariana piangono i loro cari. Il mese di ottobre ha
visto la morte di almeno 76 persone nelle acque frontaliere tra Algeria e
Spagna, Sahara e Canarie, Libia e Malta, Turchia e Grecia, stando alle notizie
riportate dai principali quotidiani. Come ogni mese viene da chiedersi quanto
il dato rispecchi la realtà.
Scarso interesse. Statistiche non ce ne sono, ma le
testimonianze raccolte nelle scorse settimane da
Fortress Europe in
Marocco, Mali e Sahara occidentale fanno preoccupare seriamente. Isa non é il
solo ad aver perso un familiare in un naufragio fantasma. Secondo l’associazione
Alter Forum, di Laayoun (Sahara), ad ottobre sono morte una trentina di
persone in due distinti naufragi al largo di Tarfaya, il porto africano più
vicino alle Canarie. Dal Marocco invece arriva la segnalazione
dell’Associazione degli amici e delle famiglie delle vittime dell’immigrazione
clandestina (
Afvic), che parla di 168 morti in un naufragio in acque
libiche. E le testimonianze dei migranti sub-sahariani rimpatriati dall’Algeria
in Mali, a Tisawati, parlano di molti, troppi, corpi essiccati al sole lungo le
piste di sabbia che attraversano il Sahara da Tamanrasset verso Oran e Algeri,
alla volta della frontiera marocchina verso Ceuta e Melilla, la Spagna
meridionale, o le Canarie, via Rabat e Laayoun. Applicando lo stesso metro alle
stime di Fortress Europe, dietro le 5.620 vittime certe dell’immigrazione
clandestina negli ultimi vent’anni, potrebbe nascondersi una strage almeno due
o tre volte superiore. Eppure l’Europa delle libertà civili e i governanti
bien-elevés
dei Paesi di origine e di transito, altra soluzione non vedono se non la
repressione da un lato e la latitanza dall’altro. La libertà di viaggiare è un
lusso che vale solo per gli abitanti del ricco Vecchio continente, che ha
deciso di aprire la porta a Sud soltanto alle èlites e ad un numero di braccia
pari ai posti di lavoro rifiutati dalla nuova generazione europea. Gli altri
non sono i benvenuti. Intanto i governi africani, supini, continuano a vendere
all’asta i propri Paesi e non hanno niente da offrire ai propri giovani. In realtà
la politica europea è una politica del bastone e della carota.
I numeri di Frontex. La prima missione nel
Mediterraneo di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle
frontiere, è stata “un successo”, dichiara il direttore esecutivo Ilkka
Laitinen: 1,2 milioni di euro bruciati in due settimane, dal 3 al 17 ottobre.
Ben
900mila euro al giorno per far girare il motori delle navi e degli aerei
inviati a pattugliare il Canale di Sicilia dai 5 volenterosi: Italia, Malta,
Francia, Germania e Grecia. La missione è finita, l’anno prossimo potrebbe
riprendere prima dell’estate, quando gli sbarchi aumentano, magari con la
partecipazione della Libia, finora restia. Intanto il dichiarato successo ha
spinto il Parlamento europeo ad aumentare il budget del controllo delle frontiere,
un bottino che oggi vale 170 milioni di euro, 1.700 euro a testa per ognuno dei
circa 100mila migranti che ogni anno entrano illegalmente via mare da Spagna,
Malta, Italia e Grecia. La Guardia
civil spagnola continua la formazione della Guardia costiera mauritana a
Nouadhibou e Nouakchott, sebbene i suoi uomini lamentino l’elevata corruzione
del Paese, che di fatto fa dei controlli in mare dei meri pedaggi. A Dakar
invece è impegnata la Guardia di Finanza italiana, mentre alla Croce rossa
spagnola è affidata la preparazione e la distribuzione dei pasti al centro di
detenzione dei migranti Ecole 6, a Nouadhibou. Qui decine di giovani
arrestati in mare o in partenza sono stipati su brandine a castello appiccicate
una alle altre in uno stanzone dietro finestre di sbarre. Non hanno commesso
reati penali, ma la porta di ferro si apre 3 volte al giorno, per i pasti. In
teoria entro 48 ore il governo mauritano noleggia pulmini da 20 posti per
accompagnare i migranti alla frontiera violata, con il Senegal o con il Mali.
Offre l’Europa. Non sempre è cosi’. Fortress Europe ha visitato il
centro a cavallo della festa ‘Id al fitr di fine Ramadan: i 29 detenuti erano
agli arresti da 10 giorni e sui muri della stanza vuota dove gli uomini della
shurta
(polizia) bevono il tè, sono incisi “14 days here” di un gruppo particolarmente
sfortunato. E questo non è niente rispetto alle drammatiche condizioni dei
migranti arrestati in Algeria e in Libia.
Denunciare gli abusi. Human
Rights Watch ha accusato Trípoli in un recente rapporto. L’Italia finanzia 3 di
quelle carceri dal 2003. Madrid intanto ha firmato con il Senegal un accordo
che prevede 15 milioni di euro per la cooperazione allo sviluppo del Paese
africano. Progetti simili esistono anche in Guinea Equatoriale e sono in via di
negoziazione in Niger e Mali. Il mese di ottobre ha visto la ripresa degli
assalti al grillage di Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in terra
marocchina. La pressione sull’alambrada si era alleggerita dopo i 14 morti
dell’agosto 2005. Oltre cento persone sono state respinte dall’esercito
marocchino nel mese in cui Sos racismo ha presentato un rapporto che fa
luce su 10 anni di violenze ai danni dei migranti nella valle tra Ceuta e
Melilla: 379 casi documentati di rimpatri illegali e 179 episodi di aggressione
fisica. Ottobre conferma anche la ripresa dei viaggi verso la costa sud della
penisola iberica: oltre 300 uomini sbarcati di cui 106 minori. In Sicilia il
flusso dei migranti rimane permanente, ma sotto ogni allarmismo. Dati del
Viminale parlano infatti di 19.552 persone arrivate dall’inizio dell’anno rispetto
ai 22.824 dell’intero 2005. Fortress Europe è una rassegna stampa che
dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 5.620 morti
documentate, tra cui si contano 1.827 dispersi. Sono soprattutto naufragi
(4.439 morti in mare), ma non mancano incidenti stradali, morti di stenti nel
deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi dagli spari
dell'esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia, Marocco e Algeria,
o saltati su una delle 25mila mine antiuomo al confine tra Grecia e Turchia.
Per chi viaggia da sud, in modo o nell’altro, di frontiera non è difficile
morire.
Gabriele Del Grande