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Fronte Sud.
Ieri e ieri l’altro, nella Striscia di Gaza, i corpi speciali di Tel
Aviv sono penetrati a nord nella cittadina di Beit Hanun. Il bilancio è
drammatico: 8 palestinesi e un militare israeliano uccisi. La
rappresaglia
aveva come obiettivo quello di far cessare il lancio di razzi Qassam
artigianali
verso le cittadine israeliane più vicine alla Striscia. Ne sono stati
lanciati
300 dall’inizio dell’anno. La popolazione è infuriata con il governo,
che non
riesce a garantire la loro sicurezza. Il paradosso che rende ancora più
aspri i
commenti degli editoriali dei giornali israeliani, di destra come di
sinistra,
è che la città più colpita è Sderot, dove vive il ministro della Difesa
israeliano Peretz. E questo elemento porta alla ribalta un accusa che
il
governo Olmert non è mai riuscito a scrollarsi di dosso: come può un
gruppo
dirigente privo di qualsiasi esperienza militare garantire la sicurezza
di un
Paese da sempre esposto all’ostilità regionale? Nessuna delle figure di
spicco
del governo ha il background militare che potevano vantare i suoi
predecessori
e la gestione della situazione, secondo i suoi detrattori, lo dimostra.
Questo spinge Olmert e i suoi, in crisi nei sondaggi, a spingere sul
pedale del
governo capace di utilizzare il pugno di ferro.
Fronte Nord. Stesso discorso può essere fatto per il fronte
settentrionale, dove i segni d’insofferenza del governo israeliano verso la
missione Unifil si fanno ogni giorno più forti. Secondo l’intelligence israeliana,
attraverso la frontiera siriana, Hezbollah sta ricostituendo i suoi arsenali.
La tregua per il momento regge, anche perché i vertici militari israeliani non
hanno ancora finito il regolamento di conti interno per gli errori commessi
nella gestione della guerra in Libano dei quali vengono accusati i generali da
una parte e i politici dall’altra. Ma la tensione è alta e le violazioni della
risoluzione 1701, in particolare da parte dell’aviazione israeliana, ha causato
la dura condanna del comandante di Unifil,
il generale francese Alain Pellegrini, il quale ha minacciato di
sparare sui
caccia israeliani. Tel Aviv però ha il dito sul grilletto, come
dimostra
l’incidente occorso con un’unità navale tedesca inquadrata nella
missione di
pace il 30 ottobre scorso. Due caccia da combattimento dell’aviazione
israeliana hanno aperto il fuoco contro i tedeschi, e la dinamica
dell’accaduto
non è ancora stata chiarita. In questo clima di tensione, sono arrivate
ieri
anche le dichiarazioni di Tony Snow, portavoce della Casa Bianca, il
quale si è
detto convinto che Hezbollah stia cercando di rovesciare il governo
libanese di
Sinora con l'aiuto della Siria. Secondo Washington,
il partito di Dio vuole incassare la cambiale di credito politico che
si è guadagnata sul campo come baluardo antisraeliano e sia Hezbollah
che Damasco sono spaventati dall’idea di Kofi Annan di un tribunale
internazionale per
l’omicidio Hariri. Potrebbe essere una sorta di campagna ‘preventiva’
per
giustificare un secondo round della guerra in Libano. L'opzione armata
sembrerebbe una decisione poco saggia, ma la necessità di mostrarsi in
grado di garantire
la sicurezza non sembra una buona consigliera. Christian Elia