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La riserva. L’enclave di Valea Lui Stan nacque per idea di Nicolae Ceausescu alla fine degli
anni Settanta. Il conducator non voleva trovarsi tra i piedi le comunità zingare che abitavano sulla strada
tra Bucarest e Sibiu, lungo la quale il dittatore viaggiava spesso con dignitari
stranieri. Così, Ceausescu organizzò una mini-deportazione degli zingari della
zona creando la riserva di Valea Lui Stan. Confinati in una valle secondaria,
lungo un ruscello a qualche centinaio di metri dalla strada principale, gli zingari
non avrebbero dato fastidio. Quella comunità di nomadi alla fine è rimasta lì,
crescendo negli anni: oggi comprende circa 150 famiglie. Che significa, considerate
le usanze locali, più di mille persone. A metà dell’adolescenza, infatti, le ragazze
di Valea Lui Stan sono già in età da marito. Spesso un coetaneo, a volte di qualche
anno più grande. A vent’anni, non è inusuale che una donna abbia già tre figli.
La vita nel villaggio. Nato dallo sfratto di Ceausescu, il villaggio sorge un terreno donato dal vicesindaco
della città vicina, al quale però nulla impedirebbe di riprenderselo un giorno.
Per quanto riguarda la religione, la comunità di Valea Lui Stan è di fede pentecostale. Le
riunioni per il culto si svolgono in una casa a una stanza, con un semplice tavolo per
l'officiante. “Sindaco” di Valea Lui Stan è un uomo che fa da capovillaggio, da
ormai 26 anni. A giudicare dalla casa (di mattoni) del leader della comunità,
è una carica che paga: la sua è l’unica abitazione con l’acqua corrente e con
i doppi vetri per isolare meglio dal freddo, che in inverno può raggiungere i
25 gradi sottozero.
Tra passato e modernità. Quella degli zingari di Valea Lui Stan è una vita per certi versi antica, per
altri assolutamente aperta alla modernità. Le donne sono specializzate nella lavorazione
di oggetti in legno e vimini. Il mezzo di trasporto più comune è un carretto trainato
da un cavallo, ma qualcuno dispone di un’automobile. I panni lavati a mano, il
pranzo cucinato all’esterno della casa, la mancanza di acqua corrente e di servizi
igienici sono una caratteristica del villaggio, così come il ruscello che fa da
latrina e immondezzaio. Ma grazie a ingegnose connessioni artigianali ai pali
della luce, in casa arriva la corrente elettrica e pure il satellite. E nella
scuola elementare e media lungo la strada principale, nata su progetto della Caritas
di Bucarest con contributi anche stranieri, le classi sembrano spartane. Salvo
poi scoprire, al primo piano, una sala computer che molti istituti italiani possono
solo sognare: computer nuovi di zecca, tutti dotati di connessione ad Internet.
“Quando abbiamo creato la scuola, dopo un mese i ragazzi avevano distrutto tutto”,
racconta don Alexandru Cobzaru, responsabile della Caritas di Bucarest. “Ma poi
la comunità ha capito il valore dell’istruzione per i suoi figli, che ora rigano
diritto”.
Le incomprensioni tra rumeni e rom. La piccola scuola, fatta di otto classi per duecento bambini, mostra come 21
milioni di rumeni e 500mila rom possano vivere insieme. Ma è un esempio raro:
in Romania, come in altri paesi dell’Europa dell’est, i due mondi sono virtualmente
separati. I rumeni all’estero non sopportano di essere mescolati ai rom, quando
giornali e tv li accomunano come responsabili di furti o atti di violenza. Nel
paese esistono diversi villaggi abitati esclusivamente da tzigani, come i rumeni chiamano con disprezzo i rom. Nella capitale Bucarest, gli zingari
vivono in case diroccate in periferia – non nelle roulotte, come vuole l’immaginario
popolare italiano – o prendono possesso di appartamenti sfitti nelle zone più
povere. Il centralissimo quartiere di Lipscani, sopravvissuto alle ruspe di Ceausescu
e il più caratteristico scorcio della vecchia Bucarest, è praticamente loro. Forse
anche per questo, è stato lasciato andare in rovina e solo ora si sta pensando
alla sua ristrutturazione, che farebbe di esso un piccolo gioiello in una città
dove il turista è, per ora, una creatura sconosciuta.
Pianeta zingari. “Non passare per Lipscani alla sera, è pericoloso”, ti dicono i rumeni. Gruppi
di tzigani possono derubarti e farti anche di peggio, nelle stradine buie e nelle tante
case abbandonate. Poi ci vai e gli zingari insistono per i bani, ma alla fine magari si mettono in posa chiedendoti di fargli l’album di famiglia.
Molti di loro sono disoccupati e poco istruiti. Nella capitale sono zingari gran
parte degli spazzini comunali, dei fiorai ambulanti e chi fa compravendita di
ferrivecchi, percorrendo le strade di Bucarest al mattino al grido di “ferro vecchio,
ferro nuovo”. E, almeno così vuole il luogo comune, di furtarelli. Basta chiedere
a un rumeno qualsiasi cosa pensa di loro. Nove volte su dieci, risponderà con
una frase tipica: “Tutto quello che va male in Romania è colpa dei rom”. Alessandro Ursic