06/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



A Valea Lui Stan, Ceausescu confinò gli indesiderati rom. Che ancora oggi sono tollerati a malapena
dal nostro inviato
 
Dalla strada che si snoda lungo la valle di Brezoi, nei Carpazi centrali, parte un sentiero di fango e sassi. Un diroccato cartello di legno indica il “villaggio” di Valea Lui Stan. Passa un carretto trainato da un cavallo, con un’intera famiglia a bordo. Un gruppo di bambini ti corre incontro, chiedendoti foto e bani, soldi. Alcuni cani vagano liberamente, le galline razzolano fuori dai recinti. Lungo la via di fango stanno decine di case di legno, con enormi calderoni sul fuoco. Donne con fazzoletto in testa e gonne fino alle caviglie lavano i panni a mano, con l’acqua presa da un pozzo, in grandi tinozze sistemate in giardino. Nella “piazza” del villaggio, un maiale già sgozzato giace su una pira ardente: i bambini osservano entusiasti, in attesa dello squartamento della bestia. Sarebbe un quadretto di vita contadina dell’Ottocento, se non fosse che ogni casa è dotata di antenna satellitare, tv e dvd. E che il posto in questione è un villaggio zingaro nella Romania odierna. Anzi, il villaggio rom per eccellenza: una “riserva zingara” creata ai tempi del comunismo, ma che ancora oggi esemplifica la vita condotta da centinaia di migliaia di rom in questo paese. Un mondo a parte, che con i rumeni in pratica non ha rapporti.
 
Case di legno e antenne paraboliche a Valea Lui StanLa riserva. L’enclave di Valea Lui Stan nacque per idea di Nicolae Ceausescu alla fine degli anni Settanta. Il conducator non voleva trovarsi tra i piedi le comunità zingare che abitavano sulla strada tra Bucarest e Sibiu, lungo la quale il dittatore viaggiava spesso con dignitari stranieri. Così, Ceausescu organizzò una mini-deportazione degli zingari della zona creando la riserva di Valea Lui Stan. Confinati in una valle secondaria, lungo un ruscello a qualche centinaio di metri dalla strada principale, gli zingari non avrebbero dato fastidio. Quella comunità di nomadi alla fine è rimasta lì, crescendo negli anni: oggi comprende circa 150 famiglie. Che significa, considerate le usanze locali, più di mille persone. A metà dell’adolescenza, infatti, le ragazze di Valea Lui Stan sono già in età da marito. Spesso un coetaneo, a volte di qualche anno più grande. A vent’anni, non è inusuale che una donna abbia già tre figli.
 
A Valea Lui Stan le donne lavano i panni con l'acqua del ruscelloLa vita nel villaggio. Nato dallo sfratto di Ceausescu, il villaggio sorge un terreno donato dal vicesindaco della città vicina, al quale però nulla impedirebbe di riprenderselo un giorno. Per quanto riguarda la religione, la comunità di Valea Lui Stan è di fede pentecostale. Le riunioni per il culto si svolgono in una casa a una stanza, con un semplice tavolo per l'officiante. “Sindaco” di Valea Lui Stan è un uomo che fa da capovillaggio, da ormai 26 anni. A giudicare dalla casa (di mattoni) del leader della comunità, è una carica che paga: la sua è l’unica abitazione con l’acqua corrente e con i doppi vetri per isolare meglio dal freddo, che in inverno può raggiungere i 25 gradi sottozero.
 
Una donna porta a casa la testa di un maiale, dopo lo squartamentoTra passato e modernità. Quella degli zingari di Valea Lui Stan è una vita per certi versi antica, per altri assolutamente aperta alla modernità. Le donne sono specializzate nella lavorazione di oggetti in legno e vimini. Il mezzo di trasporto più comune è un carretto trainato da un cavallo, ma qualcuno dispone di un’automobile. I panni lavati a mano, il pranzo cucinato all’esterno della casa, la mancanza di acqua corrente e di servizi igienici sono una caratteristica del villaggio, così come il ruscello che fa da latrina e immondezzaio. Ma grazie a ingegnose connessioni artigianali ai pali della luce, in casa arriva la corrente elettrica e pure il satellite. E nella scuola elementare e media lungo la strada principale, nata su progetto della Caritas di Bucarest con contributi anche stranieri, le classi sembrano spartane. Salvo poi scoprire, al primo piano, una sala computer che molti istituti italiani possono solo sognare: computer nuovi di zecca, tutti dotati di connessione ad Internet. “Quando abbiamo creato la scuola, dopo un mese i ragazzi avevano distrutto tutto”, racconta don Alexandru Cobzaru, responsabile della Caritas di Bucarest. “Ma poi la comunità ha capito il valore dell’istruzione per i suoi figli, che ora rigano diritto”.
 
L'interno di una casa di Valea Lui Stan. Le donne sono specializzate nel lavorare il legnoLe incomprensioni tra rumeni e rom. La piccola scuola, fatta di otto classi per duecento bambini, mostra come 21 milioni di rumeni e 500mila rom possano vivere insieme. Ma è un esempio raro: in Romania, come in altri paesi dell’Europa dell’est, i due mondi sono virtualmente separati. I rumeni all’estero non sopportano di essere mescolati ai rom, quando giornali e tv li accomunano come responsabili di furti o atti di violenza. Nel paese esistono diversi villaggi abitati esclusivamente da tzigani, come i rumeni chiamano con disprezzo i rom. Nella capitale Bucarest, gli zingari vivono in case diroccate in periferia – non nelle roulotte, come vuole l’immaginario popolare italiano – o prendono possesso di appartamenti sfitti nelle zone più povere. Il centralissimo quartiere di Lipscani, sopravvissuto alle ruspe di Ceausescu e il più caratteristico scorcio della vecchia Bucarest, è praticamente loro. Forse anche per questo, è stato lasciato andare in rovina e solo ora si sta pensando alla sua ristrutturazione, che farebbe di esso un piccolo gioiello in una città dove il turista è, per ora, una creatura sconosciuta.
 
Una bambina rom di Lipscani, nel centro di BucarestPianeta zingari. “Non passare per Lipscani alla sera, è pericoloso”, ti dicono i rumeni. Gruppi di tzigani possono derubarti e farti anche di peggio, nelle stradine buie e nelle tante case abbandonate. Poi ci vai e gli zingari insistono per i bani, ma alla fine magari si mettono in posa chiedendoti di fargli l’album di famiglia. Molti di loro sono disoccupati e poco istruiti. Nella capitale sono zingari gran parte degli spazzini comunali, dei fiorai ambulanti e chi fa compravendita di ferrivecchi, percorrendo le strade di Bucarest al mattino al grido di “ferro vecchio, ferro nuovo”. E, almeno così vuole il luogo comune, di furtarelli. Basta chiedere a un rumeno qualsiasi cosa pensa di loro. Nove volte su dieci, risponderà con una frase tipica: “Tutto quello che va male in Romania è colpa dei rom”. 

Alessandro Ursic

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