Edi Rama, sindaco di Tirana, è un pittore che si confronta con un Paese difficile
dal nostro inviato
“Tutti quelli che osservano da lontano l’iniziativa della colorazione delle facciate
dei palazzi la ritengono un’operazione di cosmesi. Una ristrutturazione come tante,
magari solo un po’ più eccentrica. Non è assolutamente così. Questa interpretazione
è completamente sbagliata. Io ho compiuto un’operazione politica”.
Edi Rama è il sindaco di Tirana. Il palazzo del municipio si affaccia sulla piazza
Skandenberg, ed è uno di quelli costruiti durante l’occupazione italiana. Forme
austere, linee rigide, spigoli acuti che non concedono spazio a dubbi. Così voleva
il fascismo. Appena si varca la soglia però, si entra in un'altra dimensione.
Sembra di essere in una galleria di arte contemporanea. Il sindaco Rama ha personalizzato
a tal punto l’edificio comunale da renderlo più simile ad un’esposizione personale
che ad un elemento burocratico della pubblica amministrazione. Non poteva essere
diversamente. Rama, eletto nel 2000, è uno degli artisti albanesi più conosciuti,
un pittore che ha visto le sue opere esposte alla Biennale di Venezia del 1997.
Il mondo si è accorto di lui quando ha stravolto completamente il volto della
capitale dell’Albania. Ha ordinato di ridipingere le facciate dei palazzi della
città, edifici vecchi e nuovi, condomini d’epoca e recenti. Ridipinti a tinte
vivaci, con schemi geometrici e allo stesso tempo imprevedibili.
Rama ha raccolto consensi in tutto il mondo, i mass media hanno cominciato a
parlare di Tirana in un modo diverso, non più necessariamente legato alla violenza,
alla povertà o alla emigrazione.

“Volevo svegliare i cervelli della gente di Tirana”, spiega il sindaco, “dare
una scossa a tutta la comunità. Era difficile rianimare un corpo agonizzante.
Dopo la morte della speranza che aveva colpito la popolazione albanese regnava
il cinismo, l’indifferenza. Ci voleva una scossa, un segnale che rivitalizzasse
le anime”.
Rama, chiedendo aiuto ai suoi studenti dell’Accademia d’Arte di Tirana, dove
insegnava prima di dedicarsi alla politica, ha escogitato allora l’idea del colore.
Ha lavorato sull’umore dei cittadini di Tirana. Anche nel suo ufficio. Salendo
le scale che conducono al piano dove riceve il sindaco Rama, si rimane colpiti
da un immenso grappolo d’aglio che pende nella tromba delle scale, dove di solito
si trova un lampadario. Una specie d’installazione tanto cara all’arte contemporanea.
L’ufficio di Rama, che riceve sulla porta i suoi ospiti, è un capolavoro. Sulle
pareti e riprodotta una foto di Tirana dei primi del Novecento, su sfondo rosso
fuoco. Una scrivania elegante, un salotto moderno e tante sedie fanno da scenografia
a Edi Rama, che tiene la scena da attore consumato, aiutato dai suoi quasi due
metri d’altezza e da un aspetto fisico che, molte donne, trovano affascinante.
Rama veste un’impeccabile completo grigio che, a prima vista, sembrerebbe un classico
vestito da uomo politico, ma il sindaco, quasi a voler tenere fede alla sua fama
di eccentrico, sotto la giacca indossa una camicia con disegno etnico all’ultima
moda.
“Appena eletto avevo un budget ridicolo”, racconta Rama, “le casse del municipio
erano vuote. Avevo solo i soldi per riparare 1 chilometro di strada. Potevo farlo,
avrei finito i soldi e, agli occhi di tutti i cittadini che non vivono in quella
strada, non sarebbe cambiato nulla. Ho preferito usare quei soldi per ridare allegria
alla gente, per restituire ai cittadini di Tirana la voglia di amare la propria
città. Dopo tanto dolore e delusione, volevo che la gente tornasse a credere nel
potere pubblico”.
Prima la colorazione del centro cittadino quindi, poi la restituzione del lungo
fiume alla cittadinanza. Il Lana, il corso d’acqua che attraversa la capitale
albanese, era praticamente invisibile. Milioni di piccole baracche, da quelle
che vendevano cibo a quelle che ospitavano il gioco d’azzardo, occupavano tutto
lo spazio attorno al centro. Ora, sgomberati senza andare troppo per il sottile
i chioschi, la geometria dei viali di Tirana ha ritrovato il suo ampio respiro.

I problemi però non sono risolti e, verso Edi Rama, non mancano le critiche.
Molti lo accusano di aver privilegiato interventi che garantiscono un buon ritorno
d’immagine, trascurando interventi strutturali fondamentali, come la rete idrica
e elettrica della città, soggette a cicliche crisi di approvvigionamento. Inoltre
Tirana vive un autentica esplosione demografica. In pochi anni la popolazione
della città è quintuplicata. Oggi nella capitale dell’Albania vive un quarto della
popolazione nazionale. Quali sono allora le priorità dell’amministrazione Rama,
dopo aver incassato il successo internazionale della sua iniziativa stilistica?
“Fissare delle priorità per Tirana è impossibile in questo momento”, dice il
sindaco rigirando il vistoso anello prezioso che porta al mignolo della mano sinistra,
“c’è bisogno di tutto. Sono riuscito, grazie al lavoro psicologico sui cittadini,
a far passare un piano di tassazione molto duro che, adesso, mi da la possibilità
di lavorare. Le cifre che si leggono sui giornali, che parlano di un milione di
abitanti a Tirana, sono false. Certo il problema esiste, ma non bisogna farsi
prendere dal panico. Il problema dell’inurbamento eccessivo è un retaggio della
crisi sociale, politica ed economica che ha sconvolto questo Paese negli anni
Novanta. Spesso venire a Tirana era l’unica maniera di sopravvivere. Lo stato,
nella percezione della popolazione, era un nemico. Quindi la gente arrivava e
occupava le terre dello stato, costruendoci la casa”.
Quindi, in pochi anni, sono sorte come funghi vere e proprie cittadelle abusive
attorno al centro di Tirana. Senza alcun piano regolatore, senza acqua e luce,
senza scuole e ospedali, senza fognature e mezzi di collegamento. Girare per Tirana
significa incrociare milioni di mezzi che si muovono su strade che non si vedono
se non nella fantasia dei guidatori. Camion, autobus, automobili, carretti tirati
da un animale e biciclette convivono caoticamente. L’aria diventa irrespirabile
e, a tratti, ci si sente soffocare per l’inquinamento.
“Ci sono dei problemi enormi”, spiega Rama, “lo sappiamo. Disperarsi non serve
a nulla e a nessuno. Siamo condannati a lavorare e a sperare. Era fondamentale
però che la gente ritrovasse la voglia di vivere e la fiducia nel potere politico.
Non bisogna imporre i cambiamenti, ma bisogna coinvolgere in un progetto la comunità.
In Albania la società va a due velocità: la forza dell’individuo si scontra con
la lentezza del potere. Immagini la forza di un fiume in piena che non viene canalizzata,
che non trova una diga che ne sfrutti la potenza. Questo accade in questo Paese.
Dopo tutto quello che questa gente ha passato ha voglia di fare, ma non trova
a livello statale un interlocutore in grado di ottimizzare questa energia”.

Magari con l’aiuto dell’Unione Europea, di cui troneggia una bandiera nell’ufficio
di Rama, accanto a quelle del comune e dell’Albania. Soprattutto però, con l’aiuto
dell’Italia, millenaria e non sempre amorevole dirimpettaia. “Guardi io ho una
mia teoria: gli italiani sono degli albanesi vestiti da Versace”, sorride il sindaco
di Tirana, “siamo molto più simili di quello che vi piaccia ammettere. In Italia
si parla di Albania solo come tema elettorale rispetto all’emigrazione. Ad alto
livello il coinvolgimento c’è, ma è mancato anche per colpa nostra un lavoro sull’immagine
del mio Paese in Italia. Le nostre meraviglie sono rimaste oggetto di auto-celebrazione
provinciale, non siamo riusciti a farle diventare dei biglietti da visita per
l’Albania all’estero”.
Per molti Tirana non rappresenta l’Albania. Troppo al centro della storia e troppo
slanciata verso l’Europa per rappresentare un Paese che, ancora in massima parte,
è rurale. Edi Rama non è d’accordo, per lui è vero esattamente il contrario e
“Tirana rappresenta lo spirito che in Albania esiste ma la classe dirigente non
ha imparato a premiare, a sostenere, a sfruttare”, dice il sindaco.
Un uomo delle istituzioni che non crede nelle istituzioni oppure, come sostengono
alcuni detrattori di Rama, il primo cittadino usa il municipio come trampolino
di lancio per la politica nazionale?
“La vita mi ha insegnato che non esiste la parola mai”, risponde il sindaco,
”ma mi sento di garantire che non abbandonerò il mio posto di sindaco e che mi
candiderò per un terzo mandato. Se non fossi eletto per un altro mandato triennale
potrei guardarmi attorno, non ora. All’inizio avevo chiesto ai cittadini nove
anni per cambiare questa città. Non ho ancora finito”.
Guardando il sindaco Rama, quest’uomo innamorato dell’arte, viene il dubbio che
si possa sentire sacrificato nella vita del politico, per quando rallegrata da
un ufficio originale. Si è mai pentito della scelta che ha fatto? “Mai. Se avessi
dovuto fare il ministro, o qualcosa del genere, probabilmente si. Io adoro il
mio lavoro anche perché, fare il sindaco di una città come Tirana, mi creda, è
un’opera d’arte”.