dal nostro inviato

“Nel 1997 ero terrorizzato. Avevamo tutti paura, poteva succedere qualunque cosa.
C’erano bande armate di kalashnikov. Uscivano fuori all’improvviso, di solito
agli angoli delle strade, incappucciati. Alzavano una mano e tu eri costretto
a fermarti, non potevi fare altro. Così ti portavano via tutto. Solo io sono stato
rapinato tre volte quell’anno. Macchina, orologio, soldi, tutto. Ricordo ancora
un giubbotto di pelle di un mio amico. Ci teneva tanto”.
Tirana è una città che trabocca di storie. Dopo decenni passati nell’ovattato
silenzio del regime di Enver Hoxha la storia di questo Paese, negli anni Novanta,
ha subito un’accellerazione enorme. Quasi come se dovesse recuperare il tempo
perduto. La fine del comunismo, la guerra civile del 1990, l’esodo di massa, il
collasso economico del 1997.
Tutti hanno una storia da raccontare e Candy, uno dei tanti che si guadagna da
vivere facendo l’autista, non fa eccezione.
“Il mio vero nome è Arkhem”, racconta Candy, “ma tutti mi chiamano Candy da quando
ero bambino. Ricordo un italiano per cui lavoravo in Albania. Mi chiamava con
un fischio, perché non ricordava il mio nome. Un giorno ho avuto un’idea: gli
ho detto di tenere a mente la marca di lavatrici italiane, ma lui mi chiamava
Ariston!”
Dall’aeroporto della capitale al centro cittadino ci sono quasi 20 chilometri,
ma sembrano molti di più, per via della condizione disastrata delle strade e per
via della variegata presenza di mezzi di trasporto: automobili, camion, autobus,
carretti a pedali, carretti tirati da un animale, biciclette e tutto quello che
riesce a muoversi trasportando una persona convivono su quella che dovrebbe essere
un’autostrada.

“Sono uno di quelli che, nel 1990, è arrivato al porto di Bari sulla nave
Valona”, dice l’autista per ingannare l’attesa per entrare in città, “ci hanno tenuto
per giorni in quello stadio, come si chiama…ah si il San Nicola. Io ci sono rimasto
cinque giorni. Ricordo un caldo asfissiante. Tutto per nulla, infatti dopo mi
hanno rispedito a casa. Ero terrorizzato. In Albania c’era una vera e propria
guerra: moriva un sacco di gente. Per fortuna me la sono cavata”.
Entrando in città si rimane piacevolmente colpiti dai colori degli edifici, risultato
di quella ristrutturazione voluta dal sindaco Edi Rama, eccentrico pittore, che
ha dato un volto nuovo al centro cittadino. La piazza Skanbenberg è piena di gente.
Al centro, li dove un tempo svettava la statua di Enver Hoxha, ora gira una piccola
ruota panoramica che continua a far divertire i bambini, come un’anziana signora
che non vuole andare in pensione. Il viale Zog I, che collega la piazza Skandemberg
a quella dedicata a Madre Teresa di Calcutta offre una visuale libera dalle migliaia
di baracche che c’erano fino a qualche anno fa, fino all’avvento del senso di
Rama per l’urbanistica.
“Ora le cose vanno decisamente meglio”, sottolinea Candy mostrando la sua città,”abbiamo
ricominciato a vivere. Rama ha tanti difetti, ma ha cancellato il grigiore degli
anni di Hoxha prima delle crisi che sono venute dopo. Vogliamo vivere. Siamo stanchi
di essere considerati i disperati d’Europa. A Tirana vivono un milione di persone,
tutte arrivate negli ultimi cinque anni, ma con calma riusciremo a risolvere i
problemi che nascono in una città così grande. Al contrario di quello che pensa
tanta gente, a Tirana, non ci sono profughi del Kosovo. Questa è tutta gente che
viveva sulle montagne e, soprattutto negli ultimi anni, aveva difficoltà a sopravivere.
I kosovari hanno sempre rifiutato di essere portati a Tirana. Il governo albanese
mandava degli autobus a prenderli, ma loro scappavano, perché temevano che non
sarebbero riusciti a tornare a casa. Tanti sono saltati sulle mine pur di non
allontanarsi troppo dal Kosovo”.
La convivenza con i nuovi arrivati non è facile. I cittadini di Tirana hanno
sempre avuto un’identità cosmopolita rispetto agli abitanti del resto dell’Albania.
Si sentono più colti, più intelligenti, addirittura più belli. Non hanno fatto
mancare la propria solidarietà alle famiglie che sfuggivano la fame riversandosi
nella capitale, solo che il passaggio non poteva essere indolore.
“Qui vivono almeno 300 mila persone e, tutte le case che vede, sono state costruite
negli ultimi due anni. Questo era tutto terreno di proprietà statale. Le famiglie
arrivavano a Tirana e si stabilivano qui. Dopo un po’ cominciavano a costruire
la propria casa, così, senza un piano regolatore, senza infrastrutture senza niente.
Il fenomeno è così vasto che il governo ormai sembra rassegnato a dare vita a
una sanatoria che sancisca lo stato delle cose”.

Sabina, una ragazza albanese che lavora per l’ong italiana AiBi, spiega come
è nato Bathore, una baraccopoli divenuta in poco tempo quartiere e, alla fine,
quasi una piccola cittadina. La strada per raggiungere questo agglomerato urbano
dal centro di Tirana è un’inferno. Gli scarichi delle auto e la polvere che si
alza dalla strada dissestata rendono l’aria irrespirabile. Migliaia di clacson
suonano in contemporanea, ma il serpentone che si forma in entrata e in uscita
da Bathore è immobile.
“In tutta la zona c’è un’unica scuola. Manca tutto”, spiega Sabina,”non esistono
fognature, non c’è acqua corrente, non c’è energia elettrica. La cosa più grave
è l’assenza di qualunque struttura sanitaria. Se qualcuno sta male, impiega delle
ore per arrivare a Tirana”. L’AiBi ha aperto un centro per i bambini della zona.
Lo gestisce assieme a tre religiose. “Cerchiamo di offrire un’alternativa a questi
ragazzi”, racconta la ragazza, “organizziamo corsi di cucito, corsi di formazione
lavoro e per imparare una lingua straniera. Soprattutto curiamo l’aspetto dell’assistenza
allo studio visto che l’unica struttura della zona non riesce a contrastare la
dispersione scolastica e la qualità dell’insegnamento è molto bassa”.
“Quasi tutte le famiglie arrivate nell’ultimo periodo”, racconta Suor Irene,
una delle religiose del centro, “hanno una media di cinque figli. I capi famiglia
fanno i muratori sfruttando i cantieri che ci sono in tutta la città. Vanno a
Tirana la mattina presto e aspettano che qualcuno li chiami. La paga è molto bassa.
Riescono a portare a casa 10 euro per una giornata di lavoro di dodici ore, senza
alcuna sicurezza, arrampicati su impalcature da incubo”.
Il centro di Tirana, rispetto a Bathore, sembra un altro pianeta. Ragazze bellissime,
vestite all’ultima moda, si aggirano per i mille caffè del centro. Non mancano
i bambini che vivono vendendo da ambulanti qualunque cosa: accendini, sigarette,
custodie per cellulari, pettini e mille altre cose. Oppure altri ragazzini fanno
i posteggiatori abusivi. Nel complesso però la vita del centro della capitale
da un senso di profondo dinamismo. I ritmi della giornata, soprattutto per gli
uomini, sembrano scanditi dai caffè e dalle sigarette. In uno di questi bar incontriamo
Enkel Demi, giornalista e conduttore televisivo di TV CLAN, uno dei principali
network del Paese.
“Viviamo la stessa condizione dell’Italia degli anni Sessanta”, dice Demi, “la
gente albanese si è stancata di fare l’emigrante. Ha capito che l’integrazione
è difficile e ha capito che, soprattutto l’Italia, non è quel paradiso che la
televisione prometteva. Allora sono tornati, con i soldi che hanno messo da parte.
Ora fanno i turisti quando vanno all’estero. Il problema è che costruiscono solo
in città e ci sono milioni di cantieri. Bisogna pensare al resto del Paese”.

Enkel Demi si occupa di attualità e, al momento, individua una priorità nel lavoro
dell’informazione. “Dobbiamo rovesciare l’immagine che, i media italiani, hanno
cucito addosso agli albanesi. Non tutte le albanesi sono puttane e non tutti gli
albanesi sono trafficanti. Ci sono qui da noi dei delinquenti tanti quanti ce
ne sono da voi. Molti albanesi sono coinvolti in traffici loschi in Italia, ma
restereste allibiti dal numero d’italiani che fanno affari di tutti i generi qui”.
“Tirana e l’Albania tutta ha voglia di non essere più considerata la Cenerentola
d’Europa”, dice Enkel, “si rimbocca le maniche e lavora. I giovani studiano le
lingue e utilizzano Internet, oppure studiano all’estero. In questo percorso resta
un rapporto particolare con l’Italia, che dura da secoli. E’ dura, ma ormai siamo
partiti e l’obiettivo adesso è l’Unione Europea”, conclude Demi.
L’Italia guarda il suo vicino di casa con interesse e sospetto, ma non si può
non essere consapevoli del comune destino che lega questi due Paesi Un destino
che è passato anche per situazioni amare. Nel bel Museo di Storia Nazionale di
Tirana l’Italia è sempre presente. Dal colonialismo all’operazione Arcobaleno
del 1997. La sensazione che si ha è quella di aver tradito spesso la fiducia di
questa gente, ma quello che dicono tutti gli albanesi è “voi italiani avete fatto
tante cose in Albania, quasi tutte brutte. Non siete cattivi però, ci avete anche
aiutato”.
Nell’ultimo corridoio del Museo c’è una bacheca. Dentro ci sono oggetti comuni:
magliette, pantaloncini, un cappello da bambino. Sono i reperti della gente ammassata
sulla nave Valona, che attraccò nel porto di Bari chiedendo aiuto in fuga da una guerra civile.
Furono tutti ammassati in uno stadio e, la maggior parte di loro, fu rispedita
indietro. La storia d’Italia e d’Albania si sono incontrate spesso, ma sembra
che abbia insegnato poco.