stampa
invia
Violenze settarie e federalismo. Sul fronte della
politica interna la novità del mese è il voto sul federalismo,
che ha gettato le basi per la divisione del Paese in tre regioni indipendenti.
Il provvedimento entrerà in vigore tra 18 mesi, ma le modalità del voto sono
state molto contestate e hanno diviso, di fatto, la coalizione sciita in
maggioranza al governo. Forse in conseguenza della spaccatura politica per il
federalismo, da parte del governo si sono moltiplicati gli appelli per l’epurazione
delle milizie illegali dalle forze di polizia. All’inizio del mese una
squadra della polizia è stata esautorata proprio a causa dell’infiltrazione di elementi sovversivi. Il problema è più
ampio e delicato di quanto appaia a prima vista. Le forze di polizia vanno epurate,
ma per gradi e con raziocinio ha
ammonito il premier Al Maliki. Anche il religioso Al Sadr si è speso per far
cessare le violenze, almeno da parte delle sue mlizie del Mahdi, ma nonostante
tutto le cosiddette squadre della morte continuano ad agire indisturbate.
Con ogni probabilità il controllo delle milizie è sfuggito dalle mani del
governo e oggi le cosiddette violenze settarie sono opera tanto degli sciiti
quanto dei sunniti. Ci anche sono diversi sospetti di coinvolgimento occulto da
parte degli Usa e dell’Iran. Secondo le Nazioni Unite sono circa un centinaio
le vittime quotidiane della loro azione.
Radicalismo religioso. In seguito al voto sul
federalismo, un gruppo sunnita vicino ad Al Qaeda ha proclamato l’istituzione
di uno stato islamico in otto province irachene, compresa la capitale. Nei giorni
successivi gruppi di miliziani hanno appeso, in diverse città, volantini
inneggianti alla Sharia, la legge islamica, minacciosi in particolare verso le
donne. L’opinione pubblica è stata molto colpita in particolare
dall’episodio in cui una ragazza di 22 anni è stata lapidata
davanti ai concittadini inerti. Il ritorno all’oppressione tribale delle donne
o
il moltiplicarsi dei delitti d’onore sono episodi di radicalismo che vanno
aumentando dall’inizio della guerra. Sono sempre più numerose le categorie che
entrano nel mirino degli assassini a piede libero: donne, commercianti, docenti, avvocati,
religiosi cristiani, omosessuali
e sportivi. Questo è l’Iraq di oggi, un luogo dove si uccidono innocenti
per nulla, una contabilità dell’orrore che i media faticano a tenere e che
spinge sempre più iracheni a lasciare
le proprie case, quando non il Paese. Recentemente si è appreso che il comando
della Coalizione ha modificato le categorie delle vittime di violenza per far figurare cifre inferiori a quelle reali, ma
all’opposto, c’è stata anche una prestigiosa rivista medica che ha condotto una
ricerca
dalla quale ha concluso che le vittime della guerra in Iraq potrebbero essere
oltre
600
mila.
Sicurezza.
L’imponente operazione per la sicurezza
organizzata attorno a Baghdad dal comando Usa non ha avuto successo, e
anche
tra le truppe statunitensi il bilancio delle vittime sfiora il record
segnato
durante l’invasione di Falluja nel novembre 2004. Con il soldato caduto
domenica nella provincia di Al Anbar, il numero delle vittime Usa ad
ottobre ha superato le cento unità. Un bilancio tragico che,
nell’approssimarsi delle
elezioni di medio termine negli Usa, costringe l’amministrazione
statunitense
a
fare pressione sul governo di Al Maliki perché prenda quanto prima il
controllo
della sicurezza. Diverse fonti riferiscono che la scorsa settimana
alcuni
generali della Coalizione si sono incontrati con i rappresentanti di
alcuni
gruppi ribelli, per promettere un amnistia in cambio della fine delle violenze. Segnali di insofferenza sono giunti
anche dal comando delle forze
britanniche che controllano il sud del Paese. I soldati della regina
negli ultimi mesi sono stati oggetto di attacchi sempre più numerosi e, in più
occasioni, si sono trovati in mezzo a battaglie tra fazioni sciite contrapposte
senza essere in grado di pacificarle. I militari del contingente
italiano, invece, a inizio settembre hanno iniziato a lasciare il
Paese.Naoki Tomasini