31/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il punto sulla guerra Iraq, dove la politica fa piccoli passi mentre aumenta la violenza
Mentre il governo iracheno tenta di smantellare le milizie illegali e quello Usa preme perché le forze di sicurezza irachene prendano al più presto il controllo del Paese, gli attentati continuano senza sosta, ogni giorno, in tutte le province irachene. Ieri una bomba ha ucciso oltre trenta persone nel quartiere sciita di Sadr City, a Baghdad. Poco dopo, sempre nella capitale, altre due esplosioni sono costate la vita ad altri dieci iracheni. Settimana scorsa il governo iracheno aveva annunciato che entro la fine dell’anno avrebbe controllato poco meno della metà del Paese, ma ieri, il capo della diplomazia irachena alle Nazioni Unite, Hochiyar Zebari, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di prolungare di un anno il mandato della Coalizione a guida Usa in Iraq, che scadrà il 31 dicembre prossimo.
 
Violenze settarie e federalismo. Sul fronte della politica interna la novità del mese è il voto sul federalismo, che ha gettato le basi per la divisione del Paese in tre regioni indipendenti. Il provvedimento entrerà in vigore tra 18 mesi, ma le modalità del voto sono state molto contestate e hanno diviso, di fatto, la coalizione sciita in maggioranza al governo. Forse in conseguenza della spaccatura politica per il federalismo, da parte del governo si sono moltiplicati gli appelli per l’epurazione delle milizie illegali dalle forze di polizia. All’inizio del mese una squadra della polizia è stata esautorata proprio a causa dell’infiltrazione di elementi sovversivi. Il problema è più ampio e delicato di quanto appaia a prima vista. Le forze di polizia vanno epurate, ma per gradi e con raziocinio ha ammonito il premier Al Maliki. Anche il religioso Al Sadr si è speso per far cessare le violenze, almeno da parte delle sue mlizie del Mahdi, ma nonostante tutto le cosiddette squadre della morte continuano ad agire indisturbate. Con ogni probabilità il controllo delle milizie è sfuggito dalle mani del governo e oggi le cosiddette violenze settarie sono opera tanto degli sciiti quanto dei sunniti. Ci anche sono diversi sospetti di coinvolgimento occulto da parte degli Usa e dell’Iran. Secondo le Nazioni Unite sono circa un centinaio le vittime quotidiane della loro azione.
 
Radicalismo religioso. In seguito al voto sul federalismo, un gruppo sunnita vicino ad Al Qaeda ha proclamato l’istituzione di uno stato islamico in otto province irachene, compresa la capitale. Nei giorni successivi gruppi di miliziani hanno appeso, in diverse città, volantini inneggianti alla Sharia, la legge islamica, minacciosi in particolare verso le donne. L’opinione pubblica è stata molto colpita in particolare dall’episodio in cui una ragazza di 22 anni è stata lapidata davanti ai concittadini inerti. Il ritorno all’oppressione tribale delle donne o il moltiplicarsi dei delitti d’onore sono episodi di radicalismo che vanno aumentando dall’inizio della guerra. Sono sempre più numerose le categorie che entrano nel mirino degli assassini a piede libero: donne, commercianti, docenti, avvocati, religiosi cristiani, omosessuali e sportivi. Questo è l’Iraq di oggi, un luogo dove si uccidono innocenti per nulla, una contabilità dell’orrore che i media faticano a tenere e che spinge sempre più iracheni a lasciare le proprie case, quando non il Paese. Recentemente si è appreso che il comando della Coalizione ha modificato le categorie delle vittime di violenza per far figurare cifre inferiori a quelle reali, ma all’opposto, c’è stata anche una prestigiosa rivista medica che ha condotto una ricerca dalla quale ha concluso che le vittime della guerra in Iraq potrebbero essere oltre 600 mila.
 
Sicurezza. L’imponente operazione per la sicurezza organizzata attorno a Baghdad dal comando Usa non ha avuto successo, e anche tra le truppe statunitensi il bilancio delle vittime sfiora il record segnato durante l’invasione di Falluja nel novembre 2004. Con il soldato caduto domenica nella provincia di Al Anbar, il numero delle vittime Usa ad ottobre ha superato le cento unità. Un bilancio tragico che, nell’approssimarsi delle elezioni di medio termine negli Usa, costringe l’amministrazione statunitense a fare pressione sul governo di Al Maliki perché prenda quanto prima il controllo della sicurezza. Diverse fonti riferiscono che la scorsa settimana alcuni generali della Coalizione si sono incontrati con i rappresentanti di alcuni gruppi ribelli, per promettere un amnistia in cambio della fine delle violenze. Segnali di insofferenza sono giunti anche dal comando delle forze britanniche che controllano il sud del Paese. I soldati della regina negli ultimi mesi sono stati oggetto di attacchi sempre più numerosi e, in più occasioni, si sono trovati in mezzo a battaglie tra fazioni sciite contrapposte senza essere in grado di pacificarle. I militari del contingente italiano, invece, a inizio settembre hanno iniziato a lasciare il Paese.
 

Naoki Tomasini

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