Scritto per noi da
Sara Elter
“Signora, mi creda: è come incarcerare il morto e lasciar liberi gli assassini”.
La donna parla decisa, è anziana, vestita nel suo candido ricamato huipil, gli
occhi segnati da molte notti insonni: è arrabbiata, molto arrabbiata. Sono ormai
parecchi giorni che protesta, insieme a un gruppo di compagni, perché quattro
contadini, piccoli e testardi, scuri maya, sono tenuti in prigione con accuse
false e prove ridicole.
Cosa è accaduto? Hunuchma e Oxcum sono due piccoli villaggi, un tempo centri
della coltivazione dell’henequem (la fibra vegetale caduta in disuso grazie alla
diffusione del più economico nailon), ora aggrappati a una agricoltura di nicchia:
arance, soprattutto.
Un prezzo troppo basso. Cosa hanno dunque di interessante Hunuchma e Oxcum, a parte il nome maya che
evoca luoghi esotici lungo la strada turistica che da Merida porta a Cancun? Perché
il governo dello Yucatan è disposto a sborsare soldi, parecchi, per comprare la
terra ad alcuni contadini ignoranti, ingannandoli, come solo i potenti sanno fare?
Alcuni mesi fa funzionari governativi hanno preso da parte i rappresentanti dell’assemblea
dei campesinos, hanno dato loro una manciata di soldi – da dividere, formalmente,
fra tutti ma che a tutti, pare, non siano mai arrivati -, per ottenere una preziosa
firma sui loro ingarbugliati documenti legali.
Si tratta di terre in proprietà comune, gli “ejidos”, coltivate da tutti, che
una volta erano inalienabili. Ora, secondo una legge varata nel 1991 e perfezionata
nel 1994, basta il 70 per cento dell’assemblea collettiva per poterli vendere.
Ma pare sia accaduto di peggio. “E’ illegale”, dicono tutti nella piccola assemblea
riunita dietro il patio di Chico, colui che si fa più alto quando parla ed è di
fatto il portavoce di coloro a cui non è stato chiesto niente. E’ illegale perché
i “rappresentanti” di questo piccolo gruppo di contadini non sono stati - pare
- neppure avvisati. O per lo meno, non il 70 per cento, come stabilisce la legge.
Il business. Anche qui sono in ballo enormi interessi. Il governo dello stato dello Yucatan
ha in mente un nuovo aeroporto. In Messico gli aeroporti non sono più statali,
ma affidati a compagnie private, alle quali non importa un bel niente del futuro
di questo gruppo di gente timida che ancora parla nell’antica lingua maya. E gli
aeroporti, si sa, attirano investimenti. “Verranno qui, come è sempre accaduto,
promettendo lavoro. Ma nessuno di voi lavorerà nelle nuove imprese - dice l’avvocato
Rodolfo Bernardo Macossay Cuevas, che si occupa da tempo di difesa della terra
-. Senza un accordo e uno studio di impatto ambientale ben fatto, qui avrete supermercati
e Mac Donalds che producono cibo cattivo e pericoloso per la salute. Ci saranno
alberghi e campi da golf, l’ambiente verrà distrutto, gli animali che abitano
questa zona scompariranno. Venderete i vostri terreni a niente e loro, solo loro,
gli impresari, guadagneranno soldi a palate”.
La paura di andare via. Non è l’unico posto in cui le mani rapaci degli investitori prevedono di allungarsi,
distruggendo le poche risorse della gente del luogo. Anche a Chichen Itza, che
sta candidandosi per divenire una delle sette meraviglie della terra, vogliono
cacciare dal sito i piccoli artigiani per aprire grandi negozi per turisti intruppati
ed ignoranti. “Li cacceranno con la forza, dicono di voler usare i lacrimogeni”,
sostiene un delegato del movimento per la difesa della terra, che si dà da fare
ovunque, in questo Yucatan divorato dal turismo che sta soffocando la sua gente.
Storie che passano sulla stampa locale con versioni falsate e allora qualsiasi
giornalista, anche straniero, è visto con diffidenza: “Hanno scritto che abbiamo
ricevuto 2000 pesos (circa 200 euro) a testa – sottolinea Chico -. Invece ne hanno
dati solo 200”.
Le imprese, subappaltatrici di una multinazionale inglese, alcuni giorni fa hanno
quindi dato inizio ai lavori per l’aeroporto. Sono arrivati in fila indiana ruspe
e camion, ma i proprietari del terreno comunitario, decisi a non vendere, hanno
messo su un “planton”: un blocco con donne, vecchi e bambini.
L'intervento delle forze dell'ordine. Il governatore, Patricio Patrón, il cui nome la dice lunga, ha mandato la forza
pubblica: settanta poliziotti, armati di scudi e manganelli, li hanno duramente
picchiati. Poi, l’autorità si è recata a casa di una delle famiglie coinvolte
e ha trovato un fucile, un vecchio fucile, un ricordo di famiglia, purtroppo dello
stesso calibro di quelli usati dall’esercito e dalla marina militare: 12 mm. Questo
è stato il pretesto per portare quattro di loro in galera: è illegale, in Messico,
detenere armi di questo tipo. Tanto è bastato: un fucile. Peccato, come sottolinea
l’avvocato che li difende, Villevaldo Canché Moo, che l’articolo 9 della legge
federale, che concerne l’uso di armi da fuoco ed esplosivi, stabilisca il diritto
per le comunità etniche a portare armi, purché impiegate per “artigianato, caccia
e pesca, come nel loro uso ancestrale”, .
Ma intanto i quattro miti, silenziosi, testardi campesinos sono stati portati
nelle patrie galere. E le loro famiglie, i loro amici, i loro compagni di lavoro
si sono caparbiamente seduti di fronte al palazzo del governo, e in seguito al
tribunale federale di Merida, per protestare. E’ una battaglia per la difesa della
terra, loro unico sostentamento: la “madre” terra. Non vogliono cedere.
Il verdetto dei giudici è stata una sberla per tutti quanti: tre di loro, Ildefonso,
Wilberth e Abelardo, dietro il pagamento di circa 4000 pesos (poco meno di 400
euro) possono uscire. In cella rimane il proprietario del fucile, Gonzalo, per
tentata strage e possesso di arma “illegale”. L’unico a piede libero, poiché accusato
solamente di resistenza, è Abelardo. “I 700 pesos che abbiamo pagato per farlo
rilasciare – dice Mauricio Macossay, loro portavoce e giornalista di “El Rebelde”
– sono stati richiesti per “danni”… Ma quanti sono i danni che hanno avuto loro?”.
Gli animi dei pochi messicani presenti sono esasperati. Mauricio Macossay rilascia
alla stampa dichiarazioni dure, durissime.: “E’ una puttanata! - dice senza mezzi
termini al giornalista dell’unico quotidiano locale, Por Esto, che li sostiene
- Se vogliono incendiare lo Yucatan, bene, lo stanno facendo. Allora tutti i campesinos
di questo stato dovrebbero stare in prigione”.
Ildefonso e Wilberth hanno dichiarato ieri che non intendono pagare la cifra
richiesta per la loro scarcerazione, se non verrà scagionato anche Gonzalo. Restano
dietro le sbarre, insieme: non lo lasciano solo.