02/11/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Messico, non solo Chiapas e Oaxaca hanno problemi sociali
Scritto per noi da
Sara Elter
 
“Signora, mi creda: è come incarcerare il morto e lasciar liberi gli assassini”. La donna parla decisa, è anziana, vestita nel suo candido ricamato huipil, gli occhi segnati da molte notti insonni: è arrabbiata, molto arrabbiata. Sono ormai parecchi giorni che protesta, insieme a un gruppo di compagni, perché quattro contadini, piccoli e testardi, scuri maya, sono tenuti in prigione con accuse false e prove ridicole.
Cosa è accaduto? Hunuchma e Oxcum sono due piccoli villaggi, un tempo centri della coltivazione dell’henequem (la fibra vegetale caduta in disuso grazie alla diffusione del più economico nailon), ora aggrappati a una agricoltura di nicchia: arance, soprattutto.
 
Un prezzo troppo basso. Cosa hanno dunque di interessante Hunuchma e Oxcum, a parte il nome maya che evoca luoghi esotici lungo la strada turistica che da Merida porta a Cancun? Perché il governo dello Yucatan è disposto a sborsare soldi, parecchi, per comprare la terra ad alcuni contadini ignoranti, ingannandoli, come solo i potenti sanno fare? Alcuni mesi fa funzionari governativi hanno preso da parte i rappresentanti dell’assemblea dei campesinos, hanno dato loro una manciata di soldi – da dividere, formalmente, fra tutti ma che a tutti, pare, non siano mai arrivati -, per ottenere una preziosa firma sui loro ingarbugliati documenti legali.
Si tratta di terre in proprietà comune, gli “ejidos”, coltivate da tutti, che una volta erano inalienabili. Ora, secondo una legge varata nel 1991 e perfezionata nel 1994, basta il 70 per cento dell’assemblea collettiva per poterli vendere. Ma pare sia accaduto di peggio. “E’ illegale”, dicono tutti nella piccola assemblea riunita dietro il patio di Chico, colui che si fa più alto quando parla ed è di fatto il portavoce di coloro a cui non è stato chiesto niente. E’ illegale perché i “rappresentanti” di questo piccolo gruppo di contadini non sono stati - pare - neppure avvisati. O per lo meno, non il 70 per cento, come stabilisce la legge.
 
Avvocato: L’avvocato Villevaldo Chancé Moo spiega la sentenza ai contadini di OxcumIl business. Anche qui sono in ballo enormi interessi. Il governo dello stato dello Yucatan ha in mente un nuovo aeroporto. In Messico gli aeroporti non sono più statali, ma affidati a compagnie private, alle quali non importa un bel niente del futuro di questo gruppo di gente timida che ancora parla nell’antica lingua maya. E gli aeroporti, si sa, attirano investimenti. “Verranno qui, come è sempre accaduto, promettendo lavoro. Ma nessuno di voi lavorerà nelle nuove imprese - dice l’avvocato Rodolfo Bernardo Macossay Cuevas, che si occupa da tempo di difesa della terra -. Senza un accordo e uno studio di impatto ambientale ben fatto, qui avrete supermercati e Mac Donalds che producono cibo cattivo e pericoloso per la salute. Ci saranno alberghi e campi da golf, l’ambiente verrà distrutto, gli animali che abitano questa zona scompariranno. Venderete i vostri terreni a niente e loro, solo loro, gli impresari, guadagneranno soldi a palate”.
 
La paura di andare via. Non è l’unico posto in cui le mani rapaci degli investitori prevedono di allungarsi, distruggendo le poche risorse della gente del luogo. Anche a Chichen Itza, che sta candidandosi per divenire una delle sette meraviglie della terra, vogliono cacciare dal sito i piccoli artigiani per aprire grandi negozi per turisti intruppati ed ignoranti. “Li cacceranno con la forza, dicono di voler usare i lacrimogeni”, sostiene un delegato del movimento per la difesa della terra, che si dà da fare ovunque, in questo Yucatan divorato dal turismo che sta soffocando la sua gente. Storie che passano sulla stampa  locale con versioni falsate e allora qualsiasi giornalista, anche straniero, è visto con diffidenza: “Hanno scritto che abbiamo ricevuto 2000 pesos (circa 200 euro) a testa – sottolinea Chico -. Invece ne hanno dati solo 200”.
Le imprese, subappaltatrici di una multinazionale inglese, alcuni giorni fa hanno quindi dato inizio ai lavori per l’aeroporto. Sono arrivati in fila indiana ruspe e camion, ma i proprietari del terreno comunitario, decisi a non vendere, hanno messo su un “planton”: un blocco con donne, vecchi e bambini.
 
L'intervento delle forze dell'ordine. Il governatore, Patricio Patrón, il cui nome la dice lunga, ha mandato la forza pubblica: settanta poliziotti, armati di scudi e manganelli, li hanno duramente picchiati. Poi, l’autorità si è recata a casa di una delle famiglie coinvolte e ha trovato un fucile, un vecchio fucile, un ricordo di famiglia, purtroppo dello stesso calibro di quelli usati dall’esercito e dalla marina militare: 12 mm. Questo è stato il pretesto per portare quattro di loro in galera: è illegale, in Messico, detenere armi di questo tipo. Tanto è bastato: un fucile. Peccato, come sottolinea l’avvocato che li difende, Villevaldo Canché Moo, che l’articolo 9 della legge federale, che concerne l’uso di armi da fuoco ed esplosivi, stabilisca il diritto per le comunità etniche a portare armi, purché impiegate per “artigianato, caccia e pesca, come nel loro uso ancestrale”,  .
Ma intanto i quattro miti, silenziosi, testardi campesinos sono stati portati nelle patrie galere. E le loro famiglie, i loro amici, i loro compagni di lavoro si sono caparbiamente seduti di fronte al palazzo del governo, e in seguito al tribunale federale di Merida, per protestare. E’ una battaglia per la difesa della terra, loro unico sostentamento: la “madre” terra. Non vogliono cedere.
Il verdetto dei giudici è stata una sberla per tutti quanti: tre di loro, Ildefonso, Wilberth e Abelardo, dietro il pagamento di circa 4000 pesos (poco meno di 400 euro) possono uscire. In cella rimane il proprietario del fucile, Gonzalo, per tentata strage e possesso di arma “illegale”. L’unico a piede libero, poiché accusato solamente di resistenza, è Abelardo. “I  700 pesos che abbiamo pagato per farlo rilasciare – dice Mauricio Macossay, loro portavoce e giornalista di “El Rebelde” – sono stati richiesti per “danni”… Ma quanti sono i danni che hanno avuto loro?”. 
Gli animi dei pochi messicani presenti sono esasperati. Mauricio Macossay rilascia alla stampa dichiarazioni dure, durissime.: “E’ una puttanata! - dice senza mezzi termini al giornalista dell’unico quotidiano locale, Por Esto, che li sostiene - Se vogliono incendiare lo Yucatan, bene, lo stanno facendo. Allora tutti i campesinos di questo stato dovrebbero stare in prigione”.
Ildefonso e Wilberth hanno dichiarato ieri che non intendono pagare la cifra richiesta per la loro scarcerazione, se non verrà scagionato anche Gonzalo. Restano dietro le sbarre, insieme: non lo lasciano solo.
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Messico