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Dietro il richiamo del partito israeliano Alè-Yarok,
il partito della Foglia verde, primo organizzatore della conferenza, il
campus del Monte Scopus è stato invaso da un gruppo eterogeneo di israeliani e
arabi: studenti, pensionati, giovani lavoratori e hippy di vecchia data con
l’obiettivo comune di discutere insieme sulla possibilità di riportare la pace
in Medio Oriente attraverso la legalizzazione e l’uso di sostanze come
marijuana e hashish. Nonostante i motivi del richiamo, degni di un raduno in
perfetto stile anni Settanta, resterebbe deluso chi si aspetta di trovarsi di
fronte un esercito compatto di ragazzi e ragazze sotto l’effetto di sostanze
stupefacenti. Non a caso, quando dal palco il cantante del gruppo rock Primo
Levy dichiara “Sono contro le droghe, non faccio uso di stupefacenti”, un
anonimo spettatore ha gridato dalla platea: “Noi, si”, dimostrando come sia
possibile ritrovarsi e discutere guardando il mondo da prospettive decisamente
diverse.
Boaz Wechtel, leader dello Alè-Yarok, illustra i
benefici di un simile approccio alla pace in tre punti: legalizzare le droghe
leggere per sottrarre fondi ai gruppi armati che si finanziano tramite il
commercio illegale, risollevare il settore agricolo grazie alla coltivazione
della cannabis e ridurre il livello di aggressività umana attraverso l’uso
della marijuana e dell’hashish. Insomma la cannabis come denominatore comune di
culture e nazioni diverse; base per costruire un futuro migliore che passa
attraverso il fumo di un calumet della pace.Stanislao Cuzzocrea