Per i musulmani la fine del digiuno è celebrata con tavole imbandite delle più ricche e saporite prelibatezze
Scritto per noi da
Gianluca Ursini
Sidone, 27 ottobre 2006. Con i tradizionali 3 giorni di Eid el Fitr, la Festa del Digiuno,
si è concluso il mese sacro del Ramadan per un miliardo e 200 milioni di
musulmani.
La festa dell'Iftar. Il mese di preghiera e digiuno
viene vissuto dai fedeli come un’occasione per purificarsi, ma si può
rivelare agli occhi di un visitatore in terre d’Oriente come un
piacevole festival gastronomico. Soprattutto se il Paese che vi ospita
è il Libano, riconosciuto come il più ricco in tradizioni culinarie
dell’intero mondo arabo.
PeaceReporter è entrato nelle case di
tre famiglie del meridione libanese per altrettanti Iftar, le cene che
rompono il digiuno diurno al calare del sole. Dopo 12 ore consecutive,
nelle quali i fedeli si astengono non solo dal mangiare, ma anche dal
bere qualsiasi liquido, e addirittura da ogni tipo di caramelle e
affini, l’Iftar viene atteso come una vera festa: le tavole sono
imbandite come per un pranzo di Natale cristiano, i padroni di casa
invitano quanti più ospiti possibili al loro desco: con il consueto
invito,
fàddal (accomodati, in arabo), diversi nuclei familiari
si riuniscono. Tra le famiglie Osta, El Bizri e Ondus è stata una gara
a ottenere dall’ospite italiano i complimenti per la bontà del pasto. E
allora,
sahtén, (buon appetito!) e servitevi pure.
Specialità mediterranee. La prima casa in cui si è stati ammessi è
quella degli El Bizri, sunniti a Ruhmeile, poco fuori Sidone. E'
stato anche il primo incontro con il Kibbi, una delle specialità
libanesi. Una specie di
tartare di carne bovina e d’agnello (a
piacimento), impastata con pinoli, cipolle, uvetta, noci, le usuali
spezie orientali come cumino e cardamomo, e peperoncino a profusione,
servito dalla signora Nasrine sia fritto in forma di polpetta, che
immerso in una salsa di yogurt e aglio simile allo
tsatsiki
greco. Per dovere di cronaca non possiamo dimenticare che il Kibbi
della signora Ondus rimarrà nella memoria come il migliore mai
assaggiato in Libano: piccantissimo, in tre diverse gradazioni di
peperoncino. In casa Osta, copti convertiti all’Islam ma
sostanzialmente laici, la tavola è circondata da una ventina di ospiti,
amici dei figli. Parlando di yogurt, qui il Fattì della signora Hania
si è rivelato il migliore, con la sua mescola sapientemente calibrata
di yogurt grasso a coprire un letto di ceci e cipolle lessati, pinoli e
pistacchi freschi, ricoperti dal pane fritto. Anche lo Hummus di casa Osta
, il pesto di ceci e limoni che rende famosa la cucina libanese anche
in Europa, si è rivelato il più raffinato e saporito dei tre,
soprattutto se abbinato ai fegatini di pollo, una prelibatezza da
queste parti. Non sono mancati neanche qui, come in ogni Iftar che si
rispetti, Tabulé e Fattush, due classici delle tavole libanesi che
farebbero la felicità di ogni vegetariano: il Tabulè è l’insalata
nazionale, preparata con molto prezzemolo, mentuccia, pomodorini e
cipolle, insieme con della pastella simile a quella adoperata per il
couscous maghrebino, mentre la Fattush è una classica insalata
mediterranea di peperoni verdi, pomodori e cipolle, insaporita da
pinoli e sesamo saltati in padella e pane arabo fritto spezzettato
sopra.
Acqua di rose, cannella e incenso. La signora Ondus invece, ottantenne, si
è sbizzarrita con una portata immancabile per i commensali libanesi: le
Shorba, le ottime zuppe del vicino Oriente. Dalla variante Maghrebì,
con ceci e cipolle a cuocere insieme con carne di pollo e vitello, al
più classico passato di lenticchie e riso, finemente tritato tanto da
ottenere un’amalgama perfettamente liquida. La pietanza principale è
sempre un piatto di carne, che sia pollo alla brace, come preparato
dagli Osta di Abra, vicino Sidone, o i Kibbì fritti della signora
Bizri, o l’ottimo vitello ai funghi dello Chouf di madame Ondus, che ha
cucinato per ben 11 figli, come tradizione nelle numerose famiglie
sciite. Durante il pasto i commensali accompagnano le pietanze con
bevande stucchevoli, forse per compensare la mancanza di zuccheri
durante la giornata. Si nota l’assenza di bevande alcoliche sulla
tavola: in casa Ondus si presenta l’acqua di rose, uno sciroppo che va
annacquato largamente prima che diventi potabile a un palato italiano,
mentre nelle altre case non può mancare la Jallaba, bevanda tipica del
ramadan, preparata solo in questo mese dell’anno. Anch’essa dolce fino
a essere stucchevole, è una variante analcolica della sangria. Unico
particolare, il succo d’uva non fermentato viene insaporito, oltre che
dalla cannella, anche dall’incenso. Quel che di solito in Europa viene
bruciato per profumare le chiese, qui viene fatto galleggiare nel
piatto in cui brucia nei catini chiusi dove macera la Jallaba, perché
dopo qualche ora la bevanda ne abbia assorbito l’aroma. I risultati, ve
li lasciamo immaginare.
Dulcis in fundo. Tutto viene
portato in tavola insieme, prima della portata principale, e ogni
commensale inventa l’ordine delle pietanze, a fantasia propria. A
chiudere, prima del caffè arabo, da noi conosciuto come turco, si
gustano i dolci baklava del ramadan, con un impasto di pistacchi e
mandorle e miele, o l’ottima frutta libanese: dal melograno alla
dolcissima uva ad una deliziosa annona, frutto apprezzato anche nel
Meridione italiano, ma conosciuto forse al Nord di più col nome
spagnolo di Chirimoya. Sarà difficile alzarsi da tavola senza essere
affascinati dalla varietà e dalla raffinatezza della cucina libanese e
si augurerà con più piacere ai propri ospiti:
Ramadan Karìm! Buon Ramadan!