stampa
invia
Più di 1100 donne sono state uccise in Guatemala dal 2001 ad oggi: una cifra
inquietante, comparabile al triste primato che detiene Ciudad Juárez, in Messico,
dove negli ultimi dieci anni, quasi 400 ragazze sono state trovate uccise in circostanze
violente e un migliaio sono scomparse.
Il fenomeno, purtroppo, non sembra destinato a diminuire.
Sulle cause e gli autori di tanta violenza, abbiamo chiesto un parere a Mariela
Monzòn, giornalista del quotidiano Prensa Libre , di Città del Guatemala, conosciuta a livello internazionale per il suo impegno
a favore dei diritti umani e delle donne.
“Non sappiamo -spiega- quali siano le ragioni di questi assassinii. Le ipotesi
sono molte: potrebbe trattarsi di delinquenti comuni (membri di bande giovanili,
ad esempio) che uccidono nell’ambito di riti satanici o come ‘allenamento’ al
delitto. Oppure, di settori del crimine organizzato, che mirano a tenere la popolazione
in stato di panico. Purtroppo, l’unica certezza in tutta questa vicenda, è la
totale impunità dei colpevoli: sugli assassinii, ad oggi, non ci sono indagini
né condanne. Solo per una cinquantina di casi si è svolto un regolare processo”.
“Le morti violente di donne –continua Mariela- iniziarono durante la Guerra Civile
(1960-1996) che fece 250mila morti e 50mila scomparsi. In quel periodo, lo stupro
venne utilizzato come metodo di tortura. Furono centinaia i casi di violenza,
tortura e assassinio di donne documentati dalla Comisiòn de Esclarecimiento Historico
delle Nazioni Unite.
Oggi, dopo 40 anni di dittature e oltre trenta di guerra, il nostro Paese si
trova in un momento di consolidamento democratico. Ma la violenza non è cessata.
Da quattro anni, anzi, è ricominciata con particolare accanimento: sempre contro
le donne e con le stesse modalità con cui veniva messa in atto durante la guerra
civile”.
“In Guatemala –continua la giornalista- i diritti umani sono sistematicamente
calpestati. Quest’anno, la rappresentante delle Nazioni Unite Yakin Erturk ha
visitato più volte il nostro Paese. Quello che ha visto – confessò durante un’intervista-
non è stato altro che ‘impunità, impunità, impunità’. E definì la situazione come
la più critica di tutta l’America Latina.
E’ indicativo, tra l’altro, che Yakin sia giunta in Guatemala invitata non dal
governo ma una rete di 22 associazioni femminili (Red de No Violencia contra la
Mujer), l’unica che sta facendo pressione sugli organismi istituzionali per ottenere
giustizia”.
Ma la violenza, in Guatemala, non riguarda solo le oltre mille donne violentate
ed uccise dal 2001 ad oggi e i 25 mila casi di violenza tra le mura familiari
denunciati negli ultimi quattro anni. Comprende anche le intimidazioni, il ferimento
o l’uccisione di un numero sempre maggiore di difensori dei diritti umani. La
stessa Mariela Monzòn, dal 1 997 ad oggi, ha subito un numero infinito di minacce di morte legate all’esercizio
della sua professione. Per tre volte ha dovuto cambiare casa, fino all’abbandono
temporaneo del Paese, l’anno scorso, insieme ai due figli, per evitare di essere
uccisa.
“Nell’agosto del 2003 –spiega- due uomini armati mi fermarono in pieno giorno
per strada, intimandomi di lasciar perdere lavoro e denunce, se non volevo finire
ammazzata. Ma non solo: due programmi radiofonici che conducevo sono stati obbligati
a chiudere, per le minacce ricevute. Ancora oggi, infine, il mio telefono e la
mia posta elettronica si riempiono di avvertimenti inquietanti. Sarà triste, ma
ormai ci ho fatto l’abitudine”.
E la paura non sembra aver fermato il suo impegno: “Oltre al mio lavoro al giornale
e in televisione- conclude Mariela- sto progettando, con altre giornaliste, un
nuovo canale televisivo per le donne: una televisione che informi sulla violenza,
che realizzi dibattiti e inchieste sul tema, che mobiliti l’opinione pubblica.
Occorre far pressione sulle autorità competenti. Non possiamo assistere passivi
ad un massacro di queste dimensioni. Occorre fermarlo”.