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Doccia fredda. In mancanza di una spiegazione
ufficiale da parte delle autorità motoristiche di Teheran, resta solo la
spiegazione della stessa Laleh, che nel suo Paese era diventata una sorta
d’icona della condizione femminile. Bella, giovane (ha 29 anni) e vincente.
Tanto brava da mettere in fila tutti i suoi colleghi maschi che, più di una
volta, hanno mangiato la polvere della sua Peugeot 206, con la quale Laleh si
è
laureata campionessa dell’Iran. Tutto il Paese aveva visto le immagini della
Seddigh che saliva sul gradino più alto del podio. Subito Laleh era stata
ribattezzata dai suoi tifosi ‘la piccola Schumacher’. In questi giorni avrebbe
dovuto difendere quel titolo faticosamente vinto sul campo, ma qualcosa è
andato storto. Secondo la ricostruzione della pilota, è stata proprio
quell’immagine a scatenare le reazioni degli integralisti più cupi, che hanno
ritenuto quella foto una violazione inaudita al ruolo subordinato che, secondo
loro, la donna dovrebbe avere nella società.
Speranza deluse. Così, mentre Laleh si allenava al
volante della sua auto, è stata fermata dagli organizzatori che le hanno
comunicato che per non meglio specificati motivi di sicurezza, non avrebbe
potuto prendere parte alla gara. I suoi tifosi sono insorti e Laleh è stata sommersa
da attestazioni di solidarietà.
Pregiudizi a mezzo stampa. Fin qui
quello che la bella Laleh ha raccontato al quotidiano inglese The Guardian
e che i giornali in tutto il mondo hanno ripreso. Ma la domande che nessuno si
è posto è: per quale motivo dovrebbe causare un così grande putiferio un
provvedimento che, in tutti i paesi del mondo e nelle grandi gare
internazionali, è la routine? In campo internazionale o nazionale, i campionati
maschili e quelli femminili sonno tenuti rigorosamente separati. Allo stesso
modo, parlando di esperienze italiane, si possono ricordare l’avventura di
Giovanna Amati che si affacciò in Formula 1 e Carolina Morace che ha avuto la
possibilità di guidare dalla panchina la Viterbese in serie C. Due rari esempi,
due eccezioni di un mondo come quello dello sport che è tra i più sessisti. E’
sicuramente brutto per Laleh non poter difender il suo titolo e, se ha ragione
lei, è ancora più brutto che questo possa accadere perché qualche uomo si è
sentito sminuito. Ma resta la sensazione che, in questo momento storico,
qualsiasi fatto accada in Iran debba per forza di cose essere giudicato in modo
critico. Di aspetti da criticare nel Paese ce ne sono fin troppi, ma questa
vicenda conferma una certa ostilità dei mezzi d’informazione verso il Paese
degli ayatollah. Christian Elia