Scritto per noi da
Paolo Lezziero
Collaboratore negli anni trenta di Omnibus, inviato di guerra del Mattino, Arrigo
Benedetti nel dopoguerra fu fondatore e direttore de "L’Europeo" e dell'"Espresso",
negli anni settanta direttore de "Il Mondo", fondato da Pannunzio, e di "Paese
Sera", quotidiano di Roma.
Una firma prestigiosa, quindi, una grande esperienza umana, con una visione giornalistica
per la storia come notizia, maestro di una generazione di professionisti della
carta stampata.
In “Tempo di guerra”, il suo volume di esordio pubblicato a soli vent’anni e
riscoperto e rilanciato da una piccola ma combattiva casa editrice, La Vita Felice
di Milano, narra con penna sottile e indagatrice "le ristrettezze, i congedi,
la morte e la quotidianità ai tempi della Grande Guerra, vista allora attraverso
le atmosfere e gli ambienti nella sua città, Lucca".
Grandi o piccole, che siano, le guerre, con date ormai storicizzate, o nuove,
con divise e armi diverse e con motivazioni quasi sempre tragicamente uguali,
anche da queste pagine si rileva che sono sempre i cittadini a pagare, in divisa
o sotto le bombe, in borghese, nell’attesa della pace.
La guerra. Le immagini, i luoghi visitati dall’autore bambino (un ospedale militare) lasciano
subito il segno. "Fu con Sofia", scrive, "la sorella del mio amico morto Eugenio,
che visitai un ospedale militare…La visita ai feriti fu brevissima; Sofia mi spingeva
avanti per le corsie e io ero contento di far presto un po' vergognoso sotto tanti
occhi pronti alla minima possibilità di distrazione".
Più avanti c'è l'incontro con i primi stranieri della sua vita, i soldati ungheresi…"In
quel tempo a San Pancrazio c’erano molti prigionieri, tutti ungheresi, alti, vestiti
di panno giallo. Non sapevano l'italiano e si facevano intendere a cenni; i contadini
li rispettavano essendo bravi lavoratori. Io desideravo un incontro dello zio
(un ufficiale in licenza) con loro per vedere che avverrebbe tra nemici faccia
a faccia…egli chiese loro dove avevano combattuto facendo una filza di nomi, e
distribuì sigarette".
Il dopo. Dopo la sconfitta di Caporetto, Benedetti conosce un’altra tipologia umana, i
profughi, ancora oggi il prodotto di violenze di paesi invasori. La guerra non
è più lontana, i veneti fuggiaschi arrivano fino a Lucca.
Infatti, una signora fuggita da Belluno "descriveva la ressa terribile sui treni
e sui ponti: da lei per la prima volta udii parlare di ponti fatti saltare all’ora
stabilita, con la folla sopra, per arrestare il nemico. Aveva fatto a piedi chilometri,
a Mestre aveva trovato un alloggio improvvisato, dove non poteva spogliarsi perché
accanto c’erano ufficiali, con stanze divise da pareti di tela".
Come in tutte le guerre, anche allora, causata da chi non si sa, forse diffusa
dal nemico, o portata dai bacilli dei prigionieri, o per l’effetto di tanti cadaveri
in putrefazione al fronte o dal solito "castigo divino" (gli untori), arriva una
terribile epidemia, "la spagnola", che aggiungerà strage a strage.
Per evitare la carestia la famiglia dello scrittore si spostava in campagna.
E li scopre chi paga più di tutti per la guerra, quando un figlio di contadino
gli chiede perché suo padre non fosse in guerra…"rimasi interdetto a tale domanda",
racconta lo scrittore, " finii con lo smarrirmi quando aggiunse ridacchiando:
'Perché siete signori'”.