stampa
invia
Amnistia. Pare che gli Usa abbiano offerto ai ribelli
sunniti un’amnistia in cambio della fine degli attacchi, in modo da potersi
concentrare sul disarmo delle milizie sciite e sulla loro epurazione dalle
forze di sicurezza irachene. La svolta sarebbe motivata dalla grave situazione
sul campo, nonostante l’imponente campagna per la sicurezza attuata negli
ultimi due mesi. Negli Usa, inoltre, si avvicinano le elezioni di medio termine
e gli oltre 80 soldati Usa morti questo mese non giovano certo alla popolarità
del presidente. Mentre Bush, nei discorsi pubblici, continua a mostrare il volto
inflessibile della lotta al terrorismo, i suoi generali trattano con i ribelli,
anche quelli che si sono resi responsabili di attacchi contro i soldati Usa.
Secondo il Times, non è escluso che si possa giungere a una conferenza di pace
entro gli inizi di novembre. L’ipotesi di amnistia non sembra però conquistare
gli sciiti: “L’esercito Usa fa da sempre pressioni sul governo iracheno
affinché conceda un’amnistia generale a tutti i combattenti, anche a coloro che
hanno ucciso i civili iracheni” ha dichiarato un parlamentare della lista
sciita dell’ex premier Allawi.
Il potere in carica. I primi colloqui “esplorativi”
tra esponenti dell’esercito Usa e i leader della guerriglia sunnita sono
avvenuti ad Amman, in Giordania. Tra le milizie coinvolte nella trattativa pare
ci fossero anche esponenti dell’esercito islamico in Iraq, il gruppo, vicino ad
Al Qaeda, responsabile del rapimento dei reporter francesi Chesnot e Malbrunot
e dell’uccisione di Enzo Baldoni. Recentemente la notizia dei colloqui è stata
confermata da alcune milizie che hanno preso le distanze da Al Qaeda, in
polemica per le uccisioni di civili iracheni. Lo scorso fine settimana si è
tenuto un incontro tra ex baathisti ed esponenti delle tribù sunnite, al temine
del quale un portavoce mascherato ha confermato la trattativa negando la
legittimità del governo di Baghdad: “Noi negoziamo solo con il potere in carica
nel Paese e in questo caso si tratta della potenza occupante, gli americani”.
Il miliziano, tale Abu Khoula, ha sostenuto che la trattativa coinvolge 17
formazioni armate di stampo nazionalista, che si sono dette disposte a fermare
gli attacchi in cambio della liberazione dei loro compagni nelle carceri Usa.
“L’incontro è servito per unire le tribù arabe contro l’occupazione, ma anche
per combattere contro chi sta cercando di dividere il popolo iracheno” ha
spiegato.
La mediazione. Lo scorso 11 ottobre, al tribunale di
Baghdad, l’ex ministro dell’Energia del governo ad interim, il sunnita Ayham Al
Samara’i veniva condannato per corruzione. Dopo la sentenza i soldati
statunitensi sono entrati nell’aula e, tra le proteste dei presenti, hanno
preso in consegna il politico che, poche ore dopo, si trovava nell’ambasciata
Usa a richiedere asilo. Il precedente tentativo di colloqui con i ribelli risale
al novembre dello scorso anno, quando sette gruppi di milizie parteciparono
alla conferenza per la riconciliazione nazionale, tenutasi al Cairo, allo scopo
di consentire un pacifico svolgimento delle elezioni. Il mediatore di allora
era lo stesso Al Samara’i.Naoki Tomasini