Mentre in Italia fa discutere l’invito del premier Prodi,
rivolto alle donne musulmane, a non nascondersi dietro il velo, anche in un
Paese arabo e musulmano come la Tunisia il velo islamico divide.
Il
governo del presidente Ben Alì ha infatti varato una campagna contro l’uso del
velo in generale.
Contro il velo. Negli anni Novanta, il governo di
Tunisi ha varato una legge che vieta il velo nelle
scuole e nelle università e in generale in ogni luogo pubblico. Ma negli
ultimi tempi, in particolare durante l’appena trascorso mese sacro del Ramadan,
alcuni ministri si sono pronunciati contro l’uso del velo in generale che, assieme
alle
barbe lunghe per gli uomini, sono stati definiti vettori di oscurantismo e
dunque di per sé un pericolo. Meglio, secondo le autorità tunisine, adottare
l'abito tradizionale tunisino, sopratutto per le donne di una certa età e nelle
zone rurali. Le polemiche non sono mancate, sia da parte di ambienti religiosi
che politici. Da un lato i tradizionalisti hanno accusato Ben Alì e i suoi
ministri di non essere buoni musulmani, dall’altro lato le associazioni che si
battono per il rispetto dei diritti umani in Tunisia hanno accusato il presidente
di un’inaccettabile ingerenza nella sfera privata dei cittadini. Ma la linea
del governo è dura. “Il velo é uno slogan politico usato da un gruppuscolo che
si cela dietro la religione per realizzare progetti politici e rappresenta un
pericolo di ispirazione settaria, estraneo al nostro paese, alla nostra cultura
e alle nostre tradizioni”, ha dichiarato il ministro degli esteri Abdelwaheb
Abdallah.
“Tutti i tipi di estremismo sono degli intrusi nella nostra
società e non hanno alcun legame con le nostre tradizioni e la nostra
religione. Il velo è un abbigliamento settario, segno distintivo di una frangia
dura e rinchiusa su se stessa e simbolo di una appartenenza politica che si
nasconde dietro la religione e che cerca di spogliare la donna dei suoi diritti
e delle sue conquiste”, ha aggiunto il ministro dell'Interno Rafik Belhaj
Kacem.
Il velo come strumento della politica. In buona
sostanza, il governo tunisino vede nella diffusione del velo un sintomo della
penetrazione in Tunisia di un Islam più rigoroso che, secondo l’esecutivo di
Tunisi, non è autentico e rischia di portare il paese verso realtà estranee,
come l’Arabia Saudita o l’Iran. In realtà, da tempo è in atto un conflitto tra
il governo laico e dittatoriale di Ben Alì e gli oppositori sia laici che
religiosi. Laici come il dottor Munsef al-Marzouqi, attivista che si batte per
il rispetto dei diritti umani che, il 21 ottobre scorso, si è presentato
spontaneamente davanti ai giudici tunisini che lo hanno accusato di
‘incitamento alla violenza e all’odio settario’, solo perché da Parigi, in
un’intervista, aveva dichiarato di ritenere inaccettabile la battaglia contro
il velo in quanto si violava la libera scelta religiosa dei cittadini. Ma
l’atteggiamento del governo è criticato anche dai religiosi che, come negli
anni Novanta, quando fu varato il primo decreto contro il velo, insorsero
contro il governo. Il fronte islamista fa capo al partito Ennahda, i cui
militanti negli ultimi anni sono stati incarcerati e torturati nelle carceri
del regime. Sembra quindi che il vero problema, velo a parte, sia lo stesso
potere di Ben Alì che, in quanto filo – occidentale da sempre, non è ben visto
da certi ambienti religiosi. Così il dittatore tunisino difende il suo regno
forzando una ‘laicizzazione’ di Stato la quale, più che una battaglia civile,
sembra una battaglia politica.
Christian Elia