Smantellato storico campo sportivo popolare. Al suo posto un distributore di benzina
Scritto per noi da
Pablo Trincia
Lagos. Fino a pochi giorni fa, il Roundabout Football Place era uno dei luoghi storici di Lagos: una gigantesca rotonda nel cuore del sobborgo
di Gbagada, dove enormi cavalcavia di cemento si incrociano tra lo strombazzare
delle macchine e dei camion, e dove un’intera umanità tira avanti con lavori di
giornata e piccole attività commerciali.
Lo spiazzo di questa rotonda è stato per anni teatro dei più grandi avvenimenti
sportivi popolari della metropoli nigeriana. Da qui sono usciti giocatori di fama
internazionale come Obafemi Martins e Jay Jay Okocha, veri idoli locali e nazionali.
Seguendo il loro esempio, migliaia di ragazzi hanno imparato - giorno e notte,
sette giorni su sette - a correre dietro a un pallone, a tirare a canestro, a
tirare di boxe, persino a pregare e a guidare la macchina. Un punto di ritrovo
dove tutta una comunità ha imparato a conoscersi, a rispettarsi, a sognare.
Ma da martedì pomeriggio il Roundabout non è che uno dei centinaia di luoghi vuoti e desolati che Lagos offre ai suoi
abitanti. La polizia ha dato ordine ai caterpillar di smantellare l’area: dove le mama
vendevano cibo e bibite a sportivi e abitanti la compagnia Conoil
costruirà un distributore di benzina. Via il campo da calcio dove
sarebbe nata la prossima stella delle aquile nigeriane, dove
generazioni di musulmani hanno invocato Allah. Via le centinaia di
migliaia di tifosi che si arrampicavano sui pali della luce e sui
guard-rail del cavalcavia, riempiendo, elettrizzando l’aria con le loro
urla.
L'orgoglio della comunità. Eppure caterpillar e autorità, tutto hanno potuto tranne che spazzare via l’orgoglio
della comunità della zona e dei sobborghi circostanti. Così, nella serata dell'otto
dicembre, centinaia di persone di ogni età, sesso e religione hanno occupato la
rotonda, si sono uniti in un unico coro, chiaramente udibile nell’assordante chiasso
metropolitano: “No!”
"Non è possibile, non possono farci questo” si lamenta Kemal Emina, presidente
della
Gbagada Grassroot Sport Association e tra i personaggi storici del
Roundabout. “Questo posto è esistito per oltre trent’anni. Lo abbiamo creato noi cittadini,
con le nostre mani, per dare a tutti la possibilità di partecipare ad un bene
comune. Questo luogo è di tutti, ma non appartiene a nessuno. Tantomeno a una
compagnia petrolifera.” Un gruppo di giovani fa scudo attorno a lui. Facce sudate,
stanche, arrabbiate, esasperate. E pronte a tutto. Anche ad affrontare a muso
duro la polizia e gli operai addetti allo smantellamento.
Un poliziotto si avvicina ad un ragazzo con un paio di manette. Immediatamente,
almeno una decina di ragazzi gli si avventa contro, imprecando qualcosa in
Yoruba. L’uomo si allontana e torna tra i suoi colleghi.
Era una speranza. “E’ stato il governo federale a vendere quest’area pubblica alla compagnia –
si fa avanti Ademuywa Adedeji, leader della comunità di Kosofe – non puo’ farlo.
E’ illegale. Qui siamo in Africa, questo luogo è diventato la nostra casa. Non è
in vendita. Guardi là – indica un enorme tombino al centro del campo da calcio
– da quel punto partono i rifornimenti idrici a centinaia di migliaia di case.
Cosa accadrà, quando ci metteranno i distributori di benzina? Cosa faranno le
migliaia di lavoratori, nullatenenti, ragazzi di strada che aspettano la sera
per venire qui a giocare o a vedere in campo i propri amici e beniamini?”
Mike Akin, ventinove anni, il viso solcato da profondi marchi tribali, è talmente
scosso che gli occhi sono gonfi di lacrime e rabbia. “Da quando ero piccolo sono
venuto qui tutti i giorni della mia vita. Sono l’allenatore della squadra di basket.
Ora guarda questi mostri gialli e neri che spazzano via i nostri spogliatoi, i
nostri sogni. Migliaia di ragazzi venivano qui uniti dalla voglia di stare insieme,
lontano dalla violenza, dalle gang, dalle pistole. Ma ora che questo posto non
esisterà più c’è il rischio che la criminalità li assorba. Almeno finchè stavano
qui correvano dietro a un pallone. Ora correranno dietro ai soldi e alla droga.
Obafemi Martins era uno di noi, ha giocato proprio qui – continua, prendendo in
mano un pugno di terra – chissà cosa direbbe, se lo sapesse”.
Un'oasi nel deserto. Un’isola di sogni nel cuore di una delle megalopoli più degradate, sregolate
e violente del continente africano. Questo raccontano gli sguardi e le parole
dei giovani di
Roundabout. Un mondo di regole non scritte, ma che ciascuno conosceva e rispettava. Con
i propri orari, i propri turni. Ogni mattina, per esempio, lo spiazzo veniva utilizzato
dalle scuole guida del sobborgo per insegnare ai giovani – soprattutto alle donne
– a guidare. Gli impiegati ci andavano a correre prima di andare al lavoro. Gli
street boys, i ragazzi di strada, ci gironzolavano attorno, aspettando il pomeriggio.
Quando arrivavano i calciatori. Centinaia di squadre provenienti da tutta la Nigeria.
Per giocare un campionato popolare, la
Nation’s Cup, ancora più amato della
Champions League o della Coppa d’Africa. Perchè qui i tuoi eroi non erano in bella posa su una
maglietta o un poster. Li potevi vedere dal vivo, sentire le loro voci, il loro
sudore, la loro sofferenza. Era tutto più vero.
E poi, nelle ricorrenze, tutti facevano posto alle comunità religiose: processioni
di evangelici e pentecostali, musulmani, persino cerimonie tradizionali, con i
babalawo (vate, in lingua Yoruba) a guidare i fedeli verso le proprie divinità.
La lotta continuerà. E’ per tutto questo che la gente del luogo lotta. Non ha nulla e non vuole
perdere anche questo. ”Stiamo assistendo a una battaglia politica tra il governo
centrale e quello federale – alza il dito tra la folla un pastore di una chiesa
pentecostale poco distante – in cui uno cerca di destabilizzare l’altro. Qui a
Lagos il partito forte è quello dell’Alliance for Democracy, rivale del People’s Democratic Party, che sta al governo. E’da anni che si fanno la guerra in questo modo, vendendo
proprietà e terreni pubblici a privati, destabilizzando i quartieri e scatenando
l’ira di una comunità per la maggior parte analfabeta o poco istruita. E’ quest’ultima
a pagare, sempre e comunque”.

Mohammed, vent'anni, sogna di diventare una stella del calcio internazionale.
Tira un respiro profondo per calmare i nervi, mentre poco lontano da lui una delle
baracche in lamiera che circondavano il campo viene spazzata via. “Dalle nostre
parti c’è un detto che riassume quello che stiamo vivendo in questo momento: quando
due elefanti si fanno la guerra, i fili d’erba sono i primi a morire. Noi siamo
quei fili d’erba”.
Un antico proverbio che i lettori di Peacereporter conoscono bene.