24/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Il veterano della resistenza antisovietica chiama alla jihad contro le truppe Nato
“Le truppe straniere saranno presto costrette a ritirarsi dall’Afghanistan perché se non ci sono riusciti i russi con 120mila soldati a occupare il nostro Paese, non è possibile che ci riescano gli occidentali con meno di 40mila uomini. Invito tutti gli afgani a unirsi ai mujaheddin nella jihad per un Afghanistan indipendente e islamico”.
Con questo appello si è rifatto vivo domenica, dopo mesi di silenzio, Gulbuddin Hekmatyar, il capo storico dell’Hezb-e-Islami (Partito dell’Islam), movimento armato integralista alleato dei talebani e attivo nell’est dell’Afghanistan.
 
Glbuddin HekmatyarHekmatyar come il mullah Omar. La tempistica e i contenuti del messaggio di Hekmatyar dimostrano che il sessantenne comandante mujaheddin vuole accreditarsi come leader della resistenza afgana “a pari merito” con il mullah Omar. Il suo comunicato giunge infatti il giorno dopo quello diffuso dall’Amir-ul-Momineen in occasione della fine del Ramdan. E le parole e i toni sono quasi identici a quelli del mullah Omar. Hekmatyar, che nel suo ultimo messaggio (un video trasmesso da Al Jazeera lo scorso maggio) si poneva agli ordini di Osama bin Laden quasi senza parlare di Afghanistan, questa volta parla da leader di un movimento di resistenza e di indipendenza nazionale.
 
Nell’est combattono i suoi uomini. Al momento, i guerriglieri di Hekmatyar combattono le truppe Usa nelle province orientali del Paese, in particolare in Kunar e Nuristan, tradizionali roccaforti ell’Hezb-e-Islami. Ma la sua influenza è forte anche nelle province attorno a Kabul (Nangarhar, Logar, Laghman, Wardak) e nelle città di Jalalabad e Kandahar. La sua forza militare è legata al livello di addestramento delle sue milizie e alle riserve di armi, in particolare di missili terra-aria Stinger, eredità delle forniture Cia degli anni Ottanta. La sua forza economico-finanziaria deriva dal controllo delle piantagioni d'oppio e del narcotraffico nella provincia nord-orientale di Badakhshan, ottenuto grazie ad un accordo con il suo vecchio amico-nemico, Burhanuddin Rabbani, ex presidente dell’Afghanistan.
 
Rabbani con HekmatyarProtagonista della storia afgana. Gulbuddin Hekmatyar è uno dei personaggi più rilevanti e controversi della recente storia dell'Afghanistan. E’ un integralista “duro e puro” (è noto per il suo odio nei confronti delle donne: pare che da giovane ne abbia sfregiate molte con l'acido) e un veterano della guerra afgana. Negli anni Ottanta è stato uno dei principali capi della resistenza antisovietica, di certo il maggior beneficiario di armi e finanziamenti provenienti dagli Usa via Pakistan.
Dopo la sconfitta dei russi e la caduta di Najibullah (1992), Hekmatyar – spalleggiato da Usa e Pakistan – contese il controllo del Paese a Rabbani – sostenuto da Russia, India e Iran.  Dopo una fragile intesa politica raggiunta nel 1993 (lui diventa primo ministro del governo presieduto da Rabbani), nel 1994 riesplode la guerra civile. Hekmatyar iniziò a bombardare Kabul dalle alture circostanti, riducendola ad un cumulo di macerie e provocando la morte di almeno 25mila civili.
 
In cerca di una rivincita. Nonostante questo bagno di sangue, il signore della guerra pashtun non riuscì a strappare il potere ai leader tagichi invisi al Pakistan e agli Usa. Fu allora, a metà anni Novanta, che Islamabad capì che per mettere le mani sull’Afghanistan avrebbe dovuto cambiare cavallo, puntando le sue carte sul più popolare e agguerrito movimento dei talebani del mullah Omar che infatti, godendo del sostegno economico e militare che prima era stato dato a Hekmatyar, nel giro di un anno riuscì a conquistare Kabul.
Oggi Hekmatyar pare intenzionato a prendersi la sua rivincita politica e personale, tentando di riassumere un ruolo da protagonista nelle vicende afgane. Il comunicato di domenica lo dimostra in maniera chiara. 

Enrico Piovesana

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