Il veterano della resistenza antisovietica chiama alla jihad contro le truppe Nato
“Le truppe straniere saranno presto costrette a ritirarsi
dall’Afghanistan perché se non ci sono riusciti i russi con 120mila soldati a
occupare il nostro Paese, non è possibile che ci riescano gli occidentali con
meno di 40mila uomini. Invito tutti gli afgani a unirsi ai mujaheddin nella
jihad per un Afghanistan indipendente e islamico”.
Con questo appello si è rifatto vivo domenica, dopo mesi di silenzio,
Gulbuddin Hekmatyar, il capo storico dell’Hezb-e-Islami
(Partito dell’Islam), movimento armato integralista alleato dei talebani e
attivo nell’est dell’Afghanistan.
Hekmatyar come il
mullah Omar. La tempistica e i contenuti del messaggio di Hekmatyar
dimostrano che il sessantenne comandante mujaheddin vuole accreditarsi come leader
della resistenza afgana “a pari merito” con il mullah Omar. Il suo comunicato
giunge infatti il giorno dopo
quello
diffuso dall’Amir-ul-Momineen in occasione
della fine del Ramdan. E le parole e i toni sono quasi identici a quelli del
mullah Omar. Hekmatyar, che nel suo ultimo messaggio (un video trasmesso da
Al Jazeera lo scorso maggio) si poneva agli
ordini di Osama bin Laden quasi senza parlare di Afghanistan, questa volta
parla da leader di un movimento di resistenza e di indipendenza nazionale.
Nell’est combattono i
suoi uomini. Al momento, i guerriglieri di Hekmatyar combattono le truppe
Usa nelle province orientali del Paese, in particolare in Kunar e Nuristan, tradizionali
roccaforti ell’Hezb-e-Islami. Ma la
sua influenza è forte anche nelle province attorno a Kabul (Nangarhar, Logar,
Laghman, Wardak) e nelle città di Jalalabad e Kandahar. La sua forza militare
è
legata al livello di addestramento delle sue milizie e alle riserve di armi, in
particolare di missili terra-aria Stinger, eredità delle forniture Cia degli
anni Ottanta. La sua forza economico-finanziaria deriva dal controllo delle
piantagioni d'oppio e del narcotraffico nella provincia nord-orientale di
Badakhshan, ottenuto grazie ad un accordo con il suo vecchio amico-nemico, Burhanuddin
Rabbani, ex presidente dell’Afghanistan.
Protagonista della
storia afgana. Gulbuddin Hekmatyar è uno dei personaggi più rilevanti e
controversi della recente storia dell'Afghanistan. E’ un integralista “duro e
puro” (è noto per il suo odio nei confronti delle donne: pare che da giovane ne
abbia sfregiate molte con l'acido) e un veterano della guerra afgana. Negli
anni Ottanta è stato uno dei principali capi della resistenza antisovietica, di
certo il maggior beneficiario di armi e finanziamenti provenienti dagli Usa via
Pakistan.
Dopo la sconfitta dei russi e la caduta di Najibullah (1992),
Hekmatyar – spalleggiato da Usa e Pakistan – contese il controllo del Paese a
Rabbani
– sostenuto da Russia, India e Iran. Dopo
una fragile intesa politica raggiunta nel 1993 (lui diventa primo ministro del
governo presieduto da Rabbani), nel 1994 riesplode la guerra civile. Hekmatyar
iniziò
a bombardare Kabul dalle alture circostanti, riducendola ad un cumulo di
macerie e provocando la morte di almeno 25mila civili.
In cerca di una rivincita. Nonostante questo bagno di sangue, il signore della guerra
pashtun non riuscì a strappare il potere ai leader tagichi invisi al Pakistan
e
agli Usa. Fu allora, a metà anni Novanta, che Islamabad capì che per mettere le
mani sull’Afghanistan avrebbe dovuto cambiare cavallo, puntando le sue carte
sul più popolare e agguerrito movimento dei talebani del mullah Omar che
infatti, godendo del sostegno economico e militare che prima era stato dato a
Hekmatyar,
nel giro di un anno riuscì a conquistare Kabul.
Oggi Hekmatyar pare intenzionato a prendersi la sua
rivincita politica e personale, tentando di riassumere un ruolo da protagonista
nelle vicende afgane. Il comunicato di domenica lo dimostra in maniera chiara.