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L’usanza fu concepita nel 1812 dal governatore del Massachusetts Elbridge Gerry,
che voleva farsi rieleggere. Gerry ridisegnò sulla carta i collegi elettorali
dello stato in modo da massimizzare il risultato finale. In particolare, uno di
questi collegi si snodava lungo un percorso innaturale, che ricordava la sagoma
di una salamandra; in inglese, salamander. Alla fine molti cittadini del Massachusetts si sentirono presi in giro dalla
novità ribattezzata gerrymander, e Gerry non fu rieletto governatore. Fu poi scelto come vicepresidente da James
Madison, morendo durante il suo mandato. Ma l’idea da lui lanciata si è poi dimostrata
una costante delle elezioni americane, ed è stata usata a piacimento da repubblicani
e democratici.
Il gerrymandering va a braccetto con il sistema maggioritario: chi prevale in un collegio fa suo
l’intero piatto, chi arriva secondo – anche per un pugno di voti – perde tutto.
Per fare un gerrymandering efficace, bisogna allo stesso tempo concentrare e disperdere gli elettori in
determinate zone, secondo i propri calcoli politici. Un esempio estremo: supponiamo
che uno stato abbia 90 votanti, e tre rappresentanti da eleggere tra il partito
rosso e il partito blu. Alle elezioni precedenti, i rossi hanno conquistato due
seggi su tre. Ma nel frattempo la marea è cambiata, e solo 35 elettori su 90 voterebbero
per il partito al governo. Come potranno mantenere la maggioranza i rossi, se
55 cittadini sceglieranno probabilmente i candidati blu? Se i tre collegi fossero
divisi a caso, non ci sarebbe storia. Ma se questi vengono ridisegnati in modo
da creare un feudo avversario, dove 27 elettori su 30 voterebbero blu, e altri
due collegi con 16 votanti rossi e 14 blu, il risultato finale stravolge le proporzioni
della vigilia: e i rossi riescono a mantenere la maggioranza, per due seggi a
uno.
La creazione di onnipotenti baroni locali, che possono in sostanza permettersi
di ignorare le richieste degli elettori che non li hanno votati, è uno degli effetti
negativi del gerrymandering. Un altro è lo scoraggiamento nei potenziali elettori, specie della parte “derubata”:
perché andare alle urne, se il voto è in sostanza inutile? Non è un caso che le
elezioni di medio termine facciano registrare costantemente i tassi di affluenza
più bassi: nel 2002 ha votato il 37 percento degli aventi diritto, e l’ultima
volta che si è superato il 40 percento era il 1970. Ma il gerrymandering viene usato anche in funzione “positiva”, per assicurare una rappresentanza
politica alle minoranze. Così, in particolare all’inizio degli anni Novanta, i
democratici hanno provveduto a ridisegnare collegi “sicuri” per i candidati afro-americani.
Si va quindi alle elezioni con mappe dei collegi disegnate in gran parte dal
partito di Bush. Saranno in gioco 435 seggi alla Camera (tutti) e un terzo dei 100
del Senato. Ma grazie a un gerrymandering sempre più raffinato, in realtà il 90 percento dei collegi è molto omogeneo
e difficilmente vedrà perdere il rappresentante in carica. Nel 2000, alla Camera
solo 57 seggi su 435 furono vinti con un margine percentuale inferiore al 10 percento.
Quest’anno, per tornare ad essere maggioranza al Congresso, i democratici dovrebbero
riconquistare 15 seggi alla Camera e 6 al Senato. Ma nonostante i favori dei sondaggi,
sanno di partire con un handicap. Che però, insegnano le elezioni passate, non
sempre è foriero di sconfitta. Nel 1994, con presidente Clinton e mappe dei collegi
fresche di rifacimento da parte dei democratici, i repubblicani conquistarono
il Congresso per la prima volta dopo quaranta anni.Alessandro Ursic