23/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla il leader politico degli indipendentisti Karen che combattono il regime birmano
Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato l'iscrizione della questione birmana nella sua agenda formale. La mozione, passata con il voto contrario della Cina, è un passo politicamente rilevante perché consente alla comunità internazionale di mettere "sotto osservazione" la situazione del Myanmar (ex Birmania): in particolare le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dalla giunta militare al potere ai danni degli oppositori democratici e delle minoranze, Karen in primis.
A questo proposito, e in generale sulla situazione del problema Karen, abbiamo incontrato e intervistato Saw Padho Mahn Sha, segretario generale dell'Unione Nazionale Karen (Knu),  il braccio politico della guerriglia Karen che da decenni combatte contro il governo di Yangoon per uno Stato Karen indipendente.
 
 
Scritto per noi da
Federico Saracini 
 
Saw Padho Mahn ShaPomeriggio di calura post-temporalesca nella cittadina di Mae Sot, in Thailandia, al confine con il Myanmar. Dopo un breve viaggio attraverso le stradine periferiche della cittadina frontaliera, costeggiando baracche di legno e lamiera che ospitano immigrati clandestini e derelitti della società tailandese, giungiamo a destinazione. Un cancello verde si apre dinnanzi a noi e una grande casa accoglie il nostro pick up giapponese. Saw Padho Mahn Sha ci viene incontro scendendo una lunga scalinata. Porgendomi la mano nella tipica maniera Karen – sostenendosi il braccio destro con la mano sinistra – mi prega di dare inizio alla nostra chiacchierata.
 
Parliamo subito delle novità più recenti. Cosa ne pensa della mossa delle Nazioni Unite nei confronti del Myanmar?
Le Nazioni Unite ci offrono una grande possibilità richiamando l’attenzione della comunità internazionale sulla nostra triste vicenda. Per la prima volta la questione è stata messa in agenda e questo evento ci permette di compiere importanti passi in avanti. La giunta militare birmana dell’Spdc (State Peace and Development Council) dovrà porre più attenzione alle proprie mosse. E al tempo stesso noi abbiamo l’occasione di farci ascoltare da una platea più ampia.
 
bambini karen ©J. Redfern-UnhcrPerò giungono notizie di movimenti di truppe dell’Spdc nel nord della vostra regione, nel Myanmar orientale. C’è comunque uno spiraglio per delle negoziazioni?
I movimenti delle truppe del Tatmadaw, l'esercito birmano, ci preoccupano. Da parte nostra abbiamo tentato più volte un approccio dialettico con il governo birmano, ma la loro posizione è ferma nel non voler attivare seri dialoghi di pace. Soprattutto adesso che hanno dichiarato decaduto il “gentlemens agreement” del 2004. Senza accordi politici è impossibile pensare alla costruzione di uno Stato Karen autonomo e pacifico. Ma noi siamo pronti anche a combattere. D’altronde lo facciamo da decenni. Abbiamo a disposizione circa 10-12.000 uomini ben addestrati nelle file del Knla, il Karen National Liberation Army (ma fonti di organizzazioni presenti sul territorio dicono essere composto da 5-6.000 uomini, NdA).
 
Che cosa può dirci riguardo al popolo Karen che vive e lavora entro lo Stato birmano, per esempio a Rangoon? Crede che siano ancora interessati alle vicende politiche del vostro popolo?
I Karen che vivono nelle città controllate dall’Spdc, o che lavorano per il governo, continuano a sentirsi Karen, non cittadini birmani! Anch’essi subiscono quotidianamente l’onta di appartenere a una minoranza etnica non riconosciuta. A loro toccano i lavori di medio-basso livello. Anche quelli che per necessità si trovano schierati entro le file dell’esercito non potranno mai aspirare a posizioni di rango elevato. Siamo un popolo discriminato e questo ci fa mantenere coscienza della nostra origine. Anche dopo lunghi anni di tentata “birmanizzazione” (entro lo Stato birmano gli appartenenti a minoranze etniche non possono per esempio parlare o studiare la propria lingua d’origine, né tantomeno hanno l’opportunità di coltivare la propria cultura, NdA).
 
insedimento karen. ©J. Redfern- UnhcrPensa che la politica di reinsediamento portata avanti dall’Alto Commisariato delle Nazioni unite per i Rifugiati sia una soluzione positiva? La guardo favorevolmente perché offre una possibilità al popolo Karen di vivere e crescere in pace. Certo non è facile per una famiglia lasciarsi dietro il proprio Paese ed emigrare lontano. Ma è anche vero che molti di coloro i quali vivono nei campi profughi disseminati lungo il confine tra il Myanmar e la Thailandia hanno già abbandonato da lunghi anni le speranze di poter far ritorno alla propria terra natale. Ricordiamoci che mentre parliamo, il Tatmadaw sta portando avanti i suoi quotidiani atti di genocidio verso il nostro popolo.
 
Eccoci ad un punto importante. Ha usato il termine “genocidio”. Sa che molti sono scettici circa l’uso di questa parola in modo troppo arbitrario? Di arbitrario io vedo solo le quotidiane uccisioni della nostra popolazione civile. Le distruzioni di interi villaggi abitati da povera gente. Le razzie dell’esercito. Le costrizioni al lavoro forzato attraverso cui l’esercito costruisce nuove strade per un più facile accesso al nostro territorio. E lei mi viene a dire che l’utilizzo di questo termine da parte mia sarebbe arbitrario?
 
Come vede il futuro per il suo popolo?
Sono fiducioso. Sentiamo che qualcosa di importante si sta muovendo e crediamo fortemente in un esito positivo nel futuro prossimo. Come torno a ripeterle, l’attenzione che è stata posta su di noi dalle Nazioni Unite ci fa ben sperare ed è importante che ogni Paese che abbia a cuore la pace nel mondo contribuisca ponendo attenzione sulla nostra tragedia.
 
Il suo sguardo però tradisce della preoccupazione. E’ un momento delicato. Per il popolo Karen si prospettano settimane difficili e lui lo sa.
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Myanmar
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