Parla il leader politico degli indipendentisti Karen che combattono il regime birmano
Il 15 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
ha approvato l'iscrizione della questione birmana nella sua agenda
formale. La mozione, passata con il voto contrario della Cina, è un
passo politicamente rilevante perché consente alla comunità
internazionale di mettere "sotto osservazione" la situazione del
Myanmar (ex Birmania): in particolare le gravi violazioni dei diritti
umani perpetrate dalla giunta militare al potere ai danni degli
oppositori democratici e delle minoranze, Karen in primis.
A questo proposito, e in generale sulla situazione del problema Karen, abbiamo
incontrato e intervistato Saw Padho Mahn Sha,
segretario generale dell'Unione Nazionale Karen (Knu), il braccio
politico della guerriglia Karen che da decenni combatte contro il governo di Yangoon
per uno Stato Karen indipendente.
Scritto per noi da
Federico Saracini

Pomeriggio
di calura post-temporalesca nella cittadina di Mae Sot, in
Thailandia, al confine con il Myanmar. Dopo
un breve viaggio attraverso le stradine periferiche della cittadina
frontaliera, costeggiando baracche di legno e lamiera che ospitano
immigrati clandestini e derelitti della società tailandese,
giungiamo a destinazione. Un cancello verde si apre dinnanzi a noi e
una grande casa accoglie il nostro pick up giapponese. Saw
Padho Mahn Sha ci viene incontro scendendo una lunga
scalinata. Porgendomi la mano nella tipica maniera Karen –
sostenendosi il braccio destro con la mano sinistra – mi prega di
dare inizio alla nostra chiacchierata.
Parliamo
subito delle novità più recenti. Cosa ne pensa della
mossa delle Nazioni Unite nei confronti del Myanmar?
Le
Nazioni Unite ci offrono una grande possibilità richiamando
l’attenzione della comunità internazionale sulla nostra
triste vicenda. Per la prima volta la questione è stata messa
in agenda e questo evento ci permette di compiere importanti passi in
avanti. La giunta militare birmana dell’Spdc (State Peace and
Development Council) dovrà porre più attenzione alle
proprie mosse. E al tempo stesso noi abbiamo l’occasione di farci
ascoltare da una platea più ampia.
Però
giungono notizie di movimenti di truppe dell’Spdc nel nord della
vostra regione, nel Myanmar orientale. C’è comunque uno
spiraglio per delle negoziazioni?
I
movimenti delle truppe del Tatmadaw, l'esercito birmano, ci
preoccupano. Da parte nostra abbiamo tentato più volte un
approccio dialettico con il governo birmano, ma la loro posizione è
ferma nel non voler attivare seri dialoghi di pace. Soprattutto
adesso che hanno dichiarato decaduto il “gentlemens agreement”
del 2004. Senza accordi politici è impossibile pensare alla
costruzione di uno Stato Karen autonomo e pacifico. Ma noi siamo
pronti anche a combattere. D’altronde lo facciamo da decenni.
Abbiamo a disposizione circa 10-12.000 uomini ben addestrati nelle
file del Knla, il Karen National Liberation Army (ma fonti di
organizzazioni presenti sul territorio dicono essere composto da
5-6.000 uomini, NdA).
Che
cosa può dirci riguardo al popolo Karen che vive e lavora
entro lo Stato birmano, per esempio a Rangoon? Crede che siano ancora
interessati alle vicende politiche del vostro popolo?
I
Karen che vivono nelle città controllate dall’Spdc, o che
lavorano per il governo, continuano a sentirsi Karen, non cittadini
birmani! Anch’essi subiscono quotidianamente l’onta di
appartenere a una minoranza etnica non riconosciuta. A loro toccano i
lavori di medio-basso livello. Anche quelli che per necessità
si trovano schierati entro le file dell’esercito non potranno mai
aspirare a posizioni di rango elevato. Siamo un popolo discriminato e
questo ci fa mantenere coscienza della nostra origine. Anche dopo
lunghi anni di tentata “birmanizzazione” (entro lo Stato birmano
gli appartenenti a minoranze etniche non possono per esempio parlare
o studiare la propria lingua d’origine, né tantomeno hanno
l’opportunità di coltivare la propria cultura, NdA).
Pensa
che la politica di reinsediamento portata avanti dall’Alto
Commisariato delle Nazioni unite per i Rifugiati sia una soluzione
positiva? La
guardo favorevolmente perché offre una possibilità al
popolo Karen di vivere e crescere in pace. Certo non è facile
per una famiglia lasciarsi dietro il proprio Paese ed emigrare
lontano. Ma è anche vero che molti di coloro i quali vivono
nei campi profughi disseminati lungo il confine tra il Myanmar e la
Thailandia hanno già abbandonato da lunghi anni le speranze di
poter far ritorno alla propria terra natale. Ricordiamoci che mentre
parliamo, il Tatmadaw sta portando avanti i suoi quotidiani
atti di genocidio verso il nostro popolo.
Eccoci ad
un punto importante. Ha usato il termine “genocidio”. Sa che
molti sono scettici circa l’uso di questa parola in modo troppo
arbitrario? Di
arbitrario io vedo solo le quotidiane uccisioni della nostra
popolazione civile. Le distruzioni di interi villaggi abitati da
povera gente. Le razzie dell’esercito. Le costrizioni al lavoro
forzato attraverso cui l’esercito costruisce nuove strade per un
più facile accesso al nostro territorio. E lei mi viene a dire
che l’utilizzo di questo termine da parte mia sarebbe arbitrario?
Come vede
il futuro per il suo popolo?
Sono
fiducioso. Sentiamo che qualcosa di importante si sta muovendo e
crediamo fortemente in un esito positivo nel futuro prossimo. Come
torno a ripeterle, l’attenzione che è stata posta su di noi
dalle Nazioni Unite ci fa ben sperare ed è importante che ogni
Paese che abbia a cuore la pace nel mondo contribuisca ponendo
attenzione sulla nostra tragedia.
Il suo
sguardo però tradisce della preoccupazione. E’ un momento
delicato. Per il popolo Karen si prospettano settimane difficili e
lui lo sa.